Revisioni, proposte e ulteriori approfondimenti sui tracciati dal ponte S.Venere a Castellaneta
di Vito L’Erario

Appia antica in località Madonna di Macera (Melfi, 2008)

Selciato Via Appia nei pressi di Fonte Teora (Rapolla, 2019)

Ponte sull’Arcidiaconata detto “Ponte D’Avuzzo” (Rapolla, 2008)

Appia antica da Toppo Daguzzo (Rapolla, 2008)

Appia antica verso Toppo Daguzzo (Rapolla, 2016)

Appia antica lungo strada comunale Venosa-Melfi (Venosa, 2019)

Quel che resta del Tratturo Santa Maria degli Angioli (Venosa, 2019)

Verso Monte Serico (Valle del Basentello, 2016)

Appia antica: verso località Vagnari, 2016

Catastale con indicazione probabile passaggio Appia antica (Venosa)

Fotointerpretazione da ortofoto 1997 (le frecce indicano l’Appia)

La via Appia antica, costruita nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio, il quale rettificò una precedente strada probabilmente detta Albana, venne prolungata da Benevento sino a Venosa solo nel 190 a.C. e poi successivamente fino a Taranto e Brindisi (Lazio – Touring Club, 1981). Rappresenta una testimonianza delle antiche vie di comunicazione che riprese il tracciato di più antichi tratturi utilizzati dai popoli italici, come il Tratturo Regio Melfi Castellaneta che in alcuni tratti è coincidente con il tracciato/i della Via Appia. Le “fonti madri”, da cui la prosecuzione della nostra ricerca, vedono sempre come riferimento gli emeriti studiosi quali Pratilli, Buck, Lugli, Vinson, Mommsen, Small e Marchi che hanno e stanno contribuendo alla “ricostruzione” dell’Appia. Ma anche le descrizioni fatte dai viaggiatori e studiosi come il filoso George Berkeley (1685-1753), Thomas Ashby e Robert Gardner. Questi ultimi intrapresero nella primavera del 1913 un viaggio che li avrebbe condotti da Roma a Brindisi.

Come premessa teniamo fortemente a precisare, ancora una volta, come il nostro lavoro non intende sostituirsi agli studi archeologici e topografici degli addetti e professionisti del settore, anzi, intendiamo avvalorare le ultime novità in tema di ricerca, soprattutto della topografia antica che, grazie all’ausilio di cartografie storiche, iconografiche e monografiche, pone nuovi elementi conoscitivi utili alla difficile ricostruzione di un pezzo di storia antica di duemila anni ed oltre.

Nuove ipotesi

Sulla base di nuove ricognizioni e fotointerpretazioni mappali, il tracciato da noi studiato e proposto della via Appia antica, dal Ponte Santa Venere a Castellaneta (derivazione del Regio Tratturello Orsanese e Regio Tratturello Tarantino), subisce delle revisioni – non sostanziali se parliamo di itinerario – dopo aver confrontato le varie ipotesi proposte da MiBACT (Appia Hub Geoculturale Regina Viarum) e da Paolo Rumiz, con nuovi elementi emersi durante la nostra partecipazione a giornate di studio a tema. Il convegno sui beni comuni organizzato da Italia Nostra Vulture in cui è emerso il grande lavoro di ricerca da parte della Prof.ssa Marialuisa Marchi e le due giorni di studio della Regina Viarum organizzato dall’Archeoclub di Melfi e Venosa, ci hanno consentito di apprendere nuovi elementi che abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento: grazie all’ausilio di software GIS capaci di confrontare dati mappali nel tempo, oltre ad una puntuale ricognizione sul territorio, alla ricerca di tracce ancora esistenti capaci di condizionare un lavoro cominciato nel lontano 2008, quando decidemmo di estenderlo anche all’itinerario della via Appia antica, partendo dal toponimo Toppo Daguzzo in territorio di Rapolla, ove conducemmo una piccola indagine su campo da cui l’ipotesi oggi avvalorata dalla stessa Marchi.

