di Antonio Bavusi
no_a_vernole_la_stazione_x_cambio_pressione_del_gasdotto_con_torce_accese_ed_emissioni_inquinanti.jpgcittadini pugliesi  della Provincia di Lecce hanno chiesto al Comune di Melendugno di intraprendere il percorso per l’istituzione dei Sic (Siti di Importanza Comunitaria)e  al Comune di Vernole (LE) di deliberare il no al progetto TAP. I cittadini di Castrì, sempre in Puglia, dibattono sul gasdotto che la società Trans Adriatic Pipeline (TAP) vuole realizzare e che si contrappone allo sviluppo turistico della costa adriatica pugliese.

Quelli della Valle di Diano si oppongono al permesso Monte Cavallo della Shell e chiedono a quelli  Lucani di alzare la loro voce ed opporsi a nuove perforazioni petrolifere. Due facce di una stessa medaglia ma una identica voce che parte dai territori di due regioni vicine, la Campania e la Puglia, e arriva in Basilicata, terra narcotizzata dalle compagnie petrolifere e dalle loro istituzioni pubbliche incapaci di fermare l’avanzata delle compagnie petrolifere che occupano i 2/3 del territorio regionale con 51 tra permessi di ricerca, istanze di ricerca, concessioni e campi di stoccaggio del gas, con due centri olio esistenti dell’ENI di Viggiano, Pisticci ed il costruendo centro olio della Total a Corleto Perticara.

Il corridoio energetico del sud Italia
La TAP è una joint venture tra la svizzera EGL che assieme alla norvegese Statoil detengono il 42,5 % dell’operazione e con la tedesca E.ON con una quota del 15%. Il T.A.P. è un progetto chiacchierato e che ha visto inchieste eccellenti da parte della magistratura pugliese, che intende realizzare l’approvvigionamento del gas naturale dal Mar Caspio con attracco a San Foca, marina di Melendugno, raddopppiando un altro progetto, il Poseidon al quale  dovrebbe aggiungersi un terzo gasdotto previsto da un accordo tra l’ENI e la russa Gazprom con terminal sempre sulla costa adiatica pugliese. La rete dei gasdotti dovrebbero poi avere una diramazione on – shore in Basilicata, raddoppiando il tracciato dell’oleodotto Viggiano-Taranto, attraverso la Val Basento dove la società russa Gazprom intende utilizzare i pozzi dismessi dell’ENI delle concessioni Cugno Le Macine e Serra Pizzuta, per arrivare sino al Vallo di Diano ricongiungendosi al gasdotto esistente SNAM che porta il gas libico in Italia e nel nord Europa.

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La quadratura del cerchio
La Tap ha presentato lo studio di Via (valutazione di impatto ambientale) al Ministero dell’Ambiente in scadenza il prossimo 21 maggio. Ecco così, oltre al raddoppio delle estrazioni di petrolio della Basilicata, sostenute dal presidente De Filippo che il giorno 4 incontrerà il top manager, Paolo Scaroni, forse presso il DIME – ENI di Viggiano (almeno secondo alcune indiscrezioni trapelate) parlerà anche delle reti dei gasdotti e delle infrastrutture ENI-Agip-Snam. La rivista on line “il tacco d’Italia” traccia nel Sud Italia il disegno dell’hub energetico, di cui la Basilicata ne rappresenta il “cuore “.  Un  disegno segreto celato nel Memorandum che traspare però dalla lettura dell’articolo 16 del Decreto Monti-Passera sulle liberalizzazioni, votato all’unanimità nel Consiglio Regionale della Basilicata con la sola eccezione della SEL che però per il momento è contraria (Sinistra Ecologia e Libertà) che in Puglia vuole l’hub che trasforma il sud Italia in una grande servitù energetica, ovvero la bombola del gas ed il pozzo nero del petrolio d’Italia e d’Europa.

no_all_incubo_mortale_del_mega-gasdotto.jpgIntanto le compagnie petrolifere occupano il territorio
Ecco il motivo per cui le compagnie si affrettano a richiedere permessi di ricerca in Basilicata (5 in scadenza nel mese di Aprile in Basilicata e nel Vallo di Diano) come la Shell e la Total. Quest’ultima ha ottenuto l’autorizzazione dal CIPE ad investire nel Progetto Tempa Rossa da dovrebbe estrarre 50mila barili al giorno di petrolio di qualità definata amara e pesante ed una quantità imprecisata di gas che un dimenticato accordo vorrebbe gestito dalla SEL (Società Energetica Lucana) con un occhio allo stoccaggio del GPL a Guardia Perticara che costitituirebbe secondo alcune indiscrezioni il secondo stoccaggio di gas russo sulla linea del Mar Caspio, dopo quella prevista da Geogastock in Val Basento, gestito però dalla multinazionale francese. Ed è così che mentre l’Europa guarda al sole ed alle fonti energetiche pulite, il sud, terra del sole per definizione, diviene terra dei conquistadores petroliferi che hanno scatenato e scatenano guerre e distruggono beni fondamentali e necessari per ill futuro, come l’acqua, utilizzata nell’l’agricoltura delle dimenticate Terre Joniche.

Un progetto distruttivo dal punto di vista economico e sociale
Il progetto TAP in Puglia viene considerato “fisiologicamente impattante” per un’area naturale, agricola, abitativa e turistica – scrive il Tacco d’Italia – e che vive di un turismo di qualità come testimoniano i riconoscimenti  delle”Bandiere Blu” più volte conseguiti. Così come sono  devastanti i progetti che incentrano lo sviluppo energetico delle fonti fossili. Sempre più amministrazioni pubbliche, sostenute dai cittadini si mobilitano per opporsi al grande disegno che rischia di desertificare il sud Italia. In Basilicata i prodotti della terra e quelli dell’allevamento vengono purtroppo già compromessi dall’inquinamento petrolifero, mentre dal Val Diano i sindaci ed i cittadini insorgono contro il disegno che avviluppa la vicina Basilicata e che rischia di coinvolgere territori ancora integri ed incontaminati. Un progetto che guarda all’oriente fossile che ha deciso di spremere fino in fondo i giacimenti del Mar Caspio, fino all’ultima goccia di petrolio e metro cubo di gas. Sapranno i cittadini del Sud Italia mobilitarsi contro questa nuova schiavitù dell’hub energetico?