Vita, pellegrinaggio ed eremitaggio del santo del tratturo


Lungo il Tratturello Regio di San Guglielmo da Vercelli o del Pisciolo (sguardo verso la Valle dell’Ofanto, l’Irpinia e Monteverde)

Maiolica votiva dedicata a San Guglielmo da Vercelli in passato presente presso la Chiesa di Santa Maria di Pierno (San Fele)

Cartografia del Tratturo (da quadro di unione catastali)

Il Tratturo di San Guglielmo (quadro di raccordo con i tratturi nell’area e con la via Appia su base carta IGM 25k)

Cartografia periodo Aragonese (XV-XVI sec)

Carta reintegra dei Tratturi di Foggia (1959) tratta da cartografia precedente del 1911. Il Tratturello Regio di san Guglielmo (n.64). Legge 20/11/1908, n.746 (Art.1 Reg. 5/1/1911, n.197)

Panoramica valle del Tratturello Regio di San Gugliemo con la Valle omonima dove e situata la Masseria San Guglielmo. Visibili il Monte Arconcello o Serrone e il Monte Lapis. Sullo sfondo, a sinistra, il Monte Vulture

Masseria San Cilio (tratto sommitale del Tratturello di San Guglielmo verso il Tratturo Regio Melfi-Castellaneta)

Cripta Chiesa S.S. Trinità di Venosa: S. Antonio Abate (IX – X sec)

Iconografia di San Guglielmo e dell’Ordine Monastico dei Verginiani

Chiesa di Montevergine – Napoli: Domenico Antonio Vaccaro (XVIII sec) – Visione di San Guglielmo da Vercelli

Lastra tombale di San Guglielmo un tempo presso il monastero del Goleto e successivamente trafugata o dispersa (immagine tratta da V. De Duonni. Tra le immagini e il testo del “De vita et obitu sancti Guglielmi: raffigurazione del santo vercellese fondatore di Montevergine”. Unisa, 2017)

Tratto iniziale di raccordo del Tratturo di San Guglielmo o del Pisciolo con il Tratturo Regio Melfi-Castellaneta coincidente con la via Appia

Ponte Pietra dell’Oglio sul fiume Ofanto

Fiume Ofanto, ponte Pietra dell’Oglio, ponte S.Venere e Monteverde (tratta da cartografia storica XVIII sec)

Il Cammino di San Guglielmo da Vercelli *

Il Cammino costituisce un “topos” in movimento, dove è possibile leggere ed interpretare le vicende individuali ed umane, i simboli della verità assoluta alla ricerca di Dio. Fu questa visione profetica che spinse Guglielmo, figlio di una famiglia benestante di Vercelli, a soli 14 anni (nel 1099), ad intraprendere il Cammino, colto dalla “febbre del pellegrino” che l’accompagnò durante gran parte dei 57 anni della sua vita.

