La famiglia Orsini e la transumanza in Lucania nei secoli XVII – XVIII

di Antonio Bavusi e Vito L’Erario *

Ponte – acquedotto di Gravina (XVIII sec.)

Muro Lucano con il Castello Ferillo – Orsini

Gravina

Sviluppo del Regio Tratturo Tolve – Gravina all’interno e nei pressi di Gravina (Fonti cartografiche: SIT Regione Puglia e Parco Nazionale Alta Murgia)

Chiesa di S.Giorgio (Gravina). A destra disegno della cappella riportato nel cabreo dei Cavalieri di Malta – Commenda di Grassano (MT)

Muro Lucano in una stampa del Pacichelli (XVIII sec.). Visibile porta San Marco e la dogana (al centro della stampa in basso)

Francesco Orsini. capostipite degli Orsini Conti di Gravina

Beatrice Ferrillo Orsini (lo stemma dei Ferrillo, al centro, sulla facciata della cattedrale e nella cripta “Orsini – Del Balzo” –  Acerenza . A destra quello degli Orsini di Gravina)

Stemma Orsini riprodotto sul baldacchino ligneo, donato da papa Benedetto XIII Orsini alla Cattedrale di Muro nel 1728 (tra i più antichi vescovadi della Lucania) assieme a servizio pontificale solenne in argento dell’artista Luigi Valadier (custodito a Palazzo Lanfranchi a Matera)

Varco dei Rotesi

Verso la Fiumara di Avigliano

Giovanna di Napoli

Pascoli Monte Paratiello facenti parte dell’ ex Contea di Muro, oggi ZCS – ZPS della Rete Natura 2000

Via Gravinese: Tolve – Vaglio- Monte Carmine. il Tratturo della Marina

Bosco di Monte Caruso: esemplare di quercia centenaria. La Via Gravinese proseguiva lungo il Tratturo del Monte Carmine, attraverso il Varco dei Rotesi, nel territorio di Ruoti

Taverna Duca di Gravina (tratto dal Diario di Mallet- Viaggio nellearee del terremoto del 16 Dicembre 1857)

Premessa

La “Via Gravinese” attraversava la Lucania settentrionale da est a ovest, collegando il Potentino interno con il Tavoliere delle Puglie e la Campania, la città di Gravina a Muro Lucano. Il tratto iniziale, in epoca aragonese,  venne denominato “Regio Tratturo Tolve – Gravina”, molto probabilmente coincidente con la Via Appia. Passava a sud della collina di Botromagno a Gravina e si ricollegava ad est al Tratturo Regio Melfi – Castellaneta, nel tratto coincidente con la via Appia. All’interno di Gravina (Cfr cartografia SIT Puglia – Tratturi), dopo aver attraversato il torrente Gravina (l’antico Crapo), risaliva verso la Murgia nei pressi dell’attuale cimitero per poi proseguire lungo l’attuale Via Tripoli, attraversare Via Bari per poi congiungersi al quadrivio del Tratturo Regio Melfi – Castellaneta tra le località Porticella (Masseria Epitaffio) e Scomunicata. Lo sviluppo completo, ad ovest, comprendeva territori più vasti, sino al confine occidentale della Lucania (In proposito leggasi: Helga Di Giuseppe. Proprietari e produttori nell’Alta Valle del Bradano. In Facta, a journal of roman material culture studies. Fabrizio Serra Editore, I, 2007). In epoca pre-romana (VI sec. a.C.) questo itinerario era già frequentato da mandrie e greggi durante la transumanza dalla Murgia e da Gravina verso i monti della Lucania. Con la romanizzazione, lungo questa direttrice si stanziarono le ricche famiglie dei possidenti terrieri appartenenti all’aristocrazia urbana romana e quelli di origine italica, quali gli Aceronii, Annii, Cornelii, Domitii, Fundanii, Iunii, Metilii, Naeivii,Tuccii, Valerii, Vedi. Esse impiantarono aziende agricole basate sulla cerealicoltura e sull’allevamento, sia stanziale e sia transumante. Tra Tolve e Oppido era forse situata la statioIpnum” riportata nella Tavola Peutingeriana, a testimoniare l’importanza dello snodo commerciale, prevalentemente utilizzato per gli scambi cerealicoli e dei prodotti dell’allevamento nel sud Italia. Nell’antichità sorsero lungo la via di comunicazione templi dedicati alle divinità (la dea Persefone a Fontana Signore – Pila, tra Tolve e San Chirico Nuovo; Mephite, a Rossano di Vaglio; il santuario lucano- ellenistico di Fontana Bona, a Ruoti) . “I movimenti delle greggi, che due volte l’anno percorrevano i tratturi per raggiungere l’Appennino lucano in estate e le pianure apule in inverno, stimolarono la formazione di un’economia della lana fondata su specializzazioni produttive: dal reperimento della materia prima alla realizzazione del tessuto finito passando per il lavaggio delle lane, la cardatura, la filatura, la tessitura, la follatura e la cucitura dei tessuti” (H. Di Giuseppe, Op. cit.). L’attività legata alla transumanza è testimoniata nei ritrovamenti archeologici in alcune ville di epoca romana a Tolve e Oppido Lucano, a San Gilio, Masseria D’Erario, Moltone, S. Pietro, ove era presente una fullonicae, ovvero vasche per il trattamento e lavatura dei tessuti in lana in un luogo ove era necessario rifornirsi di acque copiose per la lavorazione fatta a mano o con i piedi, Ruoti (San Giovanni), nella Valle di Vitalba (Torre Embrici e Monte Torretta) con il ritrovamento di fuseruola, pesi da telaio, rocchetti, conocchie, aghi, cesoie per la tosatura del vello delle pecore, grattuge, scrematoi, bollitoi, etc ma anche lanaria o lanificium, con lanipendus – addetti alla pesatura della lana e quasillariae – filatrici. La villa imperiale di S. Gilio era condotta da un liberto e da schiavi-pastori di Domitia Lepida, zia di Nerone che aveva numerose aziende anche in Puglia.

