di Antonio Bavusi

oleodotti_valdagrisul sito "oil price" quotidianamente vengono fornite le quotazioni in petrodollari del greggio su scala mondiale. Un sito questo che i lucani non consultano preferendo assumere informazioni direttamente alla pompa o dal benzinaio sotto casa che quotidianamente aumenta il prezzo dei carburanti.

Quasi nulla arriva nelle loro tasche dalle ormai famose royalties petrolifere, vanto dei vari governatori succedutisi alla guida della Regione dal 1999 in poi, in quello che viene ormai definito il nuovo emirato arabo in Europa, grazie ai suoi 2/3 del territorio ipotecato dalle multinazionali petrolifere. Ma non siamo nel deserto saudita. 


watchpetrolio

Il potenziale stimato del giacimento di idrocarburi solo in Val d’Agri è di oltre 900 milioni di BOE  (Barili di Olio Equivalente). Il valore complessivo monetario del giacimento ammonterebbe dunque a circa 20 miliardi di dollari. Una cifra stratosferica, anzi astronomica che farebbe gola alle famose sette sorelle del petrolio che sarebbero ben contente di contendere alla “compagnia di bandiera” lo sfruttamento del giacimento considerato il più grande d’Europa in terra ferma. Una terra però tutt’altro che ferma. Regione ricca di sorgenti, boschi e instabile per le frane. Ma anche terra di  emigrazione.

Ma proviamo a fare qualche conto in tasca ai petrolieri. Attualmente, secondo i dati forniti da ENI, si estraggono in Val d’Agri 76 mila barili di greggio al giorno e l’ammontare complessivo fino ad ora estratto, sempre secondo ENI, ammonterebbe a 6, 8 milioni di barili. Una quantità di petrolio  estratta in circa dieci anni attraverso una trentina di pozzi attivi in Val d’Agri. Una percentuale molto al di sotto della capacità del giacimento che lascerebbe supporre un eldorado sconfinato, un pozzo nero senza fondo. Se anche fosse possibile sfruttare solo il 20% della capacità complessiva stimata occorerebbero, con questi ritmi di estrazione, altri 20 anni per esaurire il giacimento.

oilpriceStiamo parlando ovviamente solo di ipotesi. Le cifre vere non le conosceremo mai. Sicuramente sono di molto superiori a quelle ufficiali. Basterebbe mettere un contatore sul grande oleodotto che affianca i tubi dell’acquedotto dell’Agri e che convoglia per 140 chilometri il greggio estratto dalla Val d’Agri alle raffinerie di Taranto per saperlo. I barili di petrolio effettivi costituiscono però “dati sensibili”. Vengono quindi oscurati persino nei documenti ufficiali come quello che recentemente la Total ha imposto al CNR  ed alla Regione Basilicata sulla cosiddetta “tomografia sismica”, una sorta di scannerizzazione del sottosuolo del giacimento Tempa Rossa (ex concessione Gorgoglione) che dopo la Val d’Agri sembrebbe essere quello più vasto in Basilicata dove la compagnia francese sta costruendo il Centro Oli di Corleto Perticara nel silenzio dei media. Nella terra del silenzio viene imposto il silenzio di Stato, anzi il segreto industriale. La Regione ha conseguentemente imposto nei propri atti ai ricercatori di tenere le bocche cucite sulla reale entità del giacimento nonostante l’invocata trasparenza degli atti sancita nello Statuto. Nella sostanza i petrolieri hanno imposto di parlare in Basilicata solo di percentuali di royalties che rappresentano simbolicamente le briciole di una torta che nessuno sa quant’è grande ed estesa, salvo chi possiede la ciliegina sulla torta del giacimento dei petrodollari. La percentuale delle royalties ammonta attualmente al 7% secondo il Decreto Legislativo 25/11/1996 n. 625 che riduceva, guarda caso prima dello sfruttamento della Val d’Agri, le percentuali più elevate indicate dalle leggi precedenti (erano dell’8% e del 9 % secondo la L.613/67). Solo il 30% del 7% trasferito allo Stato diventa royalties petrolifera che viene erogata direttamente alla Regione, anzi alle Regioni. Pare infatti che anche in Puglia arrivino le royalties del petrolio lucano, proprio grazie alle raffinerie a Taranto che lo lavorano. Cifre da terzo mondo: il Congo intasca ad esempio il doppio dalle royalties pagate dai petrolieri in Basilicata. Percentuali maggiori  vengono erogate ai governi nei paesi ricchi come la Norvegia che ha finanziato interamente il Welfare State, le pensioni, le assicurazioni, il lavoro giovanile, tesaurizzando le restanti somme per il futuro e per linvestimenti in fonti rinnovabili. Lo Stato Italiano è più generoso. Decide di finanziare, attraverso il CIPE, le compagnie petrolifere restituendo loro i soldi che ha incassato per le concessioni lucane e forse di più. In 10 anni il CIPE ha finanziato alle compagnie che operano in Basilicata circa 1 miliardo di Euro ed altrettanti sono stati accordati attraverso la BEI (Banca Europei Investimenti). Nella cassaforte della tesoreria della Regione Basilicata sono già arrivati 291 milioni di Euro dalle royalties (il 30% del 7%) dei 346 milioni di euro fin ora maturati. Una cifra assoluta irrisoria ma una bella cifra per i Lucani!. C’è chi oggi chiede di ricontrattare con l’ENI le percentuali delle royalties, nonostante le leggi  impongano  il 7%, dimenticando che già qualcuno si è prodigato a chiedere gratis tutto il gas estratto in Basilicata con risparmi sulla bolletta energetica per i Lucani.

Solo 1/3 delle royalties erogate è stato speso dalla Regione (Programma Val d’Agri, POR, etc,). Una parte di questa cifra è arrivata direttamente nelle casse dei comuni petroliferi. Essi però non sanno come spendere queste ingenti somme. E’ il caso del Comune di Viggiano che da diversi anni tenta di inventare un progetto, temendo che sfumi la realizzazione della Fondazione Mattei promessa dall’ENI nell’accordo con la Regione Basilicata del 1998.  I giovani lucani però continuano ad emigrare al ritmo di 2.000 all’anno, mentre quelli che restano non riescono a trovare lavoro nell’industria estrattiva, nelle aree industriali, nell’agricoltura e persino nel precariato agricolo forestale. Questo settore rappresenta un serbatoio di voti a cui continua ad attingere elettoralmente a piene mani la classe politica locale per potersi garantire qualche scanno presso un ente o in parlamento per poi chiedere ( ed in qualche caso ottenere) in cambio dello sfruttamento petrolifero la costruzione di opere inutili in una terra dal futuro ormai sempre più incerto.

Ma ormai è convinzione diffusa che gli utili del petrolio e del gas del sottosuolo lucano sono di chi possiede trivelle e gli oleodotti mentre il resto sono solo “promesse da marinaio”, in una regione che rischia di diventare pattumiera d’Europa, nonostante le sue enormi ricchezze naturali.