di Franco Tassi

la_terra_in_testaRiportiamo queste riflessioni di Franco Tassi, anticipando il contenuto dell'articolo che comparirà sul prossimo numero di Villaggio Globale dedicato ai germogli. E forse, come ci dice l'Autore, la rinascita del nostro Mezzogiorno rifiorirà proprio dal recupero della sua vera semente, indissolubilmente legata alla terra, da tanti alberi e piante che ricrescono, da molti giovani che riprendono in mano il proprio destino: insomma, da un movimento spontaneo, libero e indipendente, capace di ritrovare la forza e la dignità di quel popolo, che affonda le proprie radici nella storia più antica. (Pandosia)   

“…Eravamo ormai disperati, confusi, rassegnati: il nostro immenso lavoro, compiuto con anni di duro sacrificio, stava andando in fumo, e pochi altri sembravano curarsene… Terreni sterili e bruciati dalla siccità, abbandono e rovine ovunque, acqua neppure per bere: e nessun frutto da mangiare, delle migliaia che con sudore e tenacia avevamo piantati, e nei quali riponevamo molte speranze. Qualcuno ancora cercava aiuto, ma sembrava impresa impossibile, perché già la gente correva a venerare i nuovi idoli, s’inchinava servile di fronte al fatuo e al virtuale, mentre ogni altro credo e principio veniva deriso e sbeffeggiato. Fu proprio allora che la piccola Gaia ci chiamò con voce trillante, attirando il nostro sguardo verso la parte più umile e nascosta del campo: “Venite, guardate qui: dietro la siepe, le nostre piantine stanno crescendo!”. Non credevamo ai nostri occhi, ma era proprio vero: nel piccolo avvallamento, sparsi qua e là senza ordine apparente, centinaia di piccoli germogli inseguivano la luce, esprimevano foglie d’un verde tenero, attiravano già i primi ronzii d’insetti… Che il vecchio saggio avesse davvero ragione, che in quei semi quiescenti fosse restato lungamente nascosto e silenzioso il germe della vita futura?”   

                                                                                                                                                                              (Missione Gaia )

  Sana semina, extrema spes  

la_terra_in_testaLa "chiave del problema" – Questa tavola, ideata da Franco Tassi e realizzata da Claudio Pasqualucci, sintetizza il rapporto tra l'uomo e il suo ambiente. Il destino dell'uomo è racchiuso nella mente umana, potenzialmente capace di partorire distruzione e sconvolgimento, ma anche di esprimere intelligenza e bonta positiva verso la natura e le risorse del nostro pianeta.

 

 

 

1. MA IL FUTURO ESISTE DAVVERO ? 

Q

ualche anno fa, durante una vivace conversazione sui temi ecologici tra docenti e alunni delle scuole superiori abruzzesi, l’attenzione si concentrò sull’avvenire del pianeta, della società umana e degli stessi giovani, in un’epoca che già allora appariva piuttosto confusa e incerta. Non si profilavano ancora tutti gli scenari da incubo diventati poi regola generale, ma si percepivano piuttosto sensazioni deprimenti e vere e proprie frustrazioni collettive: come lo smarrimento della missione, il tradimento dell’etica, la disgregazione dei valori condivisi; ai quali stavano sempre più subentrando, in ogni aspetto della vita civile, nebbia e melma, disorientamento e caos.      

Fu proprio in quel momento che un giovane serio e meditabondo, alla precisa domanda “Quale  sarà il tuo futuro?” rispose semplicemente,  a mezza voce e senza incertezze: “Il futuro non esiste". Una semplice frase che lasciò tutti sorpresi e interdetti, ma che nessun giovane delle generazioni precedenti avrebbe mai sognato di pronunziare, e neppure di immaginare. E che dovrebbe soprattutto richiamarci imperiosamente alle nostre responsabilità di incosciente genìa, tuffatasi senza scrupolo nel “miracolo” e nel “consumismo”, abituata a misurare civiltà e progresso attraverso le aride cifre della più cinica econometria, quella che dà valore e significato agli indici e alle quotazioni, ma considera irrilevanti le vite, le carriere e i sogni spezzati, e tanto meno si perita di gettare un’occhiata distratta sulle devastazioni e le contaminazioni della natura, dell’ambiente e del territorio intorno a noi.                                                                  

2.IL RISVEGLIO DELLA GENTE

Pochi sembra se ne siano accorti, ma il malgoverno del Terzo Millenni sta portando a cambiamenti importanti, sostanziali, forse determinanti per il futuro del territorio e della natura d’Italia. E se un tempo per convincere le comunità locali della necessità di difendere il loro patrimonio più prezioso si poteva giungere a scontri non lievi, oggi accade sempre più spesso che siano invece proprio loro a muovere in soccorso di Madre Terra, nel nome di un legame di vita fortunatamente ancora pulsante, e mai rinnegato.