La “Via Gravinese” nel contesto della rete dei Tratturi Lucani

L’itinerario che abbiamo denominato “Via Gravinese” tagliava, da est a ovest, la Lucania interna e metteva in collegamento, attraverso alcuni importanti tratturi, l’altopiano della Murgia ad Est, alle montagne e le valli della Lucania e al Tirreno, a ovest. Assieme a questa direttrice, resta ancora oggi inesplorata la rete dei tratturi dell’Appennino Lucano ed il loro utilizzo nelle diverse epoche storiche. “Dopo la seconda guerra punica e la conseguente confisca di ampi lotti di terreno ai Lucani che avevano patteggiato per Annibale, vaste porzioni di ager publicus in regione furono redistribuite con le centuriazioni graccane; altri lotti passarono nelle mani di proprietari terrieri romani che vi impiantarono ville” (A.M. Small et alt. La villa romana e tardoantica di San Giovanni di Ruoti (Basilicata). Pisani Teodosio Edizioni, 2016). L’intuizione di Small porta a considerare come “…in età romana, le grosse direttrici erano le vie publicae: le strade principali più vicine erano l’Appia, l’Annia Popilia (o Rhegio-Capuam) e, dalla fine del III secolo, l’Herculia. Nella Lucania in­terna vi erano poi numerosi tracciati minori, che con­nettevano gli abitati dell’in­terno alle mansiones e alle singole tenute. Due strade minori passavano nelle vici­nanze di San Giovanni. Una prima, a est, sul tracciato del successivo Tratturo Re­gio (ndr Via Gravinese), il vecchio percorso che collegava le valli del Basento e dell’Ofanto, andava verso gli abitati e la “mansio” sot­to Monte La Torretta (ndr Monte Torretta, variante da Oppido-Pietragalla della Via Gravinese). Una seconda, a ovest, giungeva oltre la moderna frazione di San Cataldo e si connetteva a nord sulla via Herculia, sul­la Strada per Atella. Queste direttrici ebbero una certa importanza per servire l’area ai mercati principali. Verso sud est un valico conduceva a Potenza e, di qui, attraverso la direttrice fondovalle del Basento, si raggiungeva il litorale ionico (ndr Via dei Greci o degli Stranieri). Da San Giovanni era necessaria una giornata di viaggio per raggiungere il municipium di Potentia. Verso nord, superato agevolmente il valico di San Cataldo, attraverso un tratturo, le valli della Fiumara di Atella e del Fiume Ofanto collegavano San Giovanni all’Adriatico (ndr Murgia pugliese e Daunia). Alla fine del III sec d.C, la realizzazione della via Herculia, che ingloba percorsi già esistenti, collegando Aequum Tuticum, Vensusia, Potentia, Grumentum ed Herakleia, permise collegamenti più facili all’area di San Giovanni: il tracciato tagliava la regione da nord a sud e passava circa 9 km a est della villa. Infine, numerosi tratturi utilizzati per la transumanza passavano San Giovanni: tra questi, il principale correva verso est, verso Tolve dove si congiungeva con il grande tratturo che correva lungo la Fossa Bradanica (ndr Tratturo Regio Melfi Castellaneta- Via Appia)” (A.M. Small, Op.cit). L’originaria rete dei tratturi di epoca preistorica e Lucana venne, durante il periodo romano, riutilizzata dagli eserciti secondo una nuova strategia di occupazione ed utilizzo dello spazio ai fini del mantenimento del potere. La geopolitica e il commercio dei prodotti dell’allevamento e dell’agricoltura, stimolarono, durante il periodo Medievale e in epoche successive, la riaggregazione delle comunità in centri abitati e nuclei rurali che, in Basilicata, presentano una propria specificità.
Fino alla prima metà del Quattrocento i territori degli Orsini di Pitigliano, di Monterotondo, di Bracciano, di Tagliacozzo, di Manoppello, di Nola, di Gravina e di Taranto tendevano a di­stribuirsi su un percorso quasi ininterrotto che dalle coste tirreniche attraversava l’Appennino per estendersi lungo l’Abruzzo fino al Molise e alla Capitanata e alle Puglie, tanto da far pensare che l’obiettivo comune fosse non tanto protegge­re singoli territori quanto un intero percorso costellato da redditizie dogane che coincideva con le grandi vie della transumanza. Il controllo delle dogane, l’alle­vamento degli animali, soprattutto delle pecore, il commercio della lana e delle pelli, del grano e del sale è stata per secoli la vera fonte di ricchezza delle grandi famiglie italiane… i registri d’archivio dimostrano che ancora nel XVII secolo lo era anche per gli Orsini. Al di là delle singole e autonome signorie territoriali, gli Orsini sembrano aver costituito per secoli un sistema complesso e coerente di relazioni politiche, economiche e culturali che hanno innervato mezza Europa. Senza contare che la presenza di prelati e cardinali con i loro incarichi e benefici ecclesiastici arricchisce e sposta spesso l’asse politico e geografico della docu­mentazione molto al di fuori dei territori e degli interessi propri della famiglia. Ed é proprio questo sistema, questa ampia rete di relazioni, soprattutto quelle economiche e culturali, che attende di essere studiata nella breve e nella lunga durata”. (Elisabetta Mori. L’archivio Orsini. La famiglia, la storia, l’inventario. Archivio Storico Capitolino. Edizioni Vilella, Roma, 2016).

