non di rassegnazione di Vincenzo Ferrara*

manifesto_olaAdattarsi ai cambiamenti climatici significa prevenire le conseguenze o i danni derivanti dai cambiamenti del clima e dai cambiamenti ambientali prodotti dal clima che cambia.Che vuol dire adattarsi…

 

Proteggere le risorse idriche, utilizzando l'acqua senza sprechi ed in modo efficiente, salvaguardare la produzione agricola, aumentando la sicurezza alimentare, pianificare il territorio, le aree costiere e l'uso delle risorse naturali per evitare le conseguenze catastrofiche di alluvioni, frane, mareggiate ed di altri eventi estremi, proteggere la vita naturale del nostro pianeta come le foreste, gli ecosistemi, la biodiversità, compresa la vita umana e la salute dei cittadini, sono tutte azioni di prevenzione che minimizzano i danni derivanti dai cambiamenti del clima: sono azioni di adattamento.

Senza le azioni di adattamento, che sono necessarie già oggi, i danni alla nostra economia potrebbero in futuro raggiungere perfino il 2% del PIL, qualora il riscaldamento climatico del nostro pianeta proseguisse ai ritmi attuali e raggiungesse nei prossimi decenni aumenti di temperatura di 2°C .

L'essere umano nei secoli passati si è sempre adattato ai cambiamenti del clima, ma ha sempre avuto il tempo necessario per adattarsi. Quello che stiamo oggi sperimentando è, invece, un cambiamento climatico che sta procedendo ad un ritmo troppo veloce perché gli ecosistemi e gli esseri umani possano naturalmente adattarsi: un ritmo che non si è mai verificato negli ultimi 10 mila anni, cioè da quando l'uomo preistorico si è evoluto nell'essere umano attuale.

I rischi associati con i cambiamenti del clima sono reali e li stiamo in parte già sperimentano con i sempre più frequenti “stati di emergenza” che colpiscono il nostro paese: dall'emergenza siccità, all'emergenza alluvioni, dall'emergenza incendi, all'emergenza salute per le ondate di calore e così via. Ridurre la vulnerabilità della popolazione, del nostro sviluppo socio-economico, del nostro territorio e del nostro ambiente a questi nuovi rischi che si aggiungono ai rischi già esistenti amplificandoli, a volte in modo imprevedibile, fa parte della strategia di adattamento ai cambiamenti del clima.

L'adattamento, in pratica, è un processo attraverso il quale il nostro Paese, così come stanno facendo altri Paesi, cercherà di prepararsi ad affrontare le incertezze del futuro, attrezzandosi opportunamente (piani, programmi, tecnologie, organizzazione, formazione scientifica, informazione, ecc) per minimizzare i contraccolpi negativi che possono derivare dai cambiamenti del clima e per prevenire i possibili danni. Ma nello stesso tempo dovrà anche cercare di prepararsi per trasformare quelli che potrebbero essere possibili punti di debolezza del nostro sistema socio economico, in possibili punti di forza, cioè prepararsi anche a saper cogliere e sfruttare le nuove opportunità che potranno presentarsi a causa dei cambiamenti del clima e dei suoi effetti.

Perché adattarsi

Ma perché adattarsi ai cambiamenti del clima. Non basta mitigare, cioè ridurre le emissioni di gas ad effetto serra?

Le azioni, per la mitigazione dei cambiamenti climatici, sono fondamentali, urgenti ed assolutamente prioritarie. Senza di esse il sistema climatico non solo continuerebbe a rimanere instabile, ma aumenterebbe la sua instabilità, e non si sa bene quali potrebbero essere gli esiti futuri di un sistema climatico con instabilità crescente. Secondo alcuni studi, infatti, se l'instabilità aumentasse, e soprattutto se aumentasse troppo velocemente, potrebbe perfino accadere il contrario di quello che ci si aspetta: cioè una glaciazione, invece che un forte surriscaldamento del clima.

dscn5915Dunque. pur essendo indiscutibile la necessità di procedere rapidamente ad un taglio delle emissioni tale da riportare il sistema climatico in equilibrio tra emissioni ed assorbimenti globali di gas serra (attualmente le emissioni globali sono 2,3 volte superiori agli assorbimenti globali), tuttavia i cambiamenti climatici già innescati continueranno a procedere ancora per molti decenni evolvendo via via verso una situazione climatica che sarà certamente diversa da quella attuale.