Dopo aver frequentato forse la comunità benedettina di Vercelli e conosciuto la tradizione dei santi – pellegrini di strada del vercellese, come quella di San Bonomio (Abbate nato nella seconda metà del X secolo a Bologna) definito da Papa Benedetto XIV “abbasmonacorum peregrirum”, il giovane Guglielmo, a soli 14 anni, decise di intraprendere il Cammino verso S. Jacopo de Compostela, in Galizia, alla ricerca della santità. Scalzo, coperto solo dal mantello ed in mano il “bordone”, il bastone del pellegrino, fece visita alle sacre reliquie dell’apostolo Giacomo, ivi traslate da Gerusalemme nell’anno 814 da suoi seguaci. La I Crociata, annunciata da Papa Urbano II durante il III Concilio tenutosi a Melfi, la storia e le gesta di Pietro l’Eremita (1096-1099) e la crociata dei “pezzenti”, raccontatagli presso i monasteri di Vercelli e lungo il Cammino di Compostela, lo indussero a farsi “penitente”: si cinse il capo e il petto con cerchi di ferro che gli costruì un fabbro che l’ospitò presso la propria abitazione e proseguì il lungo viaggio nutrendosi solo di pane, acqua e prodotti della terra, “macerando la carne” per distogliere lo spirito dal peccato, rifiutando le comodità e dormendo sulla nuda terra. Ritornato dalla Spagna, Guglielmo decise di non fermarsi Vercelli. Proseguì il Cammino, assecondando la voce dello Spirito, verso la Terra Santa. Dopo S. Jacopo di Compostela, s’incamminò verso il Santo Sepolcro. Percorse allora la via Francigena, la via Romea (sostò a Roma visitando i principali luoghi santi nel 1106 ) e prese la via per Gerusalemme (via Appia) in direzione del porto di Brindisi, attraversando così l’Irpinia, la Lucania e la Puglia, giungendo a Melfi (città della Puglia) intorno al 1107, ove lesse e studiò le Sacre Scritture, sollecitato in tal senso dal signore Normanno Ruggieri che volle ospitarlo, dopo aver avuto notizia dell’arrivo nella capitale normanna di un uomo di fede “semplice ed umile” (forse si tratta di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo che aveva sposato in seconde nozze la principessa guerriera Longobarda, Sichelgaita).

Bibliografia essenziale
Su San Guglielmo, leggasi:  C. Mercuro. Una leggenda medioevale di San Guglielmo, in “Rivista Benedettina”, 1906-1907 e di G.Mongelli. San Gugliemo da Vercelli, Montevergine, 1960; G.G. Giordano, Croniche di Montevergine, 1624. V. De Duonni. De Vita et obitu sancti Guglielmi: raffigurazione del santo vercellese fondatore di Montevergine.Unisa, 2017. M.F.Manchia. Arte e monachesimo verginiano tra Campania e Basilicata dalle origini al XIV secolo. Dottorato di ricerca, Facoltà di Lettere e Filosofia. Università La Sapienza, Roma, 2017.

Il Cammino di San Guglielmo

Il Cammino lo indusse a proseguire lungo l’itinerario dei “Palmieri”. Erano così chiamati i pellegrini diretti a Gerusalemme, che durante la strada di ritorno dalla Terra Santa erano soliti portare come simbolo la “palma di Gerico”, da cui deriva il nome “Palmieri”, mentre i pellegrini diretti a San Jacopo di Compostela avevano come loro simbolo la conchiglia (il pecten raccolto sulle spiagge dell’oceano Atlantico). Durante il suo Cammino gli parlò Dio, gli apparve Gesù Cristo (una volta assieme a San Giovanni) e gli fecero visita in numerose occasioni gli angeli. Incontrò, divenendo amico e fratello, San Giovanni da Matera, fondatore dell’Abbazia di S. Maria di Pulsano e Abbate di S. Angelo del Gargano, che con lui condivise pane, acqua e lo stesso povero tetto (spesso una grotta, una cavità di un albero o una capanna di frasche). Ma incontrò anche malfattori, furfanti, ladri e ossessi che inflissero sul suo corpo ulteriori ferite. Fece miracoli e rappacificò i signori Normanni, l’uno contro l’altro armati. Per il bene del popolo divenne confessore di Re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia; dal Re ricevette i mezzi per costruire chiese e monasteri. Accettò la profezia di San Giovanni da Matera che gli predisse che non si sarebbe mai imbarcato a Brindisi per la Terra Santa (sulla vita di San Giovanni da Matera: Alberto Cavallini. Da Matera al Monte Gargano: la vita di San Giovanni eremita, l’Abbà di Pulsano. Artigrafiche Acropolis, Manfredonia, 2001.). S. Giovanni da Matera lo curò dalle ferite inferte dai ladri ad Oria, e gli predisse presso il monastero di Ginosa la fondazione della Nuova Religione che Dio voleva (L’Ordine Monastico dei Verginiani dell’Abbazia di Montevergine e di quello del Goleto). La vita di San Guglielmo da Vercelli narra di una figura enigmatica, inquieta, per certi versi anche contraddittoria (indossava cerchi di ferro ed armature ma non portava armi, suscitando nei viandanti sentimenti non sempre chiari, così come nell’episodio presso Cognato ove venne picchiato e sfigurato da un cacciatore). Ma allo stesso tempo è la personalità del Santo che emerge con forza. Santo vissuto nel Medioevo, prima di S.Francesco d’Assisi, che amò i poveri e le creature semplici, uomini e animali, descritti nei miracoli da lui compiuti in modo semplice, a mai  maniera puerile. Lo scenario è quello della Lucania e dell’Irpinia popolata da animali selvatici quali lupi, cinghiali, uccelli e coperte da estesi boschi. Il Cammino è quello di un pellegrino, un penitente che si fece eremita e che dedicò la propria vita agli altri. Percorse a piedi i tratturi, portando con sè il messaggio della propria fede in Dio.