La “Via Gravinese” in Lucania

La nostra ricerca ci ha condotti a ricostruire il tracciato di uno dei più importanti e antichi itinerari della transumanza nel Sud Italia, divenuto ufficialmente “via del grano” a partire dal XVIII secolo e fino al XIX secolo, collegando le aree cerealicole e pastorali della Murgia pugliese e materana, il tavoliere pugliese, la Daunia, le Valli del Basentello e del Bradano, alla Basilicata e alla Campania. Lungo la Via del Grano era presente la Taverna Pugliese, di cui resta il toponimo, distrutta da una frana.  Nel suo sviluppo iniziale, la “Via Gravinese” attraversava i territori di Gravina (il cui nome deriverebbe da “grana dat et vina” – “offre grano e vino”, caratteristica attribuita alla città da Federico II che la definì “giardino delle delizie”), Montepeloso (attuale Irsina), Tolve, Vaglio, Pietragalla, Avigliano, Ruoti, Bella e Muro. Nel suo primo tratto la “Via Gravinese” è riconducibile al Tratturello e Regio Tratturo Gravina – Tolve, così denominato nelle carte della reintegra dei tratturi del 1959 (in elenco contrassegnato con il numero 70). Il Regio Tratturo Tolve – Gravina, dal Tratturo Regio Melfi Castellaneta attraversava all’interno dell’attuale centro abitato di Gravina, via Bari, via Tripoli fino a tagliare l’area dell’attuale cimitero attraversando il torrente Gravina ( l’antico Crapo) dirigendosi verso le Località Secondino e Valloni. In questo tratto coinciderebbe con il tracciato della Via Appia proveniente dalla Valle del Basentello. Il Regio Tratturo Tolve Gravina attraversava ad est il Basentello verso l’antica Montepeloso (attuale Irsina) proseguendo nel territorio di Tolve (l’antica Tulbium o Ulva = erba palustre). Da Serra San Marco raggiungeva i torrenti Alvo e Percopò, intersecando i tratturi della Manna, per Acerenza e per Genzano, dopo aver superato il fosso Gambararo. In località Epitaffio di Tolve, ove era in origine collocato un cippo che imponeva il dazio sul passo degli animali. Probabilmente le mandrie e le greggi di casa Orsini, per evitare di pagare la gabella, passavano dal limitrofo territorio di Oppido Lucano, proseguendo per Pietragalla e Avigliano. Il cippo, oggi esposto nel chiostro del Convento dell’Annunziata di Tolve, riporta scolpito il decreto della Regia Camera del 1573. Il tratturo in questo primo tratto si sviluppava per 26 Km. Il diritto di passo, poiché contestato dai baroni locali, venne abolito nel 1466 con l’editto “Super passibus”. La corona introdusse allora le dogane confermando solo i passi autorizzati al fine di alimentare, con dazi e gabelle, il Regio Fisco (in proposito leggasi di P.Dalena, Passi, Porti e Dogane marittime, dagli Angioini agli Aragonesi. Adda Editore, Bari, 2007). L’epigrafe del passo di Tolve stabiliva: “…lo passo di Tolve se ha da esigere in uno loco tantum per l’animali solum nelo Infrasc(r)itto modo iusta lo decreto della Camera latu 22 7bri 1573. Per migliaro de Pecore crape e castrati carlini quattro. E non si esiga altramente una pesa de caso per massaria. Per centenaro de animali Baccini carlini tre. Per centenaro de giomente. E cavalli e muli carlini tre. Per centenaro de porci carlini due e mezzo e si detti animali saranno magiore o minore numero de uno centenaro paga pro rata tantum a detta rag(i)one e si le pecore crape e castrati saranno minore de uno migliaro a detta ragione pro rata E non si esiga cosa alcuna per le mercantie e altre qualsevoglia robbe. E homini che passaranno per detto Territorio. 1592 M(agnifico) Gio(vanni) (Battista) Sabatino”. Tolve faceva parte dei 75 luoghi ove era presente il passo imposto dal governo Aragonese nel XVI secolo, nell’ottica di normalizzazione del sistema fiscale. Esso perdurò anche durante il regno della regina Giovanna d’Aragona. In un provvedimento del 31 giugno 1748, Carlo III di Borbone confermava nuovamente il diritto dovuto al Regio Fisco per il passo di Tolve, considerata l’importanza che assumeva la “Via Gravinese” per la produzione lanaria e dell’attività di allevamento. Superato Tolve, la “Via Gravinese” proseguiva lungo il tratturo Tolve – Avigliano fino alla Fiumara di Cancellara. Dopo aver intersecato il tratturo Tolve – Genzano e Piano Monte nei pressi di Rossano di Vaglio, si immetteva lungo i tratturi Ginova, Occhionero (Vaglio di Basilicata) e della Marina, quest’ultimo a cavallo dei territori comunali di Potenza e Pietragalla, fino ad intersecare il tratturo per Ruoti nei pressi di Piano S. Nicola, snodo di altri tratturi provenienti da altre località. Gli Orsini nel 1496 erano feudatari di Vaglio (Ballios = nella mitologia greca deriverebbe dal termine mitologico ballios, uno dei due cavalli dell’eroe Achille). Ferdinando Orsini divenne signore di Vaglio nel 1560. Il tratturo Palmira (Oppidi – Oppido Lucano) – Bradano, proseguiva invece per Pietragalla. Feudo questo anch’esso degli Orsini, ad essi portato in dote da Caterina Zurla a suo marito, Mario Orsini. Dopo la morte di Mario Orsini nella battaglia d’Otranto contro i Turchi nel 1480, successe nei possedimenti il figlio Roberto. Superato il Torrente Tiera e la ferrovia, la Via Gravinese proseguiva nel territorio di Avigliano, risalendo lungo il tratturo del Carmine fino al Varco dei Rotesi (nei pressi del Santuario della Madonna del Carmine), superando la località Braide e Piano S.Vito, per discendere verso la Fiumara di Avigliano, dopo aver superato la località San Giovanni di Ruoti, nei pressi della villa romana e il fosso Merdaruolo. Superata la località S. Antonio Casalini e S. Cataldo di Bella, dopo aver superato il sito ove era ubicato il ponte Giacoio, di origine romana, nei cui pressi si tenne la battaglia di Numistro tra Romani e Cartaginesi durante la II guerra Punica nel 21o a.C. (sulle ipotesi dell’ubicazione di Numistro e quella del ponte Giacoia di cui è ancora presente il toponimo, ed i siti riconducibili alla battaglia di Numistro, leggasi: a cura di A.Capano, Beni Culturali nel Marmo Platano: Muro Lucano. Catalogo della settimana per i Beni Culturali e Ambientali, Tipografia Schiavo, Agropoli, Novembre, 1987. S.Pagliuca; Il territorio di Numistro, sistema difensivo e strutture insediative. In Basilicata Regione Notizie, n.ri 2-3, Potenza, 1996; sulla “ Batallas de la segunda guerra pùnica” si visiti il sito: htttps://2gpu.wordpress.com/numistro/ ), proseguiva lungo il Tratturo della Quercia fino alla Croce di Bella, confinante con territorio di Muro, dirigendo verso Piano dei Pagani e il Comune di Muro ove era situata una seconda dogana.