Quanto sarà diversa da quella attuale, dipenderà molto: da come procederà nel prossimo futuro lo sviluppo socio economico mondiale, dall'uso che si farà dell'energia e dei combustibili fossili, dalle capacità che avremo di controllare le emissioni di gas serra, ecc. Attualmente, possiamo solo ipotizzare scenari di cambiamento del clima, in base alle conoscenze scientifiche esistenti e mediante l'uso di modelli matematici di simulazione, che, però, hanno i loro limiti e le loro incertezze. Quello che, invece, appare certo è che, una volta che l'interferenza umana ha messo in moto la macchina climatica, è del tutto illusorio pensare di annullare gli effetti di tale interferenza e riportare la situazione alle origini.

Ecco perché è necessario adattarsi e perché l'adattamento non può essere, comunque, ignorato. Ma non si può neanche ignorare che le azioni di adattamento devono essere condotte e commisurate con le azioni di mitigazione (cioè la riduzione delle emissioni), perché, in genere, più si mitiga, meno c'è necessità di adattarsi e viceversa. Tuttavia il problema è che mentre le azioni di adattamento possono essere condotte a livello nazionale perché devono tener conto delle peculiari caratteristiche ambientali, territoriali e socio economiche del proprio paese per poter essere realizzate, le azioni di mitigazione, per essere realmente efficaci, devono essere, invece, condotte in modo coordinato, coerente e concorde a livello internazionale, anche se attuate a livello nazionale.

Un primo sforzo, per concordare a livello internazionale azioni di mitigazione coordinate e coerenti, è stato fatto con il protocollo di Kyoto. Ma il protocollo di Kyoto, indipendentemente dal fatto che ha trovato varie difficoltà di attuazione, non è la soluzione del problema della mitigazione, ma solo una timida premessa.

Intanto che si decide sul da farsi per i seguiti del protocollo di Kyoto, i cambiamenti del clima stanno andando avanti (vale il detto latino di Tito Livio: Mentre a Roma si discute Sagunto brucia). Il non fare nulla in termini di prevenzione, aspettando che i cambiamenti climatici si manifestino in modo molto più marcato e che i danni diventino molto più devastanti o catastrofici, non appare né saggio né lungimirante. Può di sicuro diminuire i costi delle politiche territoriali e di sviluppo delle attività economiche sul breve periodo, ma può, invece, aumentarli di molto sul lungo periodo. In altre parole, il non far nulla potrebbe costarci caro, anzi talmente caro (fino al 2% del PIL nei prossimi decenni), da condizionare negativamente ed in modo irreversibile il futuro dei nostri figli, comprese le condizioni socio economiche e la qualità della vita della popolazione.

Come adattarsi

Aumentare o favorire l'adattamento di un sistema (ambientale, territoriale o socio-economico) ai cambiamenti climatici significa prima di tutto diminuirne la vulnerabilità. Il problema fondamentale per l'adattamento è, quindi, quello di capire quanto il nostro sistema Italia sia vulnerabile ai cambiamenti del clima e quanto sia sensibile a tali cambiamenti. Tutto l'adattamento ruota fondamentalmente attorno al problema della vulnerabilità.

L'aumento della vulnerabilità è causato oggi da due fattori principali: da una parte è in atto un'espansione delle attività umane su aree territoriali che sono già a “rischio”, come le aree costiere e fluviali (a rischio inondazione), le aree collinari o montuose (a rischio di frana), le aree geologicamente instabili o non idonee per tipo e caratteristiche dei suoli a supportare insediamenti umani; dall'altra parte sono in atto lenti ma costanti cambiamenti dell'ambiente e del territorio, di cui i cambiamenti climatici sono il responsabile principale, ma anche il più evidente.

I cambiamenti dell'ambiente e del territorio, che attualmente sono poco visibili e poco percepibili in condizioni di normalità, sono, invece, ben evidenti nelle fluttuazioni estreme di tipo catastrofico che, invece, sono diventate più frequenti e più intense. In pratica, i rischi aggiuntivi indotti dai cambiamenti del clima sull'ambiente ed il territorio, si traducono in una amplificazione, spesso imprevedibile, della vulnerabilità dei sistemi socio economici e socio sanitari esistenti.

dscn5903In queste condizioni di evoluzione dell'ambiente e del territorio, impostare la prevenzione facendo riferimento a ciò che è già accaduto nel passato, affinché non accada più nel futuro, come normalmente si fa, non è più un metodo valido e sufficiente, perché, a causa dei cambiamenti del clima anche l'ambiente ed il territorio stanno cambiando: lentamente nelle loro caratteristiche medie, ma molto più velocemente nelle loro fluttuazioni estreme.

