Dalla memoria cartografica della Dogana di Foggia alla salvaguardia dei tratturi
* di Antonio Bavusi e Vito L’Erario (Febbraio 2019)

Compassatore (disegno tratto wikimedia Creative Commons)

Particolari tratti dalle cartografie dei Compassatori Regi della Dogana di Foggia Antonio e Nunzio Michele (Op.cit. nel testo)

 

 

 

 

 

Le distanze in passi sulle mappe

 

Catena di Gunter

 

Cippo con l’iscrizione R.T. (Regio Tratturo)

I “Compassatori Regi” (cum passo, dal compasso che essi utilizzavano) erano sino al XVIII secolo gli addetti degli uffici della Dogana di Foggia, la cui funzione principale era quella di verificare sul terreno lo stato dei territori le poste. Tracciavano i confini dei tratturi, sempre oggetto di appropriazioni indebita da parte dei coltivatori e derimevano le liti. Successivamente furono denominati regi compassatori. Il compassatore spesso veniva accompagnato dal suo aiutante di catena. Scrive sempre il Di Stefano: “L’attrezzatura dei compassatori è rudimentale: il compasso, la catena di ferro (non soggetta o a ritirarsi per l’acqua e per l’umido, o ad allungarsi per altri accidenti o artifizi, la bussola, lo squadro agrimensorio sono adoperati per “ridurre in quadro”, cioè per suddividere gli appezzamenti in figure geometriche misurabili; ma se il territorio è «montuoso, spinoso, boscoso, deturpato, ed in altra guisa difficile e malagevole a misurarsi … allora la misura dee farsi per aria, o né men riuscendo, cogli occhi e ad arbitrio».

Il risultato di ciascuna misura era solitamente una relazione accompagnata da mappe, prima areali, con contorno e superficie, poi, a partire dalla prima metà del Seicento, arricchite con elementi topografici. Il “compasso ordinario” raccoglieva l’insieme delle misure effettuate nel “libro del compasso”, “discusso” dalle autorità doganali in sede giurisdicente con le parti in causa a giugno, e poi, nel Settecento, ad agosto. Il compenso dei compassatori veniva fissato dalla Dogana di Foggia con un tariffario rigoroso. Era corrisposto dai locati o dai massari di campo che facevano richiesta dell’intervento in caso di “compasso straordinario”. Mentre nel caso di “giudizio”, ovvero contensioso, era pagato dalla sola parte soccombente. In caso di compasso ordinario, il compenso unitario veniva ricavato dai proventi delle multe pagate da chi è trovato in “disordine”, ossia ha “coltivato in eccesso rispetto alla superficie concessa”.

Nelle mani dei compassatori si concentrava un “potere enorme” tramandato di padre in figlio, spesso asservito ai potenti a danno dei più poveri. Gli atlanti della Regia Dogana di Foggia furono disegnati dai Regi Compassatori Antonio e Nunzio Michele, Agatangelo Della Croce, Giuseppe Di Falco unitamente alle locazioni della Dogana (nel territorio di Melfi tra l’Ofanto e l’Olivento, le locazioni Camarda e San Giuliano). Alle operazioni di reintegra delle vie armentizie partecipano anche altri regi compassatori, quali Basilio Buonanotte, Donato Calderone, Gabriele Fedele, Pasquale Giardino, Andrea Gioannaccio, Donataccio Montagna, Giovanni Battista Natale. Le mappe disegnate da Giuseppe De Falco vennero raccolte in un volume di 335 pagine unitamente ai verbali delle operazioni di reintegra. I compassatori erano solitamente accompagnati da sei soldati che, secondo l’ordine impartito, furono “pagati” durante le reintegre tratturali dagli usurpatori o dai baroni. I tratturi erano delimitati da “termini lapidei” dove erano scolpite le lettere “R.T.” (Regi Tratturi). Tra il 1548 e il 1805 dai documenti dell’archivio della Dogana di Foggia sono stati censiti quasi 500 agrimensori (cfr M.Petrella, Geometrie e topografie del territorio. I Regi Compassatori della Dogana  di Foggia tra misurazione, rappresentazione e gestione. In Bollettino dell’Associazione Italiana di Cartografia, 2017). “Erano originari nella quasi totalità dei casi dei luoghi interessati dai percorsi tratturali e dalle locazioni dei territori di Puglia in primis, ma anche dell’Abruzzo, del Molise e in una certa misura della Basilicata…”tra i quali comparivano Pasquale Sportelli di Matera, sacerdote…Pietro De Brittis di Bernalda”.

