sarcofago-di-rapolla2Scampato alle rapine durante le dominazioni straniere in Italia, il sarcofago in marmo greco (secondo alcuni studiosi risalente al II sec d.C.) noto come “sarcofago di Rapolla” è oggi esposto nel Museo Nazionale ospitato all’interno del Castello di Melfi.

Fu ritrovato sulla via Appia, tra Melfi e Venosa, in Lucania, in località Albero in Piano, ove sono ancora sepolti i resti di una importante ed inesplorata villa romana, appartenuta a famiglie importanti dell’antica Roma, forse a Lacinia, madre di Pompeo che aveva possedimenti in Puglia e Lucania, o a Silla che potrebbe averla ricevuta dal generale romano Marco Aponio che aveva combattuto i Lucani, nemici acerrimi di Roma. Aponio era finito però nella lista di proscrizione di Crasso e pare dovette pagare anche con i suoi beni posseduti in Lucania per poter scampare alla morte e all’accusa di tramare contro Roma.

La villa era ubicata nel territorio dell’antica Strapellum (Rapolla). Su questa villa esistono pochi studi, fatta eccezione per una missione inglese risalente ormai al lontano 1971. Ulteriori ricerche archeologiche potrebbero  chiarire il possesso della villa (e anche del sarcofago), la cui datazione escluderebbe le ipotesi legate al suo possesso.

Disegno del mosaico presso la villa Romana in località Albero in Piano effettuato dalla missione archeologica inglese

Pochi risultano infatti gli approfondimenti sulle circostanze del ritrovamento del sarcofago, sull’identità dei personaggi, sul luogo del ritrovamento, nonostante la rilevanza artistica e storica che l’opera d’arte testimonia, al di là del suo pregevole aspetto estetico che possiamo tutti oggi ammirare.

Anche sulle circostanze del ritrovamento del sarcofago le fonti non sempre sono documentabili. Per alcuni studiosi contemporanei avvenne nel 1856, durante la realizzazione della strada borbonica. Lo studioso F. M. Pratilli nella sua monumentale opera sulla via Appia datata 1745, riporta trascritto il testo di un’iscrizione, in origine forse rinvenuta sempre sulla Via Appia in prossimità della villa o nello stesso luogo ove venne rinvenuto il sarcofago: M.LUCILIO. M. I. FAUSTO FUSCA FILIA POSUIT VENERI ERCINAE VICTRICI L.CORNELIUS SULLA SPOLIA DE HOSTIBUS VOTO DICAVIT COECILIA MET… “A Marco Lucilio Figlio di Marco Fausto la figlia Fusca pose a Venere Ericina vincitrice Lucio Cornelio Silla le spoglie tolte ai nemici per voto dedicò Cecilia Metella“.

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Marco Emilio Scauro (163 a.C. – 89 a.C.)

Il contenuto dell’iscrizione in latino riporta alla possibile identità dei personaggi forse legati alla villa e al prezioso sarcofago che, secondo alcuni storici, venne dedicato in onore di Emilia. Ci svela alcune vicende della storia di Roma e della Lucania. Una terra al centro di un crocevia di traffici commerciali e vicende militari, ma riconduce anche al dramma umano e familiare dei personaggi citati nell’epigrafe citats dal Pratilli, che suscita curiosità ed emozione.

Il sarcofago mostra sul coperchio la figura in marmo di una giovane donna distesa che regge un mazzo di fiori con i resti di un cagnolino ai suoi piedi. Sormonta la base decorata con austeri fregi e bassorilievi ispirati alla mitologia antica. Sotto la cornice che raffigura tritoni e mostri vi sono 5 rappresentazioni sul lato più lungo divise da colonnine a spira che contengono la rappresentazione di divinità e numi che alcuni studiosi individuano in Apollo, Mercurio, Giunone e vari  personaggi (forse Sulla seduto nell’ultima scena). Sul lato opposto forse sono rappresentati Venere Ortense, Marte Gradivo, Venere Victrix, Atalanta e Meleagro. Sul lato corto in corrispondenza della testa della giovinetta è scolpita una porta che condice nell’oltretomba (mostra un grosso buco dovuto a depredazione) a cui lati due personaggi che offrono doni e fiori ad Hermes, che accompagnava la defunta ai Campi Elisi. Sul lato opposto, ai piedi della fanciulla, Ulisse, Elena e Diomede, personaggi della guerra di Troia.