Il Tratturello Regio di San Guglielmo

Il Regio Tratturello di San Guglielmo ha una lunghezza di circa 2,400 km. Secondo le carte catastali del Comune di Melfi, partiva dalla strada comunale da Melfi a Monteverde e concludeva il suo percorso al sottopasso della ferrovia verso il fiume Ofanto.

Ma da una più attenta valutazione, grazie a fotointerpretazioni cartografiche, emergerebbe come il Regio Tratturello di San Guglielmo, con molta probabilità si innestava al Tratturo per Monte Lappisa (Monte Lapis) che si congiungeva al punto di innesto di Piano dei Gelsi, snodo importante da cui iniziava il Tratturo Regio Melfi-Castellaneta, la strada vicinale del Pisciolo e dove alcuni studi ritengano passasse la via Appia antica.

Consultando la Carta dei Tratturi, tratturelli, bracci e riposi (a cura del Commissariato per la reintegra dei tratturi di Foggia del 1959 predisposta sulla precedente cartografia del 1911) il regio tratturello di San Guglielmo e la strada vicinale del Pisciolo vengono indicati in legenda con il numero 64 corrispondente alla dicitura “Tratturello San Guglielmo o del Pisciolo”. Emerge, quindi, come la strada del Pisciolo venga classificata dalle carte catastali come “vicinale” mentre in realtà trattasi di un tratturello associato, per la reintegra del ’59, a quello di San Guglielmo.

Mentre, secondo alcuni studiosi, la Regina Viarum, poteva attraversare questi territori sino a giungere al ponte di origine romana Pietra dell’Oglio. Nicola Giovanni Di Meo, nel testo “La via delle aquile nella terra dei lupi” (atti del convegno di Conza della Campania del 28 agosto 2012) ci fornisce informazioni utili sull’ipotetico tracciato dell’Appia antica dall’Ofanto a Venosa. In particolare afferma come il primo tracciato dell’Appia repubblicana consistesse nell’attraversare il fiume Ofanto col Ponte Pietra dell’Oglio in direzione San Guglielmo – San Ciro in corrispondenza del tratturo regio che sale al piano di Macera e di là si dirige verso Venosa. Aggiunge poi come il tracciato dell’Appia antica, superato il ponte Pietra dell’Oglio, proseguisse alle spalle dell’attuale stazione di Monteverde su una strada, oggi interpoderale, che passava tra la masseria Lapis e la masseria San Guglielmo, proseguiva in contrada San Cilio – Pratilamia (oggi tratturo regio)..

Si potrebbe affermare, con molta probabilità, che un tratto di circa 1 km del Regio Tratturello di San Guglielmo coincidesse con l’ipotesi del tracciato dell’Appia antica. Si tratterebbe del tratto sotto il Monte Arconcello (per carte IGM) o Serrone (per le carte catastali) che attraversa il vallone della Rotonda per poi proseguire verso la località La Difesa dell’Annunziata e per la stazione di Monteverde.