Gli Orsini e la Lucania

La famiglia Orsini si affermò nel feudo di Gravina dopo il matrimonio tra Margherita della Marra con Francesco Orsini nel 1418 che fu uno “dei principali sostenitori di Alfonso d’Aragona già ai tempi della Regina Giovanna II durante la carica di prefetto perpetuo dell’Urbe”. I discendenti di casa Orsini ingrandirono il loro patrimonio nel sud Italia, dando impulso all’allevamento, all’agricoltura e alla trasformazione dei prodotti esportati a Napoli e in tutto il Regno, durante il periodo di funzionamento della Dogana di Foggia e anche in epoche successive. A Gravina gli Orsini furono determinanti per l’ingrandimento e miglioramento delle condizioni di vita: la costruzione dell’acquedotto, che si origina circa 3 km a NW del centro abitato, in contrada Lamacolma, venne iniziata nel 1743. L’acquedotto S. Maria della Stella. La famiglia Orsini oltre al ponte-acquedotto, realizzò condotti sotterranei e due fontane situate ai due lati del ponte acquedotto che attraversa ancora oggi la Gravina. Inoltre agli Orsini è da attribuire, nella città murgiana, il mantenimento della fiera di San Giorgio che, ogni anno, si teneva di fronte la Chiesa, già possedimento Templare, a partire dal XIII sec. nel mese di Aprile, per iniziativa del Sovrano Ordine di Malta (cfr G. Lucatuorto. Il Sovrano Ordine Militare di Malta a Gravina. Inoltre dello stesso autore: l’antica fiera gravinese di San Giorgio. In Emeroteca Provincia di Brindisi, s.d.). La chiesa del XII sec., riportata assieme alla Grancia di San Cataldo ove si allevavano cavalli di razza pugliese, è descritta nella mappa del cabreo della Commenda di Grassano del 1798. Oggi versa in grave stato di degrado, nonostante già nel 1966 venne salvata dalla sua completa distruzione. La Cappella di San Giorgio era situata sul Tratturo Gravina – Altamura e sullo snodo di importanti direttrici di transumanza. La presenza degli Orsini in Lucania era in origine legata alla dinastia dei Ferrillo, nobile e ricca famiglia appartenente al patriziato napoletano presente sin dai tempi di re Carlo I d’Angiò. Nel secolo XV, lungo la “via Gravinese” la famiglia Orsini continuò ad affermarsi, non solo nel feudo di Gravina. Esponenti di casa Orsini erano infatti proprietari di beni ad Acerenza, Ruoti, Tolve, Vaglio, Pietragalla, Oppido e Muro. A Ruoti, nel 1511, il conte di Muro, Jacopo Alfonso Ferilli, aveva consentito l’immigrazione di una colonia di Albanesi Schiavoni, che ricostituirono il primo nucleo della popolazione ruotese. Più tardi con gli Orsini si insediarono a Ruoti anche famiglie spagnole, francesi e quelle provenienti dal territorio di Avigliano. La popolazione continuò ad aumentare fino al 1561, quando le proteste dei vassalli mirarono a strappare “confessioni e benefici” ai feudatari, gli Orsini, conti di Muro. I discendenti di casa Orsini ingrandirono e difesero però i loro possedimenti in Lucania, proseguendo nel tempo l’allevamento, l’agricoltura e la trasformazione dei prodotti. “Fino alla prima metà del Quattrocento i territori degli Orsini di Pitigliano, di Monterotondo, di Bracciano, di Tagliacozzo, di Manoppello, di Nola, di Gravina e di Taranto tendevano a distribuirsi, su un percorso quasi ininterrotto che dalle coste tirreniche attraversava l’Appennino per estendersi lungo l’Abruzzo fino al Molise e alla Capitanata e alle Puglie, tanto da far pensare che l’obiettivo comune fosse non tanto proteggere singoli territori quanto un intero percorso costellato da redditizie dogane che coincideva con le grandi vie della transumanza. Il controllo delle dogane, l’allevamento degli animali, soprattutto delle pecore, il commercio della lana e delle pelli, del grano e del sale è stata per secoli la vera fonte di ricchezza delle grandi famiglie italiane. I registri d’archivio dimostrano che ancora nel XVII secolo lo era anche per gli Orsini. Al di là delle singole e autonome signorie territoriali, gli Orsini sembrano aver costituito per secoli un sistema complesso e coerente di relazioni politiche, economiche e culturali che hanno innervato mezza Europa. Senza contare che la presenza di prelati e cardinali con i loro incarichi e benefici ecclesiastici arricchisce e sposta spesso l’asse politico e geografico della documentazione molto al di fuori dei territori e degli interessi propri della famiglia. Ed è proprio questo sistema, questa ampia rete di relazioni, soprattutto quelle economiche e culturali, che attende di essere studiata nella breve e nella lunga durata. Furono sudditi nello stesso tempo dei pontefici e dei re di Napoli ( Cfr. John A. Marino, Luigi Piccioni, Economia pastorale nel Regno di Napoli, Napoli, Guida Editori, 1988. Alberto Guenzi, Roberto Rossi, La riforma aragonese della transumanza nel Regno di Napoli come modello di sviluppo economico fondato sulla mobilitazione delle risorse territoriali, in Guido Alfani, Matteo Di Tullio, Luca Mocarelli, Storia economica e ambiente italiano (1400-1850), Milano, Franco Angeli, 2012, pp. 82-98).

