di Giorgio Nebbia (per gentile concessione dell'autore)

manifestazioneottSi sono ormai spente le luci sulle affrettate rievocazioni della catastrofe di Chernobyl, di cui cadeva, il 26 aprile 1996, il decimo anniversario. In quella ormai lontana primavera ci si rese conto che era vero quello che alcuni andavano ripetendo da anni, che, cioè, "l'energia nucleare non è sicura, né pulita, né economica" e che non si trattava soltanto di tecnica  costruttiva dei reattori, o di efficienza degli operatori.

La risurrezione del nucleare ? 

di Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it (per gentile concessione dell’autore)  

 

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i sono ormai spente le luci sulle affrettate rievocazioni della catastrofe di Chernobyl, di cui cadeva, il 26 aprile 1996, il decimo anniversario. In quella ormai lontana primavera ci si rese conto che era vero quello che alcuni andavano ripetendo da anni, che, cioè, "l'energia nucleare non è sicura, né pulita, né economica" e che non si trattava soltanto di tecnica  costruttiva dei reattori, o di efficienza degli operatori. La dinamica della catastrofe di Chernobyl e i successivi eventi sono stati ricostruiti più volte  a livello internazionale, anche alla luce dei dati raccolti nel corso di ben dieci anni. Il 26 aprile del 1986 l'interruzione della circolazione dell'acqua di raffreddamento di uno dei quattro reattori nucleari (del tipo a uranio-grafite) della centrale di Chernobyl, nell'Unione sovietica (oggi Ucraina), provocò un forte aumento della temperatura del nocciolo del reattore. Molte delle parti metalliche e strutturali — travi e contenitori di acciaio, pareti di cemento — fusero o crollarono; la grafite che circondava il nocciolo prese fuoco; la corrente di fumo trascinò in sospensione nell'aria le polveri contenenti gran parte dei prodotti di  fissione dell'uranio: gli isotopi radioattivi di stronzio, cesio, iodio, eccetera. 

La maggior parte dei prodotti ricadde al suolo, contaminando vaste estensioni di suolo ucraino, occupate da campi, villaggi, piccole città, scuole. Decine di migliaia di persone furono esposte a dosi di radioattività tali da provocare la morte, danni genetici irreversibili,  in moltissimi casi danni genetici a lungo termine che faranno sentire i loro effetti tutta la vita. Una parte dei prodotti radioattivi fu trascinata nell'atmosfera dapprima verso il nord, poi verso ovest e l'Europa centrale, poi verso l'Europa sud occidentale, fino in Italia. Oggi si conosce abbastanza bene la quantità di sostanze radioattive uscite dal reattore e cadute nelle varie parti del continente europeo. Tutti i centri economici che ruotavano intorno alla fabbricazione e vendita di centrali nucleari  presero, allora, un grande spavento davanti al rischio di vedere sfumare lucrosi affari internazionali. Tanto più in Italia dove esisteva già un forte movimento popolare di protesta contro i programmi nucleari governativi. 

"Per fortuna" si trattava di roba "comunista" e fu facile far credere che il reattore era di  tecnologia superata, che gli operatori erano ubriachi e che nei paesi capitalistici mai e poi mai sarebbe successa una cosa simile. Per inciso nel 1979 si era avuta la fusione del nocciolo del reattore americano di Three Mile Island (sia pure di un tipo diverso e senza fuoriuscita di  grandi quantità di prodotti radioattivi), e molti reattori inglesi, e anche quello che ha funzionato per alcuni anni a Latina, erano del tipo moderato a grafite, anche se raffreddati a gas, anziché ad acqua come a Chernobyl. Non voglio stare a rivangare — una  pagina, peraltro, tutta da scrivere, della storia della  contestazione ecologica — le viltà e l'opportunismo di molti uomini politici italiani che, in fretta e furia, si convertirono al partito antinucleare per compiacere un'opinione pubblica  arrabbiata e spaventata; nè le ridicole incertezze e bugie sulla quantità di radioattività caduta  al suolo in Italia; nè le contraddittorie decisioni su quanta verdura o mozzarella poteva  essere mangiata senza pericolo; nè le pressioni dei mercanti di verdura e mozzarella preoccupati per i loro commerci e le relative giravolte dei decreti e dei divieti. 