Fatta questa importante premessa è ora utile ragionare, sempre in termini probabilistici, in merito alla revisione del tracciato in esame. Le cartografie utilizzate vanno dalle ortofoto del 1988, a quelle del 1994, 1997 e 2003, oltre alle carte IGM 25k e 100k già collaudate nelle precedenti osservazioni. Di particolare interesse sono le carte storiche del IX secolo messe a disposizione dal sito https://mapire.eu dove, se da un lato risultano interessanti molti toponimi (es. alla Taverna diruta vicino la cappella di Macera compare la dicitura di Gatta) in diversi casi la viabilità che dovrebbe ripercorrere la via Appia antica risulta parziale (es. dopo il vallone Mannucci in territorio di Venosa). Alle suddette vanno aggiunte le carte catastali dell’Agenzia dell’Entrate consultabili in ambiente QGIS e le mappe d’impianto catastali messe a disposizione dal portale cartografico RSDI della Regione Basilicata.

Ma vediamo le 12 aree su cui abbiamo apportato le suddette revisioni.

Area 1 Torre della Cisterna (Melfi) 

In questo segmento si è intervenuti ipotizzato un tracciato traslato di circa 200 m verso SO grazie alle tracce su campo osservabili dalle ortofoto del 1988 e del 1994. Dopo aver attraversato Torre della Cisterna, il tracciato tangeva il bosco di Palorotondo per poi proseguire verso Isca della Ricotta. Un’area, questa, purtroppo interessata da impianti eolici e strade di servizio che hanno cancellato i connotati storici rimasti solo sulle cartografie. Clicca qui per visualizzare

Area 2 Albero in Piano (Melfi e Rapolla)

In questa località, seppur alcuni studiosi ritengono che il segmento da Madonna di Macera a Fonte Teora sia oggi non più esistente, riteniamo invece che la strada sia ancora presente grazie al selciato riscontrabile in alcuni punti (purtroppo anche in questo caso, mega progetti eolici hanno snaturato fortemente il paesaggio e compromesso la viabilità antica, oggi divenuta di servizio ai suddetti impianti energetici), seguendo la rotabile ancora sterrata, catastalmente denominata strada provinciale Melfi – Rendina che passa proprio vicino al trigonometrico Albero in Piano e sino a giungere a Masseria Caselle (proprio nei pressi di Fonte Teora). Dalla suddetta masseria, l’Appia doveva attraversare il pianoro Albero in Piano, oggi coltivato a vigneto, per poi incunearsi verso il terminale della strada nazionale Vecchia le Rampe che conduce al ponte di origine romana dell’Arcidiaconata catastalmente denominato Ponte D’Avuzzo (dal toponimo del sito eneolitico Toppo Daguzzo) e il sito dove è stato rinvenuto il famoso Sarcofago di Rapolla, oggi custodito nel museo di Melfi. Proprio quest’area è sottoposta a vincolo archeologico (beni paesaggistici artt. 136 e 142 D.Lgs. 42/2004 e s.m.i.) come si evince dal Regolamento Urbanistico del Comune di Rapolla (L.R. n.23/1999). Clicca qui per visualizzare.

Area 3 Masseria Grimolizzi – Vallone Acqua Rossa (Venosa)

Nel caso di specie va soltanto segnalata una leggera traslazione del tracciato di circa 40 m verso il vallone Acqua Rossa, in quanto si ritiene che l’Appia non seguisse l’attuale strada asfaltata, detta Via Venosina (SP ex SS168) ed in particolare il tornante sotto la masseria Grimolizzi, ma che seguisse una linea retta a congiunzione dell’attuale strada Piano del Cerro accatastata come Tratturo vicinale Vallelonga. Clicca qui per visualizzare.

Area 4 Piani di Forno (Venosa)

Esaminando il tracciato da Cava di Rena al Vallone della Spada – coincidente con la provinciale ex SS168 – all’altezza del Km 7 si può osservare un tratto di circa 190 m oggi canale di scolo delle acque, che dalle carte catastali (Mappe di Impianto) viene, invece, indicata come strada comunale Melfi-Venosa, mentre i successivi 110 m sono della strada vicinale Piani della Quercia. Ne consegue che l’Appia doveva coincidere con questi 300 m sino a intersecare e attraversare l’attuale provinciale ex SS168 per poi proseguire verso il Vallone della Spada e la Starza. Clicca qui per visualizzare.