Lo abbiamo visto nell’Abruzzo più integro nel 2002, lottando insieme contro il terzo traforo del Gran Sasso: bloccando l’assurdo tentativo di sventrare ancora una volta la più maestosa montagna dell’Appennino, devastandone le falde idriche sospese (qualcuno forse ricorderà il bel documentario “L’ombelico traforato”, di Carlo Prola & Fabrizio Palombelli, da noi sempre agitato come un vessillo di verità in conferenze, scuole e dibattiti).

Lo abbiamo riveduto con crescente sorpresa ed entusiasmo nel profondo Mezzogiorno, con la rivolta popolare dell’autunno 2003, esplosa per contrastare l’assurdo progetto delle scorie nucleari di Scansano sul balcone che si affaccia al Mar Jonio. Un progetto immediatamente naufragato, proprio come meritano tutte le idee senza spessore, quando finalmente la gente si sveglia, e grida forte e chiaro il proprio sdegno. 

E poi l’autunno 2005 ci ha donato Venaus, una nuova protesta civile subito eloquente e inconfutabile, anche per chi non sapesse quali poco trasparenti interessi possano aggirarsi dietro ogni grande opera (che il politico dice di volere in nome del popolo, ma che la gente vera, non manipolata né condizionata, non reclama davvero; che con scavi, movimenti di terra e sconvolgimenti connessi determina enormi giri di danaro che sfuggono ad ogni serio controllo; che non ha mai mantenuto neanche un briciolo di ciò che a gran voce  prometteva). E la reazione autentica di ogni osservatore esterno era: “La gente della Val di Susa merita pieno rispetto”, proprio quello che fino all’ultimo si voleva loro negare. 

E’ forse troppo presto per trarre conclusioni da questo “nuovo spirito collettivo”, ma un fatto sembra assodato. E’ la storia che si ripete, la lotta di resistenza della Val di Susa contro  la TAV non è diversa da quella della Basilicata contro le scorie nucleari, o da quella dell’Abruzzo più sano contro il terzo traforo del Gran Sasso. E’ la lotta di una minoranza genuina contro lo strapotere economico-finanziario, l’eterna rivolta delle idee pulite contro gli interessi costituiti. In un mondo ormai drogato dalla divinizzazione del profitto e del PIL, travolto dall’ineluttabilità degli OGM e della globalizzazione, oppresso da una pluto-telecrazia che vorrebbe spacciarsi per vera democrazia, forse è proprio vero quello che già molto tempo fa aveva sconsolatamente lamentato Indro Montanelli, in un suo famoso “fondo” sui pastori della Maiella: “Dall’alto non c’è più niente da sperare…”  Soltanto dallo spirito rinascente di autentiche comunità locali serie, indipendenti e determinate, dove la gente si conosce, si parla e si guarda negli occhi, può forse venire la salvezza. 

In un certo senso, si tratta di ciò che alcuni politici  scoprono tardivamente, chiamandolo “bottom-up” Ma per evitare di  sprofondare in quella cultura subalterna capace soltanto di scimmiottare gli altri, occorrerebbe piuttosto riconoscere che si tratta di un antico e prezioso seme che finalmente germoglia. E’ la rinascita dei valori autentici, è la rivincita morale, è il recupero di culture e tradizioni antiche… Insomma, è il risveglio e recupero di tutto ciò che nel nostro tempo rischiava di smarrirsi nell’inquinamento tele-mediatico, ma che potrebbe invece essere rivissuto nel modo più avanzato e moderno, se volete chiamatelo pure post-industriale.  E’ una pianta nuova, fresca e turgida, vigorosa e ricca di promesse per il futuro, il vero albero della vita e della speranza. E allora, come di fronte a uno spettacolo e a un evento inatteso, sarà inevitabile fermarsi frastornati e guardare intorno , per capire meglio cosa stia accadendo… Chiedendosi poi, con sincero sbigottimento: “Ma dove diavolo stavamo andando? ”  

3. CHI HA TRADITO MADRE TERRA ?     

La politica partitica, sempre più lontana dalla gente e dalla realtà dei problemi, ha fallito di nuovo, e rappresenta un contenitore vuoto, all’interno del quale non si scorgono altro che grandi e piccoli egoismi e  smanie di potere, profitti, visibilità, successo e carriera. 

L’ambientalismo è giunto ormai mestamente al crepuscolo, avendo imboccato più o meno la stessa strada, e mostrandosi sempre più spesso assente o indifferente, o tuttalpiù capace di indossare per un attimo i colori che quel momento vanno più di moda.  