Voglio invece ricordare gli atti di generosità e di altruismo. Gli eroi che, esponendo la propria vita a sicura morte, sono volati sul reattore per gettare cemento e piombo sui ruderi fusi del reattore e quelli che hanno lavorato, a contatto con intensissime dosi di radioattività, per spegnere l'incendio, riuscendo così a fermare la fuoriuscita dei fumi  radioattivi e a salvare  milioni di vite, anche in Italia; eppure non una città italiana ha dedicato una strada a ricordo dei martiri di Chernobyl a cui tanti di noi devono la sopravvivenza. Si può leggere a questo proposito il libro di Grigorij Medveded, "Chernobyl. Tutta la verità sulla tragedia nucleare", Milano, SugarCo, 1991, e cercare il film, proiettato anche in Italia, "Chernobyl", di Anthony Page, 1991, che descrive lo sforzo fatto dai medici, fra cui l'americano Gale, per effettuare trapianti di midollo osseo nei casi più gravi. Voglio ricordare, oltre alla mobilitazione di medici sovietici e internazionali per alleviare i dolori delle popolazioni, l'ospitalità offerta da  tante associazioni di volontariato ai bambini di Chernobyl. La catastrofe di Chernobyl sembrò segnare un punto di ripensamento e di ravvedimento dell'umanità, avviata sulla strada di una tecnologia incontrollabile. In Italia nell'autunno-inverno del 1986 si svolsero i lavori di una commissione sulla sicurezza nucleare e sul futuro energetico del nostro paese; nel novembre 1987 si tenne un referendum che di fatto impegnava il governo a interrompere la costruzione di centrali nucleari; quelle ancora avventurosamente sopravvissute furono definitivamente chiuse. Tale referendum sembrò cancellare almeno in Italia, i grossi affari e appalti che circolavano intorno al nucleare. La catastrofe di Chernobyl  segnò, del resto, un rallentamento della diffusione dell'energia  nucleare anche negli altri paesi. Ma i potenti interessi economici e politici che ruotano intorno al nucleare non si sono quietati e, nei dieci anni trascorsi, anche in Italia si sono fatte sentire, prima timidamente, poi sempre più rumorose, le voci di coloro che chiedono la resurrezione di una  tecnologia ormai dovunque agonizzante.  Le centrali nucleari non sono pulite  Gli avvocati del nucleare fanno notare, per esempio, che le centrali elettro-nucleari non   immettono nell'atmosfera l'anidride carbonica responsabile dell'"effetto serra". E' vero che dobbiamo fare i conti con le modificazioni climatiche dovute alla crescente immissione  nell'atmosfera dell'anidride carbonica che si libera nella combustione di crescenti quantità di  combustibili fossili: ogni anno circa 10 miliardi di tonnellate di carbone, petrolio e gas naturale; ogni anno 25 miliardi di tonnellate di anidride carbonica finiscono nell'atmosfera. Ma la soluzione non è certo offerta da un nuovo crescente ricorso all'energia nucleare perché essa, se non provoca immissione di "gas serra" nell'atmosfera, comporta però pericoli e danni ambientali ben più gravi nelle fasi di funzionamento dei reattori e di trattamento e sepoltura dei prodotti di fissione e di attivazione, le code avvelenate di tutto il ciclo nucleare. Come è ben noto, i reattori nucleari commerciali, quelli che producono elettricità (oltre quattrocento nel mondo) sono alimentati, quasi dovunque, da uranio, separato dai suoi minerali, con formazione di grandi quantità di scorie (anche se poco radioattive), un problema che riguarda Canada, Russia, Niger, Cina, Australia, e pochi altri paesi. Prima di entrare nei reattori e generare elettricità l'uranio viene trattato in impianti che  separano la parte "fissile" (l'uranio-235, quello che fornirà l'energia nel reattore) da un residuo, anch'esso (sia pure poco) radioattivo. L'uranio viene caricato nel reattore dove una parte libera energia, sotto forma di calore, subendo "fissione": i principali "prodotti di fissione" sono atomi di elementi comuni —  cesio, stronzio, iodio — in una forma, però, che emette radioattività per anni o per decenni  o secoli  e che sono facilmente assorbiti da vegetali e animali e quindi anche dagli esseri  umani, nel cui corpo continuano a emanare radioattività. Sono gli stessi isotopi radioattivi  che ricaddero anche in Italia dopo la catastrofe di Chernobyl. 