Inoltre, interessanti sono i toponimi delle carte aragonesi tra la metà del XV-XVI secolo in cui Monte Verde viene indicata, assieme al toponimo Grancia di Monte Verde, nel versante lucano del fiume Ofanto, così come di grande interesse sono la conferma dei ponti Santa Venere, Pietra dell’Oglio e quello di Calitri, tutti è tre indicati nelle mappe antiche.

Tuttavia, da queste considerazioni cartografiche e toponomastiche si deduce come l’insieme delle informazioni raccolte rappresentano “pietre miliari” di un passato che riaffiora grazie a “segni su tracce”, in tempi in cui geografi e disegnatori possedevano una spiccata vocazione artistica, e quel senso del tempo, di visione e di osservazione acuta che oggi possiamo ammirare e consultare, col ragionamento e la ricognizione su campo. Gli studi e le ipotesi degli itinerari proposti portano a tracciati che abbiamo tentato di mettere su carta, nonostante le difficoltà prodotte dal tempo spesso alleato all’uomo, entrambi complici, che sovente cancellano spietamente testimonianze sul terreno.

L’itinerario del pellegrinaggio e del romitaggio di San Guglielmo da Vercelli lungo i tratturi della Lucania e dell’Irpinia

Gran parte della vita del santo si svolse viaggiando lungo i tratturi dell’Irpinia e della Lucania. Il “Cammino di San Guglielmo da Vercelli”, ripercorre la grande tradizione dei pellegrini che numerosi, dal IV al XIII secolo, seguirono l’esempio dei primi eremiti: dai “padri del deserto” come S.Antonio Abbate, ai santi – asceti della fede. Le tappe della sua vita, la leggenda e il Cammino di San Guglielmo da Vercelli  sono state da noi ricostruite in base alle testimonianze storiche e documentali. Raccontano della vita e dei miracoli del “santo del tratturo”:

