di Antonio Bavusi 

spiaggia_metapontoIn questi ultimi anni l’erosione costiera avanza incessantemente lungo tutto il litorale metapontino causata principalmente dalla riduzione del trasporto di inerti da parte dei fiumi Lucani. Conseguenza, oltre che da alcune stesse cause che provocano la desertificazione (dighe e traverse poste lungo alveo dei fiumi Agri, Sinni, Bradano, Basento)…

anche dell’incontrollato prelievo di inerti operato da numerosi cantieri, soprattutto da quelli in prossimità delle foci fluviali interessate di recente dalla costruzione di porti e mega villaggi turistici. Nel periodo estivo le foci dei fiumi sono infatti privi quasi completamente di acqua dolce.L’erosione ha già determinato la scomparsa di alcuni manufatti e strutture turistiche, che sono finiti in mare; in molti tratti sta intaccando la fascia boscata, le dune fissate con l’acacia saligna e realizzate con i lavori prima citati; sta modificando la composizione stessa della spiaggia, che, quando non scompare, da sabbiosa diviene ciottolosa (poiché la sabbia viene erosa).Numerosi studi e convegni sono stati svolti sulla tematica ma nessun intervento concreto è stato ancora programmato. Di certo, in passato, è stato sottovalutato l’impatto delle grandi opere a monte della costa ed è certamente qui che bisognerebbe intervenire per ovviare al grave problema.

Come dire che i problemi del mare si risolvono in montagna. Vi sarebbero, infatti, soluzioni tecnologiche da applicare agli invasi artificiali per evitarne, tra l’altro, l’interramento.Interventi palliativi e molto rischiosi per il ricambio idrico sottocosta potrebbero tentarsi a mare. Sono molto rischiosi e di sicuro impatto negativo le “barriere frangiflutti” o i “pennelli” perpendicolari o paralleli alla linea di costa. Le protesta_erosione_costa“idrovore” che succhiano acqua e sabbia dal largo per spargerla sulla battigia provocano la desertificazione, la scomparsa della biodiversità dai fondali. Interessanti e, forse, meno impattanti sarebbero le soluzioni che mirano a ridurre la forza erosiva del moto ondoso con interventi “soffolti”, ovvero sotto il livello dell’acqua. Sono stati già proposti interventi che mirano a rinfoltire e proteggere le praterie di poseidonia.

Purtroppo, allo stato attuale, gli unici ad agire sono i pescherecci che con la pesca a strascico sottocosta, demolendo ulteriormente la fragile possibilità delle alghe di fissarsi sui fondali finiscono per sottrarre alla costa la loro indispensabile azione di “freno” sul moto ondoso. Tanto si cita per evidenziare uno dei tanti danni causati da questo tipo di pesca.

protesta degli operatori balneari contro l'erosione (Bernalda 2010)