Quest’ultimo acquisirà la patente la patente dopo l’approvazione del Sacro Regio Consiglio nel 1749 o dopo un lungo apprendistato. “La Camera della Sommaria e il Sacro Regio Consiglio, in particolare, chiamati a dirimere le secolari controversie di confine tra feudi e università, si affidavano anche a un corpo di agrimensori con compiti di periti giudiziari, detti tavolari.
Questi intervenivano anche nella vendita o devoluzione dei fondi per farne la stima o, con termine più appropriato, l’Apprezzo. Il tavolario era il depositario del metodo di studio che consentiva di scomporre il territorio in tutti i suoi elementi costitutivi e stabilire così la rendita complessiva (una sorta di attuale catasto).  Nella sua attività, il tavolario assumeva una funzione centrale perché, molto più del magistrato, vagliava la tradizione documentaria, studiava e descriveva il territorio e fondeva i due momenti nell’Apprezzo. Di particolare bellezza e ricchi di particolari è l’Atlante delle locazioni della Dogana di Foggia redatto da Antonio e Nunzio Michele a partire dal 1686, che riguardava la Puglia centro settentrionale, la Lucania e il Melfese (S. Russo. Città, casali, ed edifici notevoli delle locazioni di Antonio e Nunzio Michele, In Tratturi di Puglia – risorsa per il futuro, Claudio Grenzi Editore) .  I Michele erano abruzzesi di Rovere. Antonio e Michele, padre e figlio, e Nunzio, figlio del fratello Antonio, di nome Michele. Nel 1687 – secondo il Di Cicco – Antonio Michele eseguì il compasso di tutti i territori della città di Lucera. In quegli anni svolse molti incarichi per conto della Dogana, rilevando fondi del Tavoliere, da solo o con altri colleghi.

Lungo i tratturi si estendevano i “riposi” dove le greggi potevano sostare fino a tre notti, prima di essere condotte nella “locazione”. La locazione era una grande estensione di terreno fiscale in cui durante l’inverno sostavano le pecore. Era solitamente suddivisa in più poste. Cavallari e Compassatori rappresentavano per agricoltori e allevatori i “lupi” delle campagne, l’espressione del potere della burocrazia doganale che regolava l’utilizzo dei pascoli ed i conflitti sul possesso degli spazi rurali tra massari e locati.  I “Cavallari” erano armati e si spostavano a cavallo. Di “barbarico aspetto”, erano incaricati dalla Dogana di sorvegliare armati i passi. Spettava loro vigilare sui locati e sui compassatori, affinché non sorgessero liti sul passaggio delle greggi regolandone il numero dei capi, ma sorvegliavano il lavoro dei com-passatori affinché non subissero ostacoli. Venivano pagati dalla Dogana di Foggia in ragione di 45 ducati ciascuno. “Il magistrato foggiano non ammette alcuna limitazione giurisdizionale – scrive il Di Stefano (Di Stefano, la ragion pastorale) e continua ad affidare ai suoi cavallari, ordinari e straordinari, indagini e pratiche processuali e ad inviare in ogni terra e luogo di dimora dei locati i suoi commissari, o il suo ufficiale di residenza per le cause che possono avvenire in tempo d’estate e che, essendo di poco conto, non conviene rimettere a Foggia”. Da alcune fonti storiche si rilevano gli ordini impartiti ai cavallari (Nicolao Cajetano Ageta, Annotationes pro Regio Aerario, Neapolis, 1670): “il Signor Doganiero deve l’estate ordinare alli cavallari cavalchino per le locazioni e riconoscano li tituli accià non fossi usurpata cosa alcuna delli terreni reintegrati ò che fossero ammossi e posti più dentro del territorio di detta Dogana, e ritrovandosi alcuno disordine darne subito subito notitia al detto Doganiero”. I cavallari infliggevano multe a quanti pascolassero o coltivassero abusivamente o frodavano la Dogana riscuotendo fitti dai locati ma non versandoli all’era-rio, ragion per cui si incaricò il doganiere in persona della loro riscossione.