Beatrice Ferrillo, figura di donna imprenditrice

Beatrice Ferrillo era figlia di seconde nozze di Giacomo Alfonso Ferrillo con Maria Balsha o del Balzo Orsini, pro-zia di Papa Orsini, Benedetto XIII. Sposò Ferdinando Orsini accrescendo le ricchezze di famiglia. Le origini della madre di Beatrice sono avvolte nel mistero. Sarebbero riconducibili, secondo alcuni autori, al conte Vlad Tepes III (il conte Dracula della fantasia romanzata) di cui era nipote.Beatrice Ferrillo, essendo la figlia maggiore di Giacomo Alfonso, ereditò i beni di famiglia appartenuti al nonno paterno, Mazzeo, divenuto Camerlengo di re Ferdinando I d’Aragona e precettore nel 1468 di Alfonso II, duca di Calabria e futuro re di Napoli. Beatrice Ferrillo Orsini riscattò nel 1477 dalla Regia Corte per diecimila ducati il Feudo di Muro. Pagando dodicimila ducati allargò in Lucania i Feudi di Genzano, Acerenza e Ruoti, riacquistando le terre appartenute agli Orsini a Vaglio, riscattando la città di Spinazzola per cinquemila ducati. Erano già chiari a Beatrice gli interessi di famiglia sui territori attraversati dalla “Via Gravinese” che aveva un ruolo importante per il commercio a Napoli e nel Regno. Nella fortezza di Muro – lo ricordiamo – era stata assassinata il 12 maggio 1382 Giovanna I d’Angiò divenuta regina nel 1343, ivi imprigionata dopo essere stata scomunicata da Papa Urbano IV per eresia e tentativo di scisma. Accusata di aver favorito l’antipapa Clemente VII e di aver tramato contro la corona per interesse, venne accusata di aver fatto assassinare suo marito, Andrea d’Ungheria (Giovanna era forse stata l’amante del banchiere fiorentino Acciaiuoli). Giovanna venne assassinata da sicari inviati al castello di Muro, ove era imprigionata, dal cugino, Carlo di Durazzo (Carlo di Gravina), che divenne Rè di Napoli con il nome di Carlo III (la storia della regina Giovanna assassinata a Muro da sicari è stata romanzata da Alessandro Dumas padre nel libro “Giovanna di Napoli”).
Beatrice Ferrillo seppe incrementare la dote ricevuta in eredità dal padre anche dopo il suo matrimonio con Ferdinando Orsini, esponente della ricca famiglia che vantava ben tre Papi e numerose porpore cardinalizie e vescovili. Dopo la morte di Ferdinando Orsini, Beatrice Ferrillo riscattò il Feudo di Muro, venduto a causa dei debiti di gioco del suo ex marito. Tra le attività prevalenti nei Feudi lucani vi furono certamente l’allevamento, sviluppato nel sud Italia dagli Aragonesi anche attraverso l’istituzione della Regia Dogana di Foggia. Beatrice Ferrillo Orsini, ben lungi da essere una semplice ereditiera, ebbe un ruolo non secondario nel condurre con tenacia e capacità imprenditoriali le attività armentizie e di trasformazione dei prodotti dell’allevamento, anche dopo la morte del consorte Ferdinando Orsini, detto Ferrante (1549). Il quinto duca di Gravina, era morto di cancro a Napoli, nel palazzo da lui fatto costruire in via di Monte Oliveto su progetto del Vanvitelli, considerato capolavoro dell’architettura rinascimentale. Beatrice ricompose il patrimonio degli Orsini dopo che gli spagnoli privarono Ferrante di tutti i suoi feudi perché passato dalla parte dei francesi di Lautrec durante la congiura dei baroni. Con cinque figli, rimasta vedova, Beatrice per 40.000 ducati d’oro riscattò ancora una volta i beni di famiglia dall’imperatore Carlo V. Pianificò con astuzia l’avvenire di figli e nipoti, divenendo amministratrice dei possedimenti della famiglia Orsini, facendo testamento e nominando erede universale il nipote Ferdinando, figlio di Antonio suo primogenito defunto, in modo da poter gestire le aziende senza vincoli da parte dei pretendenti. Assegnò al nipote il feudo di Gravina e il palazzo di Napoli (oggi sede della Facoltà di Architettura), a cui aggiunse Feudo di Muro Lucano, che continuò a gestire in prima persona. Al quintogenito Flaminio assegnò il feudo di Vallata ove intraprese l’attività agricola (produzioni cerealicole e tessuti) mentre quello di Solofra, da lei acquistato nel 1555 per trentamila ducati da Paolo Poderico, venne affidato al quartogenito Ostilio, incrementando la concia del pellame. Il feudo di Vallata era un rigoglioso centro agricolo posto sulla strada che da Benevento andava ad Eboli. Beatrice visse ancora a lungo ed ebbe tempo per vendere nel 1572 Vallata a Paolo del Tufo. Ai figli Flavio (divenuto poi vescovo di Muro) e Virginio, Beatrice assegnò le proprietà romane del marito, alcune delle quali possedute pro indiviso con il fratello di lui Giannantonio e da questi amministrate. Beatrice ingaggiò con la sorella Isabella numerose cause legali sui possedimenti dei beni che la sorella chiedeva in base alle clausole paterne inserite nel testamento che la indicavano quale unica erede, ma solo in caso non avesse contratto matrimonio. Beatrice incrementò la ricchezza con l’industria dell’allevamento e quella delle concerie a Solofra, dove fece costruire una sontuosa dimora rinascimentale. Donna di acuto temperamento e intelligenza Beatrice impose alla sorella, dopo la morte del padre, che le fossero rimasti i beni del padre facendosi carico dei suoi debiti contratti con il gioco.