  • 1085 : Guglielmo nacque in una famiglia benestante a Vercelli;
  • 1099 : decise di recarsi in pellegrinaggio a S. Jacopo de Compostela in Galizia (Spagna). Durante il Cammino si fece fabbricare da un fabbro che gli diede ospitalità, due cerchi in ferro con i quali si cinse il petto e la testa. Il viaggio di andata e di ritorno da S.Jacopo de Compostela durò 5 anni;
  • 1105 : ritornato in Italia, decise di proseguire il Cammino in Terra Santa;
  • 1106 : Guglielmo giunse a Roma ove visitò reliquie di santi, sante e chiese. Vi restò un anno, prima di passare in Abruzzo e poi in Puglia, ove si recò presso la grotta di S.Michele Arcangelo del Gargano ed a Bari, presso le reliquie di S.Nicolò Vescovo.
  • 1107: giunse a Melfi. La leggenda narra che il signore di Melfi (forse si tratta del signore di Melfi, Ruggero Borsa, figlio di secondo letto di Roberto il Guiscardo – 1060 – 1111), saputo che era giunto nella capitale normanna un uomo scalzo e preceduto dala sua fama di santità, lo fece condurre a corte facendogli dono di un manoscritto delle Sacre Scritture che Guglielmo mostrò già di conoscere, recitando a memoria il salmo 109. Nella cripta rupestre di Santa Margherita a Melfi (XIII sec.), é presente un affresco di San Guglielmo da Vercelli. L’immagine affrescata del “Santo del tratturo” dovrebbe essere una rappresentazione reale della sua immagine e dell’abito dell’ordine da lui fondato. L’affresco, infatti, venne realizzato poco dopo la morte del santo (1142), che visse per un certo periodo a Melfi. La raffigurazione di San Guglielmo da Vercelli si trova a destra nell’intradosso dell’altare centrale dedicato a S.Margherita mentre a sinistra è riprodotta l’immagine di Santa Elisabetta. La descrizione dell’affresco raffigurante San Guglielmo da Vercelli è fatta da Giovanni Battista Guarini (G.B.Guarini. Santa Margherita. Cappella vulturina del Duecento. Tipografia Del Vecchio, Trani, 1889)…” Su San Basilio, fino al culmine della navata, è un’altra figura di monaco, dalla larga tunica bianca, nascosta in parte, da una specie di dalmatica bruna, e cinta e traversata dal cordone dell’ordine. Un cappuccio scuro gli copre la fronte, sotto di cui due occhi guardan, pensosi e austeri, dal viso stecchito. Una barbetta a punta gli affina ancora il profilo macerato dalle penitenze, nimbato di giallo. Ai lati del collo, chiarissimo in lettere bianche, è il nome del Santo:S.GVILIELMVS: il Santo di Vercelli, di Montevergine, e del Goleto…combaciante, nel capo, con S.Guglielmo, ma dipinta sulla parete opposta della volta, si vede, un pò guasta dall’umido, SCA. ELISEBET. Sotto la Santa, vivo e lucente nei colori intatti, è S.VITVS….”
  • 1108: rifiutò di restare a corte, spostandosi in prossimità di un monte chiamato Solicolo (Monte Sirico, nei pressi di Atella e di un castello, forse Lagopesole). Fu ospite del milite Pietro, persona “timorosa di Dio” che lo accolse per due anni come un fratello nella sua dimora. Guglielmo era solito ritirarsi in meditazione su una rupe. Narra la leggenda che un giorno vide una donna accompagnare suo padre cieco. Mosso a compassione dalla donna “illuminò” la vista all’uomo, accrescendo nei paesi vicini la sua fama di taumaturgo. La leggenda narra che Guglielmo continuasse a camminare scalzo, mangiando legumi macerati in aceto e meditando sulle sacre scritture, che portava sempre con se.
  • 1111 – 1112: riprese il Cammino verso il porto di Brindisi, ove contava di imbarcarsi per Gerusalemme. Giunse a Ginosa, presso una comunità di monaci ove conobbe San Giovanni da Matera “Non solo si abbracciarono – scrisse Gian Giacomo Giordano, Abbate di Montevergine nel 1624 , autore di una sua biografia – ma si chiamarono per loro nome come si fossero da sempre conosciuti”. Dopo aver parlato con Fratello Giovanni per tutta la notte, il mattino seguente Guglielmo ripartì, nonostante Giovanni lo avesse esortato a restare, predicendogli quello che gli sarebbe accaduto. Infatti, giunto ad Oria, San Guglielmo venne assalito e tramortito da ladri. Ritornato a Ginosa, si occupò di lui San Giovanni che curò le