Area 5 Masseria Ferrenti – Santa Maria della Scala (Venosa)

Acclarato che la Regina Viarum risalisse dal Vallone della Spada per ricongiungersi con la via Venosina, la provinciale ex SS168, va osservato e sottolineato che il tracciato doveva risalire verso l’altopiano Toppo di Costanza e passare vicino la Masseria Ferrenti e proseguire lungo il crinale, sino ad incunearsi verso il Vallone Contista, per poi risalire verso la strada comunale da Melfi a Venosa e il Tratturo Santa Maria degli Angioli, oggi non più esistente perchè area di insediamento produttivo e residenziale. A tal proposito si ritiene importante citare lo studio “Venosa, organizzazione del territorio e vie di comunicazione (Marialuisa Marchi) in M. Mascolo (ed.) Catalogo della mostra La cultura ebraica scritta (Bari-Venosa), Bari 2014 pp.109-119. Clicca qui per visualizzare.

Area 6 centro abitato di Venosa

Dalle carte IGM 25K e catastali, il Tratturo Santa Maria dell’Angioli si innestava all’attuale via Melfi con l’incrocio di via Giustino Fortunato (una volta passaggio pubblico per mappe d’impianto catastali). Da questo punto in poi si hanno poche notizie del tracciato, che sembrerebbe non dovesse attraversare il centro abitato, ma lambirlo per poi dirigersi verso il Vallone del Reale. Tra le ipotesi più recenti l’Appia doveva proseguire parallela alla via Diaz, attraversando l’attuale scuola elementare Giovanni XXIII per poi incunearsi in via delle Fornaci attraverso la strada di Santa Marinella o alla cosiddetta via Venosina, dove nei pressi è ancora presente la Fontana La Romanesca di probabile origine romana. Clicca qui per visualizzare.

In ogni caso, restano aperte le ipotesi che il tracciato poteva seguire via Melfi sino alla Madonna del Buon Cammino (la nostra ipotesi primaria) che le stesse carte catastali (mappe d’impianto) denominano via Venosina – il percorso seguirebbe l’attuale via Luigi La Vista per poi dirigersi verso via Giordano Bruno e le vie delle Fornaci. E’ proprio in queste aree che il percorso è di difficile individuazione per via delle numerosi trasformazioni del territorio: è utile consultare la planimetria in ambito urbano di fine ottocento (Venosa tra Ottocento e Novecento – T. Garzia, Appia 2 Editore) in cui è visibile il Sepolcro di Marcello e il Tratturo Santa Maria degli Angioli, la Porta Fontana e la via (attuale via La Vista) che indurrebbe a considerarla come percorso della Regina Viarum “fuori le mura” dell’antica Venusia.

Area 7 da Fontana Rotta a Fontana Fico (Palazzo San Gervasio)

I questo caso, dopo ulteriori analisi, si è dedotto che i due toponimi indicati dalle fontane di epoca romana, Rotta e Fico in agro di Palazzo San Gervasio, dovevano unirsi linearmente, assumendo un profilo geometrico più consono alle caratteristiche dell’Appia antica che, doveva passare dietro il cimitero comunale e non davanti come abbiamo ipotizzato in principio. A tal proposito ci vengono ulteriormente in soccorso le mappe di P. Vinson (Ancient roads between Venosa and Gravina, PBSR/1972, p.69) pubblicate sul testo Da Venusia a Venosa, itinerari della memoria – A. Motta, 1993 Appia 2 Editrice. Da segnalare, inoltre, che dopo la fontana Fico, il tracciato viene spostato di circa 90-100 m e per 1,3 km in lunghezza in asse con il pozzo Pagliore (quota 406 m slm su base IGM25k), per poi proseguire lungo la S.P. n.79 Marascione-Lamacolma. Clicca qui per visualizzare.