I pascoli di Muro e Castelgrandine

I pascoli di Muro (l’antica Numistro, di cui è noto il nome del Meddix, Arrios, capo della tribù Osca dei Numestrani) appartenevano ad una delle tribù che secondo Plinio componevano nel V-IV sec a.C. la “nazione” dei Lucani assieme a quelle denominate… Atinates, Bantini, Eburini, Grumentini, Potentini, Sontini, Sirini, Tergilani, Ursentini, Volcentani.  Lungo la Via Gravinese gli Orsini, molti secoli dopo, seguirono gli stessi antichi tratturi per portare“…armenti a parecchie miglia di capi….ogni anno quando per la via di Oppido (Palmira) e Pietragalla, e per S. Antonio dei Casaleni giungevano al Tratturo del Piano dei Pagani…i massari, che si riunivano in consiglio per farne la ripartizione e si mandavano le vacche cogli allievi di un anno dette annichiariche a Staccarino, quelle che non erano partorite nell’anno (sterpe) a Vallata (ndr in provincia di Avellino), le figliate a Pisterola, ove si mandavano pure le pecore, come alla Parata. Le giumente andavano a Mirabella. Pisterola aveva la Capo-posta o prima posta”. Per poter pascolare nei territori di Castelgrandine gli Orsini proposero all’Università “…accomodo definitivo…Muro avrebbe ceduto l’intero Bosco di Capomuro o Fago Cantarino dell’estensione di 1200 tomoli  in piena proprietà…ed altri 200 tomoli compreso il così detto Lago dei Dragoni ove gli Orsini si riserbavano il Dritto di poter abbeverare il loro bestiame, dando in correspettivo un loro mulino diruto in contrada S.Angelo o Lagomorto con facoltà di poterlo riedificare a d escluso uso e benefizio dei Castelgrandesi…” (L. Martuscelli, Op cit). Lo stesso autore riferisce la numerosità dei capi di bestiame che si spostavano due volte all’anno “…i mandriani di casa Gravina formavano un vero esercito…la mandria delle vacche oltrepassava il migliaio …posto che cento vacche occorrono quattro vaccari si ha un totale di quaranta individui oltre il massaro, il sottomassaro e due caciai, senza contare i pastori ! Tutti i mandriani erano muresi ed i massari portavano per distintivo mostre di panno rosso sul bavero della giacca ed oltre lo schioppo, la sciabola”.

Muro, feudo degli Orsini

Il Feudo di Muro, già possedimento dei signori di Laviano, era passato, assieme alla città, a Mazzeo Ferrillo che lo acquistò direttamente con il nome di Contea di Muro da re Ferdinando d’Aragona il 10 maggio 1477 al prezzo di diecimila ducati (secondo L. Martuscelli, Numistrone e Muro Lucano, Tip.Pesole, Napoli, 1896, venne venduto al prezzo di cinquemila ducati) prima di pervenire agli Orsini, dopo il matrimonio tra Beatrice Ferrillo e Ferdinando Orsini che tennero la Contea fino all’eversione della feudalità (1807) assieme ai possedimenti di Acerenza. Presso la cattedrale di Acerenza gli Orsini Del Balzo realizzarono la misteriosa cripta con gli affreschi attribuiti al pittore Giovanni Todisco. Destinata in origine ad ospitare le spoglie di qualche esponente della famiglia Ferrillo o degli Orsini, testimonia il possesso di Acerenza da parte delle due famiglie. I ricchi pascoli di Muro, già a partire 1592, erano contesi tra le Università di Castelgrandine (Castelgrande) e Muro, epoca in cui era vescovo di Muro Flavio Orsini, divenuto in seguito cardinale. Nel 1641 pervenne a Ferdinando Orsini per testamento di Dorotea Orsini, sua madre, a patto che avesse conservato il possesso per tutta la sua vita, poi modificato dietro pagamento di acquisto, per evitare pretese da parte di possibili altri eredi della famiglia. La Contea di Muro pervenne al secondogenito di Ferdinando, Domenico, avendo il primogenito Pietro Giacinto rinunciato all’eredità per motivi religiosi, divenendo prima Arcivescovo di Benevento e poi Papa con il nome di Benedetto XIII. Nel 1705 pervenne a Filippo Bernualdo I Orsini, successivamente a Domenico II (1734), ed infine a Filippo Bernualdo III Orsini (1806) che mantenne i possedimenti ed i pascoli di Muro fino al 1830.

Il passo da Muro durante la transumanza

In Piazza San Marco (L. Martuscelli, Op.Cit) in prossimità della porta della città si esigeva per il transito degli armenti “il “passo o pedaggio…la lapide che conteneva il bando è stata fino a pochi anni fa come sedile accanto alla Cantina della Corte, ora del Sig.Giuseppe Lordi, e fu trasportata colà dopo che fu tolta nel 1799 dalla nicchia che si elevava sul lato della pila prossima alla fontana verso la piazza istessa. Eccone il contenuto: Carolus Dei Gratia Rex / Pannetta seu Tariffa dei dritti di Passo nella Città di Muro / Per l’ill.mo Don Domenico Ursino Duca di Gravina / Utile padrone del passo / Exatio praedicta fiat hoc modo / Per ogni pezzo di vaccina grossa Grana cinque / Per ogni Giumenta Grana cinque / Per ogni mulo portato a capezza Grana dieci / Per ogni centinaio di animali minuti cioè pecore capre /  e porci Carlini dieci / E se saranno più o meno paga pro rata alla ragione di cento / Per ogni Masserie di pecore che passano ad erbare / sulle montagne dei convicini Carlini dieci / Datum Neap. Ex regia Cam.Summ. die 25 sept. An. 1691 / D.Sebastiano De Cotes R.C.M. L.D. And. Guerrero / De Torres. Vidit Fiscus. Januarius Cecere / Actuarius ”.