Finora le attività umane sul territorio sono state progettate e dimensionate con il presupposto implicito, o esplicito, che la situazione e le condizioni ambientali e territoriali rimanessero costanti e non mutassero col passare del tempo: un presupposto ragionevole e valido solo in assenza di cambiamenti del clima oppure in presenza di cambiamenti del clima lentissimi e, comunque, molto lenti rispetto alla vita media delle grandi opere e dei grandi interventi umani sul territorio.

Siccome però il clima sta cambiando ad una velocità molto alta, che non ha riscontri analoghi negli ultimi 10 mila anni, anche la stabilità del territorio e gli equilibri ambientali evolvono più rapidamente. Pertanto, l'entità del rischio idrogeologico non è un valore stazionario su un dato territorio, come nel passato ma alquanto variabile e generalmente in aumento. Analogamente, i rischi legati alle frane, alle alluvioni e alle siccità, non sono delle costanti caratteristiche di questo o quel territorio e di questo o quel bacino idrografico, come nel passato, ma valori molto variabili: in alcuni casi in aumento in altri in diminuzione. Anche i rischi di erosione delle coste o di inondazione delle aree costiere, stanno variando, in relazione sia all'innalzamento del livello del mare, sia all'intensificarsi di fenomeni estremi come le mareggiate, sia a fenomeni accelerati di subsidenza.

Se vogliamo affrontare i maggiori rischi di danno derivanti dai cambiamenti del clima non pssiamo organizzare la prevenzione come se tutto rimanesse immutato, cioè in condizioni stazionarie delle situazioni ambientali e territoriali, ma dobbiamo organizzare la prevenzione in condizioni variabili ed evolutive delle caratteristiche dell'ambiente e del territorio: cioè dobbiamo procedere con l'adattamento

Adattarsi, in situazioni evolutive non significa organizzare una più efficace gestione delle emergenze o rafforzare le strutture e i servizi di protezione civile come tendenzialmente si sta facendo oggi, ma, impostare i problemi di sviluppo socio-economico, inclusi i problemi della pianificazione territoriale e dell'uso delle risorse, tenendo conto dei cambiamenti del clima, della velocità delle variazioni climatiche e della velocità di variazione dei rischi naturali.

Quando adattarsi

L'adattamento richiede di avere lo sguardo rivolto al futuro del clima e non al clima attuale o del passato, rivolto ai possibili assetti futuri dell'ambiente e del territorio e non agli assetti attuali o del passato. Solo così sarà possibile individuare gli interventi più idonei per minimizzare, in relazione agli specifici contesti territoriali, le conseguenze negative dei cambiamenti climatici e per massimizzare le nuove opportunità di sviluppo.

In un mondo che i cambiamenti del clima stanno facendo evolvere rapidamente, le analisi di adattamento potrebbero mettere in evidenza criticità e problemi che si potranno porre in futuro, come per esempio la sostenibilità economica, oltre che ambientale e sociale, di certe scelte che si stanno facendo oggi o fatte nel recente passato. Le analisi di adattamento potrebbero, per esempio, evidenziare che non servono interventi di riaggiustamento, più o meno costosi per compensare perdite di beni o per ripristinare certi territorio colpiti da calamità, ma decisi interventi tesi a cambiare radicalmente metodi e tecniche di produzione economica e di uso delle risorse. In altri casi, potrebbero, invece, evidenziare che in certi ambiti territoriali servono interventi decisi per cambiare l'uso stesso del territorio o per abbandonare certe attività produttive, sostituendole con altre economicamente e ambientalmente più sostenibili.

Insomma, i cambiamenti del clima ci fanno capire che di adattamento abbiamo già bisogno oggi. Non è un problema, o solo un problema, del futuro.


Vincenzo Ferrara, 10 agosto 2007
 

*Responsabile ENEA Ambiente e Clima e organizzatore per conto del Ministero dell'Ambiente della Conferenza nazionale sul Clima che si terrà il 14 e 15 settembre a Roma