Parco dell'Arco Ionico Lucano, un parco di carta
 

La proposta del Parco della costa Ionica Lucana, esteso tra le foci del Sinni e del Bradano, con possibili ulteriori territori compresi nella valli fluviali appartiene ad una unità fisiografica che da Rocca Imperiale arriva fino a Ginosa Marina.  Localizzato nel golfo di Taranto si identifica geologicamente con la parte nord-occidentale del margine meridionale dell’Avanfossa Bradanica, profonda depressione marina compresa tra la catena appenninica e le Murgie pugliesi, che collegava nel Pliocene il mar Ionio con l’attuale golfo di Manfredonia e che attualmente prosegue nel Mar Ionio formando un canyon sottomarino in alcuni punti profondo oltre 4.000 metri che si prolunga sino all’estremo margine della Calabria. In una fascia di una cinquantina di chilometri si pancrazio_marittimoindividuano i tratti terminali e le foci di ben cinque fiumi che procedendo da NW verso SW sono il Bradano, il Basento,  il Cavone , l’Agri e il Sinni, insieme a numerosi fossi secondari diventati tali in seguito a fenomeni di cattura a monte da parte dei principali corsi d’acqua. Questi sviluppandosi con andamenti pressoché paralleli tra loro si dispongono perpendicolarmente alla linea di costa con un andamento a meandri ben evidenti nei fiumi Basento, Cavone e Bradano. Arrivando al mare in un ampio letto alluvionale il Sinni e con meandri  incassati gli altri versano il loro carico di sedimenti sottratto per lo più a terreni incoerenti delle unità appenniniche e della fossa bradanica, quali le argille scagliose e i sedimenti terziari in fase di flysch o come le sabbie e le argille del pliocene e del pleistocene. Tali sedimenti distribuiti lungo il litorale tramite l’azione delle correnti marine e del moto ondoso hanno portato nel tempo alla costituzione di ampie spiagge di ampiezza variabile tra i 10 e i 50 metri che, mentre nella parte più meridionale sono costituite da sabbie ricche di quarzo, feldspati e pirosseni frammiste a lenti di ciottoli con diametri massimi di 10 cm, diventano del tutto sabbiose tra il Basento e il Bradano. L’azione di trasporto del vento sui materiali più asciutti e quella stabilizzatrice della vegetazione ha determinato la formazione di complessi dunali in cui sono individuabili fasce di dune di diversa età, con altezze che in alcuni tratti raggiungono anche i 12 metri. Le più giovani, più prossime alla costa e ancora mobili, sono ricoperte da specie vegetali pioniere mentre quelle più antiche sono ormai stabilizzate per la presenza dalla macchia mediterranea o di boschi. La presenza di cordoni dunali di vario ordine, oggi in alcuni tratti smantellati dall’erosione o dalle attività antropiche di spianamento da parte di incauti operatori turistici, ha determinato per tutta l’area una difficoltà di drenaggio delle acque e la formazione in passato di ampie depressioni, che mal drenate per l’affioramento di lenti di argilla o di limo, formavano ampi tratti paludosi. Negli ultimi cinquanta anni tali aree sono state bonificate con la realizzazione di impianti idrovori che raccolgono le acque e le convogliano tramite reti idriche al mare.L’intero territorio, diventato dopo al riforma agraria sede di una agricoltura fiorente, appare diviso in campi regolari racchiusi tra stradine e canali di scolo delle acque, ma la presenza di acquitrini retrodunali e depositi di torba rinvenibili in vari luoghi testimonia ancora oggi la realtà del passato.

Evolutasi nell’arco degli ultimi seimila anni, cioè da quando il livello del mare si è stabilizzato ai livelli attuali, la morfologia del territorio porta i segni di continue variazioni. Sono evidenti antiche conoidi di deiezione e vecchi tracciati fluviali meandriformi riconoscibili nei pressi dell’attuale percorso dei fiumi Basento e Bradano che  permettono di ipotizzare uno spostamento verso sud – ovest dei letti e delle foci di questi corsi d’acqua, spiegabili con piccoli movimenti tettonici o con l’azione delle correnti marine e con la formazione ed evoluzione delle dune costiere.