I dazi della dogana di Muro e le liti sui pascoli

Gli Orsini ebbero con l’Università di Muro diverse controversie dovute ai mancati introiti sul “datio del bestiame” che transitava dalla porta e dalla piazza San Marco e sugli erbaggi della montagna, tra l’altro contesi anche con l’Università di Castelgrandine. I componenti dell’Università di Muro si riunivano presso la dohana o presso la Taverna e, durante i periodi estivi, presso la Pietra del Pesce, antico banco per la vendita delle mercanzie che giungevano a Muro dalla Puglia e dai porti del Tirreno o sotto il portico della Casa dell’Università situata sulla Piazza San Marco dove era “la fonte di acqua viva” (L. Martuscelli, Op. cit).  A causa delle condizioni del portico e della dohana, venne realizzata la “dohana nuova… a breve distanza dalla Taverna sulla strada S. Maria Viapiana, di rimpetto alla Chiesa dell’Annunziata che sorgeva in questa parte del Palazzo Marolda …., accanto all’antica Torre dell’Orologio …dove un lungo filare di maestosi olmi fiancheggiava la strada incominciando dall’angolo del Palazzo Marolda fino alla Chiesa del Soccorso…fino a cinquanta anni fa vivevano ancora rigogliosi non pochi, che vivrebbero ancora, se una mano vandalica non li avesse abbattuti senza scopo. Il nuovo edifizio, detto Dohana nova perché forse vi si esigevano i Dazi di consumo per conto dell’Università e il Passo per conto dell’Erariio comitale, o megliochè in essa convenivano tutti i forestieri per vendere vettovaglie ed altri generi commestibili, aveva una forma caratteristica a tutti gli antichi palazzi di Città per l’immancabile porticato nel mezzo della facciata. Venne su con proporzioni grandiose, ed i suoi portici abbastanza spaziosi si prestavano meravigliosamente a contenere Governo e popolo quando si tenevano Comizi e Parlamenti. In seguito però perdette il nome di Dohana nuova e prese quello di Casa della Terra: nome che ha conservato fino alla metà di questo secolo” (L.Martuscelli, Op.cit). Sempre il Martuscelli riferisce come prima che la Dohana nova fosse finita cadde con la vicina chiesa dell’Annunziata a causa del terremoto del 1694….”ritornando poi all’antica Taverna che privata del porticato, rifatta ed abbellita riuscì una decente e comoda Casa Municipale, adatta ai bisogni e esigenze dei tempi”. I muresi, privi di territori, si rivolsero alla Regia Camera Sommaria che, con editto del 23 febbraio 1792, decretò la dissodazione e ripartizione del demanio boscoso di “Montagna Grande” per trasformarla in seminativi. Un editto questo che mostra come per i boschi della Lucania non si esitò alla distruzione, spesso attuata attraverso incendi, come quello che distrusse totalmente il Bosco di Montagna Grande. “…uno spaventevole incendio nel 1793 …divampò can tanta veemenza ed in proporzioni così vaste da ridurre in cenere ed in pochi giorni 42.000 alberi di faggi colossali ed annose querce…”. I pascoli della Contea di Muro erano frequentati per consuetudine, oltre che dalle greggi di Castelgrandine (Castelgrande), da quelli di Muro ma anche dagli animali del Duca di Gravina. Nel 1571 si ebbero disordini e risse allorquando il Duca Orsini fece scacciare dai suoi armigeri i pastori locali e soprattutto quelli di Castelgrandine che rivendicavano il possesso dei pascoli di Pisterola (Posterula, ovvero Posta), Raia San Silvestro, Manca di S.Angelo, San Pietro in Aquilone, Macchia del Castello, Bosco Capomuro o Fago di Cantarino, Raia S.Angelo e Lagomorto; zone contese agli Orsini dall’Università di Castelgrandine che intraprese una causa contro gli esponenti della casata, riuscendo ad ottenere una sentenza favorevole che però non valse a vietare il pascolo agli animali degli Orsini. Questi ultimi decretarono come “Difesa” i pascoli contesi, per vietarne l’uso d’inverno ai pastori dei Castelgrande e Muro. Tali soprusi  culminarono in episodi di sangue nel 1722, allorquando li “…scherani della Corte, spalleggiati dai mandriani ducali (ndr secondo la cronaca riportata dal Martuscelli in numero di 40 e portavano per distintivo mostre di panno rosso sul bavero della giacca, oltre allo schioppo e la sciabola) che ivi numerosi stavano per la custodia degli animali, imposero ai coloni di andar via coi loro buoi, altrimenti li avrebbero cacciati di viva forza…arrivando alle mani nella quale restò ucciso un tale Angelo Malgieri, detto Scarpaleggia, armigero della Corte…ed a nulla valse ai locali far iscrivere i loro nomi nel Libro dei Locati della regia Dogana che accortasi del tentativo di eludere la giurisdizione della Corte comitale, ad istanza del Duca…cancellò i loro nomi…”. Oggi i pascoli in altura del Paratiello costituiscono una ZSC (Zona Conservazione Speciale) e ZPS (Zona di Protezione Speciale) estesa su 1.140 ettari (IT9210190), dove sono presenti numerose specie di avifauna (tra le quali l’Aquila reale) e mammiferi rari e minacciati di estinzione, quali il lupo. L’area costituisce inoltre un rilievo carbonatico situato tra la Basilicata e la Campania, tra la Valle del Sele e quella di Vitalba  (cfr Gruppo Geo.Pleleo di Statte), in cui sono presenti rilievi carsici (Monti Marzano, Pennone,Eremita e Paratiello) doline e grotte, tra le quali quella denominata “I Vucculi” che costituisce con i suoi 124 metri di profondità solo in parte esplorati (alcuni sifoni ne ostacolano la completa esplorazione) una delle grotte più interessanti dell’Appennino Meridionale, facente parte del complesso carsico del Marmo – Platano. Sull’area vengono evidenziati in sede scientifica oltre ad un carico eccessivo di bestiame, inopportuniti progetti turistici ed eolici che possono minare la ricchezza della biodiversità e il paesaggio (in proposito Leggasi: AA.VV.Le porte del Marmo Platano. 62 nuove cavità scoperte nel primo campo speleologico italo-cubano in Italia. In Speleologia, n.58, 2008. AA.VV Gruppo Speleo Statte.Ancora a “I Vucculi” di Muro Lucano. Dieci anni di esplorazioni, inseguendo la grotta più lunga della Basilicata. Giugno 2009, n.60. Gli autori denunciano inopportuni progetti di valorizzazione che riguardano la grotta e le aree contermini).

