di Pietro Dommarco

calanchi_lucaniI dati sono allarmanti, le facce delle genti lucane “coperte” di rassegnazione e le storie di quel Cristo che effettivamente si è fermato ad Eboli sono sempre più ricorrenti, perché mai si è scovata la strada per arrivare in mezzo ai nostri luoghi ameni…

Nel tempo odierno, dove molte discussioni politiche sono incentrate sui comitati pro-Lucania di qualche regione limitrofa e la volontà, soprattutto amministrativa, (…mettiamo da parte il senso di appartenenza all’Antica Lucania, almeno per il momento…) verte sull’annessione al nostro territorio, noi lucani – quelli che non se ne sono andati – possiamo mettere soltanto la presenza di qualche “cristiano”. Siamo tutti spopolati, emigrati, disoccupati, cassaintegrati. Per carità, c’è anche chi ce la fa, chi resta, chi non demorde, chi vince, chi si batte, chi si lamenta. La fine è alle nostre calcagna e c’è la necessità di cambiare tendenza; urgono interventi che vadano nella direzione opposta a quella più volte imboccata e serve tanta, tanta chiarezza.

tavole_palatine-1I nostri piccoli centri urbani, quelli delle aree interne, quelli che per raggiungerli ci vogliono ore di macchina, quelli che non hanno un distributore di carburante, quelli che hanno solo mulattiere, quelli che d’inverno per la neve si bloccano per giorni e giorni, quelli senz’acqua, quelli che hanno il petrolio ma non hanno posti di lavoro, quelli che a stento chiudono i bilanci, annaspano nel degrado e cedono il passo allo spopolamento. Sembra demagogia questa, un piagnisteo continuo (…forse…), ma in realtà sono macigni.

A restare sono solo gli anziani, le cifre relative alle nascite sono sconfortanti, i giovani – quelli del Patto – non hanno fatto una grinza alle nuove misure occupazionali perché c’è sfiducia, una sfiducia generalizzata, un malcontento latente che blocca le menti, la voglia di fare, che serve a riempire le valigie e prendere il primo treno verso nord, quelli che partono e che non si fermano per strada.

Ci sono delle priorità, che devono essere appuntate nelle agende politiche, senza mezzi termini, senza poi (i “se” e i “ma” lasciamoli stare). Qui è doveroso parlare di sviluppo; puntare sulle nostre risorse e crescere con quelle: territorio, ambiente, parchi, acqua. Le anomalie sono tante. Qui bisogna decidere da che parte stare, quale programmazione economica dare alla nostra regione: puntare sui parchi, sulla valorizzazione delle nostre bellezze paesaggistiche come traino di un’economia turistica vista l’enorme propensione o puntare tutto sullo sfruttamento e l’Energia? E in quest’ultimo caso subentrerebbe il ruolo della Sel della quale ancora non si  conosce lo Statuto. Siccome credo che non possiamo stare con un piede in due scarpe, bisogna far presente qual è la strada che porta al miglioramento, alla creazione di posti di lavoro. Bisogna decidersi, perché di questo passo imboccare le due strade, parallelamente, mi sembra, non solo inopportuno, ma anche imbarazzante per una coabitazione che presto risulterà difficile. Fin quando la partecipazione e il coinvolgimento delle comunità resteranno misure non applicate, fin quando continueremo a finanziare parchi eolici con la Legge 488 e che non creano nessun posto di lavoro, fin quando il controllo sui finanziamenti arrivati sul territorio saranno nulli, fin quando lasceremo cadere nell’abbandono la ricchezza culturale ed artistica dei nostri centri storici, fin quando continueremo ad accontentarci delle minestre riscaldate e dei piatti di lenticchie, fin quando lasceremo campo libero agli imprenditori della domenica, alle fabbriche mordi e fuggi, ai seminatori di illusioni senza programmare il nostro futuro puntando sull’innovazione, sullo sviluppo sostenibile (che sia sostenibile davvero), cercando di superare le contraddizioni, imparando ad “ascoltare” i bisogni, puntando sulle qualità e sui necessari cambi generazionali ci rimarrà poco da, forse solo un po’ della mia retorica…