Durante la liberazione di energia, al fianco di questi "frammenti", si formano altri elementi  radioattivi come il plutonio e altri transuranici e i prodotti "di attivazione" dei materiali del reattore, sottoprodotti pericolosi e tossici, dal punto di vista della salute umana e della natura, ma molto  ricercati come materiali per la fabbricazione di bombe atomiche: il plutonio, soprattutto, che a sua volta può subire "fissione" liberando energia anche esplosiva. A questo punto l'uranio, accompagnato dai "prodotti  di fissione", dal plutonio e da altri elementi transuranici radioattivi può essere conservato come tale dentro i "tubi" estratti dal reattore nucleare dopo alcuni anni di funzionamento. Questi "elementi di combustibile", pur  essendo pieni di materiale radioattivo, possono essere sepolti, sia pure con grandi  precauzioni per evitare che vengano, nei futuri secoli, a contatto con acqua o esseri viventi, e con speciali accorgimenti per smaltire il calore che si libera continuamente per decadimento  radioattivo degli atomi contenuti al  loro interno. Ma per i potenti affari che circolano intorno al nucleare questo è uno spreco, perché il  plutonio si può "vendere bene" alle imprese che fabbricano bombe atomiche, e anche come materiale fissile per altri reattori commerciali. A condizione che il  plutonio venga separato chimicamente dall'uranio, dai "prodotti di fissione" e da altri prodotti radioattivi mediante complicati processi chimici industriali. I "prodotti di fissione", gli elementi transuranici come il plutonio e i prodotti "di attivazione" sono le vere e proprie "scorie radioattive". Ne  abbiamo anche in Italia e per una curiosa storia, in gran parte dimenticata, che sta a dimostrare la incultura con  cui ci si è avventurati sulla via del nucleare, specialmente in Italia. Negli anni sessanta l'allora Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare costruì a Rotondella, in Basilicata, un impianto per separare chimicamente i "prodotti di fissione" dagli elementi transuranici contenuti nel "combustibile irraggiato" di un reattore americano, situato a Elk River (nel Minnesota), praticamente l'unico che funzionava sottoponendo a  fissione una miscela di uranio e torio, anziché solo uranio, come tutti gli altri reattori. La soluzione era sbagliata e inefficiente tanto che il reattore di Elk River funzionò solo dal 1963 al 1969 e fu poi chiuso, ma ormai la lavorazione a Trisaia era avviata ed è continuata, imperterrita. La bella idea di costruire, con pubblico denaro, un impianto di  separazione la  cui esperienza non serviva a niente, ci ha lasciato in eredità, in Basilicata, alcuni metri cubi di liquidi altamente radioattivi, con una radioattività di alcune decine o centinaia di migliaia di  curie (equivalente a quella di qualche decina o centinaia di chilogrammi di radio), e altro materiale radioattivo. Un gran girare di numeri contradditori: perché non ci dicono mai la verità, lasciando aperta la porta al legittimo sospetto che chi ha le informazioni, per minimizzare la paura del "popolo", ci prenda sempre in giro ? Ci sono state perdite  di  radioattività sul suolo, scarichi nel mare? Quale è la condizione dei contenitori ? Ci sono corrosioni e pericoli di fughe ? E, per inciso, nessuno paga mai per le scelte  tecniche ed economiche sbagliate, come questa ? [Vari dati emersero, nel 2004, quando il governo decretò che un deposito nazionale di scorie radioattive sarebbe stato insediato a Scanzano, un paesino della Basilicata a poca distanza da Trisaia, decreto poi ritirato in seguito alla protesta popolare] D'altra parte dove si possono mettere, correttamente, i prodotti di fissione e le scorie radioattive che sono gli inevitabili sottoprodotti di qualsiasi reattore nucleare ? La domanda è senza risposta. Alcuni propongono di trasformarli in materiali vetrosi da seppellire in  caverne  rigorosamente isolate dal contatto con l'acqua e con gli esseri viventi, continuamente  ventilate per eliminare il calore e la radioattività. Altri propongono di seppellirli nel fondo degli oceani; altri di caricarli su razzi da spedire nello spazio.