sue ferite. Ed è qui che i due sentirono la voce di Dio (secondo Padre Nusco invece Dio gli apparve) rivelando loro la fondazione di una nuova Religione (ndr: nuovo ordine monastico che poi S. Guglielmo fondò con il nome di ordine Verginiano). Le settimane trascorsero intense e veloci, fin tanto che Guglielmo decise di partire da Ginosa alla ricerca del luogo ove fondare la nuova Religione voluta da Dio: “licenziatosi dall’Abbate Giovanni – scrisse l’Abbate Giordano – si diede a Camminare diversi paesi e campagne, tanto della Puglia quanto della Basilicata – per l’inclinazione che haveva di vivere solitarionel Cammino egli consumò più di un anno di tempo, perché andò sempre vedendo et osservando attentamente tutti i luoghi atti a potervi edificare chiese et monasterij con la speranza ch’Iddio s’avesse a compiacere di mostrargli il luogo particolare dovesse fondare e dar principio alla nuova Religione”, giungendo “ …ad Atripalda, non molto distante da Montevergine, dal monte Virgiliano ove Virgilio vi pose un orto, sul luogo ove un tempo fu di Cibele”.
  • 1113: Guglielmo si recò a Salerno, ove un soldato gli fece dono di una delle sue numerose armature… essendo i ferri che portava “logori e rotti”. Oltre alla celata sulla testa, indossò sul corpo una maglia intrecciata di ferro, secondo l’uso dei guerrieri normanni.
  • 1114 – 1119: giunse a Montevergine, ove abitò solitario presso un eremo poco distante, cibandosi di pane d’orzo cotto in acqua, fave e castagne. “A Guglielmo s’accompagnò Alberto monaco…gli apparve nuovamente Iddio rilevandogli che in luogo egli avrebbe fondato la nuova Religione…ricordandosi dell’apparizione di qualche tempo prima …alcune colombe bianche che gli mostravano l’acqua. All’eremo accorsero mumerosi preti e sacerdoti”
  • 1124 – 1126: sorse la chiesa a Montevergine consacrata dal vescovo Giovanni di Avellino con alcune celle per i monaci. Sono di questo periodo alcuni miracoli quali la guarigione di uomo dal “braccio secco” e l’addomesticamento di un lupo che aveva sbranato l’asinello dei monaci che il santo utilizzava per il trasporto di oggetto e cibo. La nascita della congregazione Verginiana si fa risalire al 1126 (secondo Gian Giacomo Giordano, nel 1124), ma solo più tardi, nel 1157, si ha notizia della presenza dell’ordine di San Guglielmo da Vercelli che venne beatificato da Papa Alessandro III nel 1181, fatto Santo nel 1786 da Pio VI e dichiarato da Pio XII patrono dell’Irpinia nel 1942. L’emblema dell’ Ordine Verginiano è rappresentato da una croce piantata sul monte più altro di tre, con le iniziali M e V ai suoi lati. L’abito monacale era di colore rosso con lo scapolare verde ed è rappresentato in un manoscritto latino del XIII sec. presso l’archivio dell’Abbazia di Montevergine. In Lucania appartennero all’Ordine monastico S.Maria De Olivis e Santa Margherita di Tolve.
  • 1127: l’abate Giordano scrisse che in quell’anno “San Guglielmo parti da Montevergine per l’ostinata mormorizzazione ed interesse di alcuni monaci e perché lo tacciavano fusse troppo liberale verso i poveri e vi lasciò il suo sostituto Alberto e molti buoni ricordi… e va a Monte Laceno (Bagnoli Irpino) assieme ad altri monaci che poi lo lasciarono solo”.
  • 1128: la notizia dei miracoli compiuti da San Gugliemo giunse a San Giovanni, divenuto Abate di Pulsano che decise di partire per Montevergine aper andare a far visita all’amico fraterno. Non trovandolo, andò all’eremo di Monte Laceno. Ancora una volta i due s’incontrarono per volontà di Dio ed ebbero la grazia dell’apparizione di Cristo in vesti candide che esortò i due a lasciare il Monte Laceno ed a mettersi nuovamente in Cammino. Passando per Tricarico i due giunsero a Cognato, nei pressi di Calciano sul fiume Basento, ove venne realizzato di seguito un eremo ancora oggi esistente a poca distanza dal fiume Basento. Dopo un breve periodo decisero di dividersi scambiando i propri abiti: San Giovanni andò a Monte S. Angelo sul Gargano mentre Guglielmo rimase ancora una volta solo, conducendo vita eremitica. Qui esorcizzò un indemoniato, un cacciatore che dopo aver colpito l’elmo in ferro indossato dal santo ne sfigurò il volto, prima di essere posseduto dal demonio. I suoi compagni di caccia assistettero al miracolo di Guglielmo che liberò l’uomo dal demonio, diffondendo in zona la sua fama di santità.