Il fiume Sinni e l’evoluzione dell’erosione costiera 

Se i dati storici ci permettono di individuare un protendimento della linea di costa dal 1873 al 1949 in alcuni tratti, come tra la foce del Sinni e dell’Agri, valutabile intorno anche  ai  300 m, dall’inizio degli anni 50 ad oggi il fenomeno è sicuramente in netta inversione. Si registra infatti un arretramento della linea di costa che talora raggiunge i 4 metri all’anno e a farne le spese oltre alla spiaggia  sono anche i cordoni dunari. Nel metapontino l’arretramento complessivo è valutabile tra i 50 e i 200 metri, il cordone più esterno è quasi del tutto scomparso mentre il secondo mostra scarpate di erosione alte anche 4 metri. Gli studi effettuati escludono come possibili cause il sollevamento tettonico dell’area o  le variazioni del livello marino e concordano nell’attribuire il fenomeno alla drastica riduzione degli apporti detritici da parte dei corsi d’acqua che finisce per non compensare lo spostamento dei sedimenti verso N-W a causa delle correnti marine e delle ondazioni. Il fenomeno è avvalorato dalla presenza di serpentiniti e ofioliti provenienti dalla foce del Sinni sulla costa tarantina e dallo studio dei volumi dei detriti trasportati in sospensione o come carico di fondo dai fiumi, che appaiono nettamente in diminuzione rispetto al passato.escavazioni di inerti fluviali sul SinniTanto è da attribuirsi ad un mancato controllo dei processi di trasformazione antropica che avvengono nei bacini idrici come la costruzione di dighe e traverse, le sistemazioni fluviali e forestali, il consolidamento dei corpi franosi nei bacini idrici, l’estrazione di inerti negli alvei attivi, la variazione delle sezioni fluviali dei corsi d’acqua e la presenza di infrastrutture stradali.A compromettere l’equilibrio del litorale si aggiungono altri processi antropici di modificazione ambientale quali lo sfondamento  o lo spianamento dei cordoni dunari a ridosso delle spiagge per scopi urbanistici o balneari, la costruzione  di strade parallele o perpendicolari ai cordoni, di ampi parcheggi e manufatti di ogni tipo che finiscono per interrompere il profilo di difesa naturale della costa.Sempre legato alle attività balneari è il calpestio dei fruitori estivi delle spiagge che finisce per creare canali di vento capaci di incrementare rapidamente l’erosione.Appare inconcepibile in questo contesto l’ipotesi più volte ventilata della costruzione di opere marine che interferiscono direttamente sulla dinamica dei litorali. Un porto o anche una foce banchinata determina infatti un aggravio dell’erosione per chilometri di costa.Laddove la protezione delle dune litorali è venuta a mancare le pinete e la vegetazione arborea  sono state inesorabilmente depauperate.Il  sistema di dune, infatti, sopraelevato rispetto alla spiaggia e al mare, costituisce un ostacolo naturale contro l’ingressione marina a danno, in primo luogo, proprio degli spazi balenabili e delle strutture. Il progressivo smantellamento della duna oltre a determinare danni alle strutture turistiche e un indebolimento delle difese naturali atte a proteggere il litorale ionico, favorisce la penetrazione delle acque marine nell’entroterra  alterando in modo irreversibile i parametri chimico-fisici delle falde acquifere, con la risalita di acqua salmastra nei pozzi irrigui. E proprio il prelievo incontrollato attraverso i pozzi aggrava ulteriormente il fenomeno. Infatti l’abbassamento conseguente della falda freatica creando una subsidenza dell’area provoca l’abbassamento del territorio e  l’ingressione del mare sulla terraferma.La complessità dei fenomeni evidenziati, talora non ancora pienamente conosciuti, ci obbligano a individuare nuove strade da percorrere per un approccio con il territorio che, attraverso una programmazione che tenga in maggior conto i delicati equilibri geodinamici, consenta di evitare azioni sconsiderate che possano compromettere il bene ambientale e con esso il benessere duraturo delle popolazioni. 