La misura dei Tratturi

I tratturi in Spagna erano suddivisi in vias pecurias, canadas (tratturi larghi 75 metri) e cordeles (bracci di 37,5 metri). In Francia venivano chiamati carraires e nei Carpazi drumurile oierilos. Agrimensura. Un editto regio del 1480 stabiliva l’uso del “passo da terra”, pari a palmi 7 e 113 (1,9335799 mt) ed il “passo itinerario” (7 palmi, pari a 1,84569 mt). Questa unità di misura fu in uso prima dell’adozione del sistema metrico decimale. Nel Regno delle Due Sicilie, sin dal 1480, veniva utilizzato anche il “passo d’Arsenale di Marina” (composto da palmi 6 e 213) che corrispondeva a 1,75779 metri.

Gli strumenti di misura dei Compassatori

Tra gli strumenti del Compassatore sono da citare il compasso, semicerchio da tavolino,squadra, regola, archipensolo, livella a bolla d’aria, squadra agrimensoria, pantometro e la catena. La catena di Gunter (dal nome del suo inventore, l’astronomo e matematico inglese Edmund Gunter, 1581-1626) era formata da grossi anelli bislunghi di ferro uniti a due a due da un’anello circolare in ferro. Ogni 7 anelli bislunghi della lunghezza di 7 palmi veniva posto un anello di ottone di 1/3 di palmo di diametro, in modo che complessivamente segnasse la misura di un passo. alle catene erano associati i mastii, chiodi in ferro che conficcandosi nel terreno servivano a indicare la lunghezza di un’intera catena. Il sistema della catena era stato preferito al compasso di legno, con punte in ferro, che aperto segnava la misura di un passo, poichè era più facile da usare e più preciso. Il semicerchio da tavolino, di ottone o di talco trasparente, permetteva di misurare gli angoli, mentre la squadra era un triangolo rettangolo in legno che serviva a tracciare linee parallele o rette tracciate secondo angoli a 45 gradi o inferiori. Il nastro graduato era una fettuccia “larga un dito” con tacche e numeri che indicavano i palmi o le canne. La catena però veniva preferita perchè non si deformava. L’archipensolo (o livella a perpendicolo), in legno o metalloera formato da un arco graduato e con un piombino sospeso ad un filo che veniva veniva puntato verso l’orizzonte per tracciare l’angolo e relative inclinazioni del piano. Ad esso però veniva preferito la livella a bolle d’aria, formata da una riga in ottone di mezzo palmo con una capsula di cristallo pieno di spirito di vino al centro, la cui bolla d’aria all’interno libera di muoversi segnava la linea perpendicolare al terreno. Con questi strumenti i Compassatori disegnavano le loro carte indicando le misure di lunghezza, le forme e gli angoli., spesso servendosi di calcoli matematici il cui utilizzo divenne nel tempo più comune, facendo evolvere l’agrimensura dai sistemi empirici del passato verso fondamenti scientifici e di rappresentazione fedele della realtà spaziale rappresentata sulle mappe (cfr F.De Luca. Istituzione elementare di Agrimensura. Napoli, Stamperia Fibreno, 1851).