La fantasia e sconsideratezza umana non hanno confini, come dimostra il fatto che, per decenni, francesi, inglesi, russi e americani, senza andare tanto per il sottile, e per risparmiare soldi, hanno versato le soluzioni  di queste "scorie" radioattive, allo stato liquido, nel Mediterraneo e negli oceani, con effetti biologici di cui forse ci accorgeremo in futuro. Infine c'è un traffico internazionale, per terra, per mare, con aerei, di combustibile nucleare  irraggiato, di "prodotti di fissione" alla ricerca di qualche discarica, di plutonio, ricercato da possibili clienti — paesi dittatoriali, criminalità organizzata, affaristi che speculano sull'ignoranza — per  avventure di bombe atomiche o a fini di ricatto.  L'energia nucleare non è economica  L'energia nucleare non solo non è pulita, come si è visto, ma non è neanche economica: non è vero che il costo aziendale dell'elettricità nucleare è inferiore a quello dell'elettricità ottenuta da altre fonti, come appare se si effettuano correttamente i calcoli, includendo i costi dello smantellamento delle centrali nucleari, alla fine della loro vita utile, i costi di sistemazione,  nel lungo periodo, del combustibile nucleare irraggiato e delle scorie radioattive. I  propagandisti del nucleare affermano allora che gli attuali costi verrebbero abbassati in  futuro dalla diffusione dei reattori "veloci", che consentono la trasformazione di parte dell'uranio non fissile in plutonio e la progressiva "fissione" del  plutonio stesso. In realtà i pochi reattori "autofertilizzanti" finora realizzati (il più celebre è il reattore veloce francese Superphenix) si sono dimostrati difettosi e pericolosi; inoltre la scelta dei reattori  "veloci" comporta la formazione di ancora più grandi quantità di scorie radioattive e mette in  circolazione grandi quantità di plutonio, il più "comodo" materiale "utile" per la fabbricazione di bombe nucleari, il che fa aumentare le tentazioni di furti e di proliferazione delle bombe nucleari, anche in violazione dei trattati internazionali.  Il sogno dei reattori "sicuri" e della fusione  Davanti agli incidenti ai reattori nucleari esistenti — i casi di Three Mile Island (1979) e di  Chernobyl (1986) sono stati solo i due più vistosi episodi di una innumerevole serie di incidenti più o meno gravi, alcuni con fuoriuscita di materiale radioattivo nell'ambiente — le industrie nucleari si stanno sforzando di proporre progetti di reattori nucleari intrinsecamente  "sicuri", in grado cioè di far fermare automaticamente la reazione di fissione quando la temperatura del nocciolo del reattore diventa troppo elevata. Ma anche nei reattori nucleari a fissione "sicuri" o in quelli a ciclo torio-uranio o nelle altre  numerose "varianti" rispetto agli attuali reattori a ciclo uranio-plutonio, la produzione di elettricità inevitabilmente genera elementi radioattivi a vita più o meno lunga che rappresentano un pericolo per la vita e per l'ambiente dell'attuale e delle future generazioni. Altre persone ancora, nel mondo nucleare, consce del fallimento dell'attuale tecnologia  nucleare basata sulla fissione, cercano di tenerla in vita sostenendo che si tratta di una transizione verso lo sviluppo di reattori a fusione sicuri e puliti. Anche se, riconoscono,  comunque, tale transizione  richiederà ancora "decenni". Eppure essi sanno bene che i reattori a fusione — quelli veri, non la barzelletta della "fusione  fredda" — se funzionassero, non sono affatto "puliti" perché gli alti flussi neutronici che si verificano durante la fusione provocano la formazione, nelle strutture del reattore, di prodotti  radioattivi di attivazione, diversi dai frammenti della fissione, ma di altrettanto elevata  pericolosità per gli esseri umani e per la biosfera e di altrettanto difficile smaltimento. Non bisogna infine dimenticare gli stretti e diretti legami fra nucleare commerciale e armamenti nucleari, come conferma il grande interesse per l'acquisto di centrali  elettronucleari da parte di paesi con tentazioni militari, l'ostinazione delle attuali potenze dotate di bombe atomiche (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia) a tenere in vita l'uso  dell'energia nucleare commerciale che mette a disposizione tecniche dilavorazione dell'uranio e del plutonio e di produzione di trizio necessari per rinnovare e teneren efficienza gli arsenali nucleari.  