Area 8 Piano Madama Giulia (Banzi)

Il tracciato viene traslato verso SO in sovrapposizione del vecchio Tratturo comunale Palazzo-Irsina per circa 1,5 km in corrispondenza delle quote 381 e 388 m slm con base IGM25k. Clicca qui per visualizzare.

Area 9 Monte Serico – Piana della Regina (Genzano di Lucania)

Come già scritto prima, la via doveva seguire il tracciato del vecchio Tratturo comunale Palazzo-Irsina. A circa 430 m dal crocevia con la strada comunale detta della Regina, l’Appia seguiva il vecchio tratturo non più coincidente con la strada provinciale del Marascione, sino ad attraversarla verso Piana della Regina (quota 337 m slm) e risalire nuovamente verso la provinciale citata e sino cippo che abbiamo riscontrato nelle precedenti ricognizioni. Clicca qui per visualizzare.

Area 10 Fontana Vetere (Genzano di Lucania)

La prima ipotesi seguita dell’Appia, che passasse tra le Masserie Paglia D’Allonza e Mastronicola, rimane in piedi per via del Tratturo comunale per Gravina che si manteneva sul crinale. Ma successive analisi hanno prodotto l’ipotesi che la Regina Viarum giungesse tramite la SP n.79 del Marascione, coincidente con il Tratturo comunale Palazzo-Irsina, sino alla Fontana Vetere per poi deviare e proseguire parallela all’omonimo vallone. Questa è l’ipotesi accredita da P.Vinson che abbiamo deciso di considerare nell’itinerario, nonostante restino forti dubbi sul tracciato da Fontana Vetere alla congiunzione del Tratturo comunale Spinazzola-Irsina. Clicca qui per visualizzare.

Area 11 Vagnari (Gravina in Puglia)

Questa località è stata oggetto di studio, essendo un sito pluristratificato, abitato dalla tarda età del ferro al periodo romano quando veniva adibita al pascolo degli animali (P. Favia, R. Giuliani, A. M. Small e C. Small – La Valle del Basentello e l’insediamento di Vagnari in età tardoantica, Ed Edipuglia 2005). Il tracciato al km 12 della SP n.26 viene traslato in direzione S a congiunzione lineare delle quote 314 e 353 ms slm per una lunghezza pari a km 1,180 in cui sono visibili le tracce di una vecchia e antica via che doveva essere, per l’appunto, la Regina Viarum. Clicca qui per visualizzare.

Area 12 Piano San Felice (Gravina in Puglia)

Dopo aver attraversato l’area di Vagnari, l’Appia antica deviava a SE verso il Piano di San Felice. Anche in questo caso il tracciato viene traslato dai 10 ai 40 m verso SO e per circa 650 m in lunghezza. La seguente revisione è da attribuire alla migliore fotointerpretazione delle ortofoto del 1988 e del 1997 che hanno fornito ulteriori elementi conoscitivi. Clicca qui per visualizzare.

Conclusioni

Come già ampiamente espresso nel nostro testo “Il Cammino di Puglia, il Tratturo Regio Melfi Castellaneta e la via Appia”, e in questo sito web, il difficile lavoro di “ricostruzione topografica” della Regina Viarum è fortemente condizionato dalle trasformazioni cruente del territorio. Da Isca della Ricotta e Torre della Cisterna, in territorio di Melfi, passando per Madonna di Macera e Albero in Piano, tra Melfi e Rapolla, i progetti eolici autorizzati dagli enti preposti possono considerarsi un’offesa alla memoria storica dei luoghi, rimasti quasi integri sino ad un decennio fa.

Resta una grande amarezza nel visitare questi territori, ormai sfregiati e forse irrimediabilmente perduti. Ciononostante si continuano ad autorizzare impianti eolici in aree che dovrebbe essere interdette, con un Piano Paesaggistico Regionale che sembra più un mero adempimento che un forte strumento di contrasto a tutela del paesaggio e del bene comune.

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