La “vacatio legis” in materia di salvaguardia dei Tratturi

Con il decreto del presidente della Repubblica n.616 del 24 luglio 1977 (“Attuazione della delega di cui all’art. 1 della legge 22 luglio 1975, n. 382“) le Regioni sono competenti in materia di funzioni amministrative concernenti il “demanio armentizio”. Molto spesso – nonostante il decreto del ministero dei Beni culturali e ambientali del 22 dicembre 1983 consideri la rete dei Tratturi italiani e del Sud Italia sottoposti alla legge n.1089 dell’1 gennaio 1939 (“Tutela delle cose d’interesse artistico o storico”), ed una serie di decreti ministeriali abbiano sancito come prioritari i vincoli di salvaguardia e di tutela dei tratturi della transumanza – si assiste ad un uso differente di tali beni da parte delle regioni. Il ”demanio armentizio” e i “parchi dei tratturi” (poche le Regioni che li hanno istituiti sul proprio territorio a fini di tutela) dovrebbero, invece, salvaguardare prioritariamente l’interesse produttivo tradizionale, ove si guardi all’allevamento ancora praticato attraverso il pascolo vagante e la transumanza di media distanza. Spesso i pastori – come gran parte degli agricoltori stagionali in Italia – sono costituiti da immigrati, considerati i nuovi invisibili da sfruttare. Non è insolito, infatti, incontrare greggi e mandrie nelle località interessate dalla rete dei tratturi della transumanza, tratturelli e bracci, condotte al pascolo da stranieri, spesso costrette ad attraversare località antropizzate e con infrastrutture stradali e industriali che hanno interrotto e frammentato l’originaria trama delle vie erbose che collegavano anticamente i centri abitati. Testimonianze – queste – di una cultura che sta purtroppo scomparendo, unitamente alle comunità agro-pastorali, oggi marginalizzate e sfruttate. Un patrimonio – questo – che di recente è stato candidato dall’Italia presso l’Unesco a divenire valore “immateriale” per l’intera umanità. Un progetto che vede capofila il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e le Regioni. Definire però “immateriale” la rete dei tratturi della transumanza appare riduttivo, a meno che non si voglia confinare il mondo dell’allevamento non intensivo in nuovi “presepi oleografici” rispondenti solo ad esigenze di marketing turistico. La rivitalizzazione e la valorizzazione della rete dei tratturi della transumanza necessita perciò, a livello regionale e nazionale, di imprescindibili azioni che rilancino il ruolo dell’allevamento, in primis di quello ovi-caprino, a partire dall’azienda zootecnica tradizionale e dalla pastorizia e allevamento rispettosi dell’ambiente, degli habitat naturali e dei prodotti da essa derivati (formaggi, lana, latte), ovvero riconoscendo anche culturalmente il lavoro dell’allevatore e di quello delle aziende di trasformazione, che nel passato costituivano l’economia prevalente degli antichi Stati, con le comunità che traevano sostentamento e ricchezza. Sulla tutela delle “vie erbose” in Italia, sull’esempio della Mesa di Spagna o altri esempi in Europa, c’è ancora molto da fare, a partire dal censimento e geo-referenzazione della rete dei tratturi con la descrizione dello status di appartenenza e la descrizione degli impatti esistenti e di quelli potenziali (sull’argomento: degli autori, Tratturi della Transumanza, beni UNESCO da salvare. In Terre di Frontiera, 4 Giugno 2018).

Progetto Tratturi e UNESCO

Auspichiamo che l’Unesco Italia non chiuda gli occhi sulla realtà gestionale del patrimonio dei tratturi, attivando propri osservatori disinteressati, capaci di evidenziare per i tratturi le buone prassi così come le cattive gestioni del territorio (Il recente piano di sviluppo rurale della Regione Basilicata potrebbe svilire definitivamente i lineamenti storici dei tratturi, con inopportune opere di cementificazione e asfalto in assenza del Piano Paesaggistico Regionale adottato), favorendo così la salvaguardia per ciò che resta di questi beni da salvare e delle attività legate all’allevamento tradizionale e locale. L’Unesco, organismo delle Nazioni Unite, nato nel 1945, animato da nobili intenti in Italia, dovrebbe stimolare inoltre le istituzioni nazionali e locali a valorizzare, assieme ai tratturi, anche una nuova economia legata alla zootecnia tradizionale, ancora presente sull’intero Appennino e sulle Alpi, basata sull’allevamento vagante allo stato brado, su quello tradizionale e la transumanza, integrando in modo rispettoso fra loro, economia rurale e ambiente, valori del territorio, monumenti, e quelli del turismo rurale in chiave moderna.

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