L’antica fiera di San Quirico a Muro

Si svolgeva a Muro il 9 Luglio, in località Pascone una delle fiere più antiche in Lucania. La fiera era così denominata in devozione al santo di Tarso, martirizzato durante la persecuzione dei cristiani da parte di Diocleziano; martire venerato in altre località della Lucania, con alcuni comuni che lo ricordano nel nome, San Chirico Nuovo e San Chirico Raparo, ove il santo è ancora venerato. “Dobbiamo alla munificenza del buon Conte Giacomo Alfonso Ferrilli la istituzione della Fiera, alla sua generosità il luogo celebrarla”. Il Martuscelli (L. Martuscelli, Op. cit.) ricorda, inoltre, il diploma di concessione esistente “…tra le carte universitarie dell’Archivio municipale nella consegna del 1619, come si rileva dal più volte citato Inventario… un privilegio in carta di coiro espedito dal Conte Iacovo Ferrilli nell’anno 1501, ai 4 settembre, firmato; però non vi è sigillo, contenente la concessione del Mercato e del Pascone, che ebbe la sanzione sovrana nel la aprile 1508… e la conferma comitale nel 18 giugno 1540”. La Fiera di S. Quirico a Muro era considerata “il più grande avvenimento del Paese… per circa tre secoli è stata sempre pei Muresi una ricca miniera d’oro… in quanto che, i nove decimi degli animali bovini e ovini convenivano in vendita erano produzione affatto paesana. Sicchè fioccavano gli affari; ma i maggiori e i migliori si facevano con le bovine sì perché il loro allevamento era qui una industria ben avviata e florida, come anche perché il mese di Luglio, consigliatamente scelto per la celebrazione della Fiera, è il tempo più adatto ed opportuno per far compra, vendita, baratto del bestiame suddetto. In tale epoca infatti gli agricoltori comprano più volentieri i buoi da lavoro perché prossima la trebbiatura dei cereali, ed i così detti Mazzieri e Ferretti (Mazzieri perché guidano gli animali con lunghi bastoni o mazze: Ferretti, perché non appena contrattata la merce la bollano con un marchio che si dice ferretto) corrono all’acquisto degli animali da macello perché allora si trovano usciti dalle difese boschive e dai pingui ed aromatici pascoli delle nostre montagne, ben grassi e ben nutriti. Buoni affari si facevano, come anche si fanno cogli ovini, magrissimi con gli equini, perocché i cavalli e specialmente gli asini e i muli sono industria esclusiva dei zingari che prima venivano a grosse carovane a rallegrare la Fiera col loro brio e colla loro grande sveltezza. Oggi anche se ne veggono, e si distinguono pel loro vestito caratteristico, ma più che mai per le facce olivigne, la nerissima capellatura, gli occhi penetranti e furbeschi; ma quelle truppe di una volta non più”. La descrizione fatta dal Martuscelli della fiera di S. Quirico continua con altri personaggi che si potevano incontrare nei giorni di festa “…di tratto in tratto t’incontri ora con una laida indovina che scrocca il soldo alle credule femminucce, tenendo in serbo spiedi e graticole per chi non vuol saperne di quelle corbellerie; ma il numero vistoso delle procaci pitonesse che una volta gironzavano per la Fiera e per la città non si vede più; come é altresì distrutto lo stampo di quei contadini semplici e dabbene, vittime sempre delle mariuolerie di quei bricconi che loro gabellavano, con arte veramente diabolica, ed asini e muli con mille magagne e difetti. Noi giovanetti si aveva una paura maledetta di quei ladroni girovaghi, maestri di frode e d’inganni. Ci si raccontava che possedevano l’arte magica di far sparire per incanto non solo i polli, ma anche i fanciulli che ligati sulla groppa dei loro agili puledri, erano condotti in altre Fiere lontane e venduti come altrettanti asini e giumenti. Nella Fiera tutti indistintamente si provvedevano di tutto ciò che occorre per la vita; ma oltre gli affari quel periodo felice di undici giorni era il tempo del divertimento e dello svago: qui saltimbanchi e funamboli, cerretani e bagattellieri. Non mancavano le compagnie comiche che davano rappresentazioni diurne e notturne, le bische, i giuochi di ogni sorta. Era poi il convegno, il ritrovo di parenti, amici, conoscenti lontani che si davano la posta per vedersi a capo dell’anno, lieti di poterne celebrare l’anniversario in quelle pittoresche capanne intessute di rami e foglie della quercia e del castagno, tra la spuma dei bicchieri e il caldo vapore…”.

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