  • 1129: per intercessione del conte Roberto di Montescaglioso, Guglielmo fondò a Cognato una chiesa ed annesso monastero. Altri miracoli furono in questo periodo operati da Guglielmo: in Terra di Albano di Lucania – scrisse l’Abbate Giordano – un Grammatico cercò di confondere la parola di Guglielmo ed a sua volta ne restò confuso e fu visto più volte parlare ad un lupo che fece da guardia all’orto dei monaci nel bosco di Cognato, evitando così che i cinghiali lo devastassero privandoli del cibo.
  • 1130: “…partito il beato Guglielmo dal Monte Cognato, si diede a camminare per diversi paesi e luoghi e alla fine giunse ad una valle molto boscosa e parte senza alberi chiamata Valle Cofana dalla quale trae origine l’Aufido (fiume Ofanto)…” scegliendo un grande albero come sua cella e luogo di preghiera (secondo Panarelli in località Gullitu nel territorio di Monticchio. In M.F.Manchia, cit.). Diversi uomini riferirono di vedere aironi bianchi entrare nell’albero cavo e credettero fossero angeli mandati a vegliare il sonno di Guglielmo…che ricevette la visita di Ruggero Sanseverino che ordinò a Gualtiero Architetto di progettare il Monastero femminile del Goleto. Alle monache del Goleto, così come avvenne a Montevergine (dove anche i pellegrini dovevano astenersi dal mangiare carne e latticini secondo la regola impartita da San Guglielmo), era fatto divieto di mangiare carne, uova e formaggio mentre le consorelle dovevano cibarsi solo di pane, frutta e ortaggi crudi, conditi con olio solo tre giorni a settimana. A Pentecoste e durante la Quaresima le monache dovevano cibarsi solo di pane e acqua ed al posto del pane, di legumi e ortaggi.
  • 1132: Guglielmo si recò da Ruggero II per far pacificare il Re con suo cognato Rainulfo d’Avellino e giunto a Benevento sanò “miracolosamente una figliola nata cieca”. Secondo l’Abate Giordano, San Guglielmo recatosi a Bari venne tentato da una donna impudica che “lo provocò alla disonesta”. Pare che la meretrice fosse stata mandata da re Ruggero II per mettere alla prova la sua santità. San Guglielmo fecenvece il miracolo di camminare nella brace ardente operando la conversione della donna che si fece monaca presso un convento di Venosa. Sempre a Venosa, presso il Museo Vescovile, è custodita una reliquia attribuita a San Guglielmo Abate, la cui provenienza e collocazione originaria non è nota.
  • 1133: il santo a Salpi sanò miracolosamente una “donna lunatica” che aveva bevuto l’acqua con la quale San Guglielmo s’era lavato le mani e, di ritorno, passando da Melfi, fondò il monastero femminile delle monache Verginiane (poi occupato dalle clarisse, divenuto in seguito l’ex carcere di Melfi. Oggi il monumento versa in grave stato di degrado in attesa di restauri). Re Ruggero II donò al “Padre Romito” (così veniva chiamato il Santo) una chiesa a Salerno chiamata di San Lorenzo mentre a Palermo fondò San Giovanni del Casale o Acquara, con un convento maschile e femminile.
  • 1137: scagionò davanti ad un giudice ad Altamura, facendo un miracolo, alcuni poveri accusati ingiustamente di aver saccheggiato un campo, conducendo innanzi al giudice gli animali selvatici che ne erano stati i responsabili. Nello stesso anno si fa risalire la fondazione del monastero di Santa Maria della Mena, in prossimità del Pulo di Altamura. San Gugliemo apprese la morte del suo amico San Giovanni da Matera, Abate Pulsanense e ordinò “che i scrivesse la vita di lui”.
  • 1141-1142: predisse a re Ruggero II la sua prossima morte a Salerno. Ricevette con bolla del Vescovo di Rapolla, Ruggero I, la chiesa di S.Maria di Pierno e si ritirò malato presso il monastero del Goleto.
  • Il 25 Giugno 1142 San Guglielmo morì all’età di 57 anni.

* © Articolo per Pandosia di Antonio Bavusi e Vito L’Erario, 2018

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