Non sarà il nucleare a salvarci dalla scarsità  L'ultimo apparente punto di forza degli avvocati dell'energia nucleare consiste nel presentare  questa fonte di energia come l'alternativa al possibile esaurimento delle riserve — non certo  illimitate — di combustibili fossili, soprattutto idrocarburi. L'alternativa va cercata altrove: in una revisione dei consumi energetici ed elettrici — in una revisione dei modelli consumistici e merceologici dell'umanità — e in un crescente ricorso alle fonti energetiche rinnovabili. Tale revisione e transizione richiede ricerche scientifiche  di base, innovazioni tecniche e attività manifatturiere su una scala senza precedenti, tali da innescare un eccezionale aumento dell'occupazione, sia nei paesi industriali, sia in quelli del Sud del mondo. Il  giorno in cui ci si decider ad abbandonare l'uso dell'energia nucleare, inoltre, si dovrà cominciare ad affrontare i giganteschi problemi  scientifico-tecnici della  sistemazione del combustibile irraggiato e dei materiali radioattivi formatisi nelle attività passate; dello  smantellamento delle centrali e dei reattori nucleari ancora esistenti, tutte operazioni che richiedono crescenti conoscenze, innovazioni e attività e l'impegno di decine di migliaia di  specialisti nel campo della fisica, chimica, biologia, ingegneria. Ma nel frattempo come possiamo evitare nuove catastrofi?  Occorre rendersi conto che gli effetti devastanti delle catastrofi dipendono dalle condizioni sociali e politiche che consentono alla tecnologia di sfuggire ai controlli umani e collettivi. Tali condizioni sono rappresentate dal potere e dall'arroganza dei produttori, dalla complicità fra potere economico e  governi, dalla debolezza o inesistenza di una cultura popolare nei confronti dei processi tecnico-scientifici, produttivi, merceologici, della società moderna. 

I grandi mezzi di comunicazione parlano di tutto, fuorché delle poche cose importanti della  vita moderna: come sono fatti gli oggetti e le merci — e l'energia e l'elettricità sono fra le merci più pervasive che si conoscano — dove e da chi vengono fabbricati, come sono controllati. E non c'è da meravigliarsene perché i mezzi di comunicazione sono per la quasi totalità controllati dal potere politico-affaristico, dai fabbricanti e venditori di merci che inducono i "consumatori" ad acquistare le merci parlandone attraverso la pubblicità che ha raggiunto vette incredibili di banalità e tende ad escludere qualsiasi informazione su che cosa le merci sono e come sono fatte. La scuola e l'Università sono in genere assenti nella diffusione di una cultura popolare e critica sulle innovazioni e sulla produzione. Val la pena di continuare una corsa verso merci che portano verso il nulla, o proviamo a  cominciare a chiederci — e a spiegare — che cosa produciamo, che cosa succede dentro la centrale o la fabbrica che troviamo vicino al nostro paese, che cosa acquistiamo, a che cosa servono le merci che spesso hanno un così elevato contenuto di violenza ? Scopriremmo, così, che un controllo pubblico degli atti dei governanti e degli imprenditori,  oltre a ridurre le morti e i danni umani, diventa un formidabile stimolo per l'innovazione, la ricerca scientifica, per nuovi processi e per merci meno violente, capaci di soddisfare, molto meglio delle merci attuali, l'unica cosa che conta, i bisogni umani, che comprendono anche la sicurezza, il diritto alla vita, la dignità. E su questa strada non c'è posto per l'energia nucleare.   

tratto da : Ecologia politica Capitalismo Natura Socialismo CNS, 6, (16/17), 128-136  (gennaio-giugno 1996)