Il parco dell’arco ionico 

L’area della proposta del Parco dell’Arco Ionico Lucano si sviluppa a valle della Strada Statale 107 Ionica, tra quest’ultima e il mare comprendendo la fascia boscata, larga dai 2 ai 4 Km, parallela alla duna sabbiosa attraversata dai 5 fiumi lucani che sfociano nel mare jonico; le loro foci sono state individuate dalla Regione Basilicata come siti dove sono presenti habitat e specie floristiche e faunistiche di interesse comunitario (4 S.I.C. e un SIC/ZPS) e sono stati proposti alla U.E. per il loro riconoscimento all’interno della Rete Ecologica Europea Natura 2.000 (circa 3.000 ha). Oltre questi ambienti, importanti per il mantenimento della biodiversità nell’Unione Europea, è presente una fascia forestale – costituita prevalentemente da pinete – realizzata dalla fine degli anni 40 in poi, attraverso una importante opera idraulico-forestale, preliminare alla Riforma Fondiaria,  per bonificare l'area dagli acquitrini e dalla presenza della malaria, fissare la duna costiera, proteggere dall'aerosol marino le colture agricole del metapontino. Questa fascia forestale appare oggi particolarmente adatta ad una forma di turismo “leggero”, non invasivo, sostenibile.  All’interno ricadono siti archeologici della Magna Grecia, emergenze ambientali e biotopi naturali. Ad est l’area  è delimitata dal Parco Archeologico di Metapontum ed a sud dalla Riserva Naturale Regionale Bosco Pantano di Policoro. E’ l’area naturale più importante, dal punto di vista naturalistico e scientifico, dell’intero arco jonico. Secondo alcuni studiosi, per le peculiarità, per la presenza di specie nuove per la scienza, la sua importanza scavalca i confini nazionali. La superficie complessiva dell’area protetta è costituita da circa 550 ha tra gariga, salicornieto, macchia mediterranea, con presenza di ecotipi pregiati e foresta umida ai quali vanno ad aggiungersi altri 400 ha tra aree agricole e pineta compresa nella superficie vincolata a Riserva Naturale Orientata (individuata anche come ZPS, Zona di Protezione Speciale, alla U.E.).Per le aree agricole circostanti, la Provincia di Matera, nel rispetto delle finalità della legge istitutiva della riserva Bosco Pantano di Policoro, nella proposta di regolamento di gestione ha previsto “l'attività di agricoltura biologica ad alto livello qualitativo sulle aree agricole ricomprese nella riserva e nelle aree contigue alle stesse”. Qui di seguito vengono indicati i principali fattori di rischio a cui è sottoposta l’area. 

Rischio di inondazione 

Il rischio "naturale" più concreto al quale il territorio è sottoposto sembra essere quello dell'inondazione idraulica. Questo rischio va valutato anche in rapporto ai rilevanti interventi in materia delle acque superficiali che, come già detto, hanno posto a regime idraulico la pianura metapontina attraverso la bonifica integrale e le aste dei corsi d'acqua principali, attraverso la costruzione, a monte di una serie di serbatoi artificiali, alcuni dei quali di notevoli dimensioni. Non bisogna assolutamente trascurare la costante verifica della capacità di tenuta degli sbarramenti (specialmente di quelli più vecchi, localizzati nelle aree sismiche, non costruiti in terra battuta), anche se alcuni considerano che, sino ad oggi, la maggior parte di essi hanno superato senza problemi numerosi momenti di stress.Attualmente il maggior pericolo sembra legato al mutato regime termo-pluviometrico. Si registrano infatti, sempre più frequentemente, precipitazioni di eccezionale intensità concentrati in periodi brevissimi dell’anno. Occorre monitorare la loro capacità di sviluppare o di riattivare movimenti di frana, come hanno dimostrato eventi alluvionali degli anni scorsi, nei bacini imbriferi, o peggio ancora, direttamente nei laghi artificiali (rischio Vajont). L’eccessiva presenza ed azione antropica prevista nelle aree in esame è certamente deleteria per la conservazione delle caratteristiche naturali e scientifiche dei siti di interesse comunitari prima citati.Un’altra problematica che riveste particolare e non irrilevante importanza per avviare processi e/o interventi di restauro ambientale è connessa alla “proprietà” delle aree. Il fatto, ad esempio, che gran parte dell’area “occupata” dal Bosco Pantano sia in mano a più proprietari ha ostacolato, sino ad oggi, qualsiasi iniziativa, sia pubblica che privata, volta a tutelare il biotopo.Occorre precisare che le problematiche, appresso elencate singolarmente, sono interconnesse tra loro. E’ necessaria, per bene interpretare i fenomeni in atto, una visione sistemica della realtà in quanto un sintomo, un fenomeno evidente è, spesso, legato ad un altro poco apparente, anche se determinante.