Il Lenormant nel suo viaggio a Melfi nel 1882 annotò come nel “…cortile del municipio si conserva un sarcofago antico di marmo scoperto nel 1856 a Rapolla...”. Nel 1913, i viaggiatori inglesi, l’archeologo Thomas Ashby e il fotografo Robert Gardner documentavano la collocazione del sarcofago nell’atrio del vecchio municipio di Melfi

Gardner e Ashby, dopo aver visitato Melfi e fotografato il sarcofago di Rapolla ripresero il loro cammino lungo la Via Appia verso Venosa, documentando altre vestigia romane.Nel 1923 fu lo studioso americano Charles Rufus Morey a descrivere il sarcofago e pubblicare una foto in ““The Sarcophagus of Claudia Antonia Sabina and the Asiatic Sarcophagi” pubblicato nel 1924 a Princeton. Un particolare fotografato del sarcofago compare nel volume  Jahrbuch des Kaiserlich Deutschen Archäologischen Instituts, pubblicato nel 1913 che riporta i dettagli del capo della fanciulla.

Thomas Ashby e il fotografo Robert Gardner

Il sarcofago conteneva probabilmente il corpo mortale di Emilia Scauro (100 a.C. circa – 82 a.C.), figlia del patrizio romano e console, Marco Emilio (163 a.C. – 89 a.C.) e di sua moglie Cecilia Metella Dalmatica. O forse dovette apparteneread un’altro illustre personaggio di epoca successiva.

Il padre sessantenne di Emilia era princeps senatus e oratore del Senato, considerato tra i più illustri ed influenti politici di Roma. Aveva dedicato alla piccola figlia Emilia la “via Emilia Scauri” (109 a.C.) che da Pisa raggiungeva Vada Sabatia (l’attuale Vado Ligure).

La consuetudine delle famiglie romane di costruire le carriere politiche dei loro uomini importanti attraverso i matrimoni e le loro separazioni dalle donne, è una storia tutta ancora da scrivere.

Donne che, oltre vicende vissute tra le pareti domestiche, sono al tempo stesso “vittime e artefici” delle sorti familiari, tutt’uno con la potenza militare e politica di Roma. Il sarcofago di Rapolla narra appunto questa storia.

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Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.)

Dopo la morte di suo padre, la giovane diciottenne Emilia era ancora sposata con Manio Acinio Glabrio, Console ordinario con Marco Ulpio Traiano, divenuto successivamente imperatore, allorquando la madre, Cecilia Metella Dalmatica, sposò il “rosso” (per la chioma) e ambizioso Lucio Cornelio Silla che in questo modo si alleava con la più potente famiglia della nobiltà plebea di Roma.

Il matrimonio fu celebrato in pompa magna, dopo alcuni giorni dal ripudio da parte di Silla della moglie Clelia, poiché sterile.

 

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Gneo Pompeo Magno (106 – 48 a.C.)

Emilia, benché incinta del marito Manio Acinio Glabrio, fu costretta dalla madre e dal patrigno Silla a separarsi da lui ed a sposare, secondo un disegno di potere pianificato dalla coppia, il generale Gneo Pompeo Magno, al suo secondo matrimonio, dopo la separazione con l’ex moglie Antistia. Dopo la separazione di Pompeo da Antistia, la madre di quest’ultima, per il disonore si suicida, maledicendo coloro che avevano arrecato male alla figlia disonorata.

Ma le sventure erano solo all’inizio per la giovane Emilia e la famiglia Silla. Emilia morì di parto poco dopo il suo matrimonio con Gneo Pompeo Magno.

E il marito di Emilia, Manio Acinio Glabrio? Quest’ultimo, sospettato di cospirazione, fu condannato a combattere come gladiatore con le fiere in un circo, e successivamente esiliato e messo a morte, forse accusato di ambire all’impero (secondo Giovenale e Svetonio).

Cecilia Metella amava, nonostante tutto Silla, procreando con lui una coppia di gemelli. Fatto questo che a Roma era considerato di buon auspicio. La coppia ed i figli vissero in Oriente per due anni. Ma Cecilia Metella serbò il rimorso per la figlia Emilia che non rivide fino alla sua morte, avvenuta in modo tragico. Colpita da malattia incurabile, Cecilia Metella fu ripudiata da Silla al quale i sacerdoti avevano consigliato di non macchiare lui e la sua casa, in un momento in cui stava offrendo un sacrificio ad Ercole, proibendogli di avvicinarla.

A Silla non restò che dedicare a Cecilia Metella, dopo la sua morte, il mausoleo sepolcrale costruito in suo onore sulla via Appia a Roma, mentre i parenti di Cecilia Metella sciolsero il suo voto, dedicando a “Venere Ericina vincitrice” l’iscrizione apposta sul sarcofago.


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