Alla fine, torna alla memoria quanto il Comitato Parchi scriveva nel lontano 1980, per difendere gli ultimi brandelli del “bel Paese”: “Ma un interrogativo sorge spontaneo. Come mai politici, amministratori e tecnici manifestano tutta questa problematicità (contro i Parchi, n.d.R.) solo quando si tratta di proteggere l’ambiente naturale? A sentirli, c’è da credere che non si tratti degli stessi uomini che, con piglio deciso e senza affatto preoccuparsi di “paracadutare dall’alto”, hanno stampato sul “bel Paese”, in trent’anni (oggi da rettificare in cinquantacinque, n.d.R.) di malgoverno territoriale, infinite autostrade, cave e trafori, industrie inquinanti e villaggi turistici, basi militari e centrali nucleari. O lo avevano fatto sempre “dopo aver democraticamente consultato le popolazioni locali?” (F.T., Roma 1980).

Non occorre, in verità, essere politologi di chiara fama per riconoscere che, nell’attuale epoca storica e soprattutto nel nostro Paese, la devastazione della natura ha penetrato tutte le forze politiche in modo trasversale: se non con pari colpe per tutti, almeno senza grandi meriti per nessuno. Si potrebbe magari rilevare che questa grande linea trasversale si presenta spesso un poco obliqua, forse addirittura tortuosa, incerta e mossa. Ma in sostanza, prescindendo da emozioni e passioni irrazionali, occorre basarsi molto meno su promesse di facciata, roboanti proclami e dichiarazioni di intenti, assai più sui fatti reali e sulle verità inconsuete e nascoste. 

Molti anni fa Maurice Duverger, nella sua lucida e impietosa analisi del sistema occidentale (“Giano, le due facce dell’Occidente”), dimostrava come nella nostra società il potere politico derivi sempre più direttamente dalla ricchezza. Più tardi Michael Voslensky, in una approfondita analisi riguardante il mondo collettivista (“Nomenklatura”), poneva in luce come nei Paesi del sistema socialista si acceda alla ricchezza solo attraverso il potere politico. Qualche volta, aggiungeremmo noi, c’era un terzo incomodo che tentava di svelare e stigmatizzare questo intreccio: era il potere mediatico: inarrivabile però nella capacità di scoprire soltanto fuscelli e travi negli occhi altrui, senza mai accorgersi di quelli incombenti nei propri. E comunque eccellente, se non nell’autocelebrarsi, certo soprattutto nell’autoassolversi in ogni tempo e con qualsiasi frangente. Ma forse esente per questo da serie colpe? In certo modo, i mezzi di informazione costituiscono nel grande cerchio l’anello mancante: “Senza poter controllare ciò che scrivono i giornali, non riuscirei a governare per più di tre giorni” ammetteva già Napoleone. Ma a dipingere il fenomeno con lungimirante chiarezza era stato soprattutto il sociologo francese Jean  Baudrillard (“Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?”) allorchè rimarcava: “Politici e pubblicitari hanno compreso che la molla del governo democratico consisteva nel considerare la stupidità generale come fatto compiuto”.

Speriamo che qualcuno scriva prima o poi un altro saggio, difficile da concepire ma ancor più duro da far trangugiare a società e culture smaccatamente antropocentriche, egoistiche e naturicide. Per dimostrare che tanto il potere economico –  attraverso la speculazione – quanto il potere politico – attraverso la demagogia -, senza ovviamente dimenticare il potere mediatico – attraverso la manipolazione – congiurano quotidianamente, in perfetta simbiosi, per la devastazione dell’ambiente, per la rapina delle risorse naturali, per l’asservimento di Madre Terra ai più sfrenati capricci dell’uomo.  

4.UNA NUOVA ECONOMIA ?      

Se il seme sano che potrà donarci un futuro aperto deve germogliare, forse a trasportarlo là dove il terreno è fertile potrebbero essere anche piccoli scoiattoli, capaci di muoversi al di fuori dei sentieri battuti, favorendo proprio quella proficua circolazione delle idee che i grandi movimenti politici, i poderosi meccanismi economici e le profonde trasformazioni sociali avevano perduto di vista, congelato o contraffatto…  

Una domanda appare d’obbligo: di fronte agli eccessi e ai disastri delle dottrine economiche tradizionali, e cioè di quelle scienze categoriche dispensatrici di verità assolute quanto distruttive, che creano quotidianamente, ovunque giungano, quello che una delle più brillanti scrittrici e giornaliste francesi, Viviane Forrester, ebbe a definire “la strana dittatura dell’orrore economico”, è forse ancora possibile concepire, verificare, sperimentare e diffondere una nuova forma di economia?

In un mondo dominato da traguardi quantitativi, strangolato da obiettivi di corsa all’incremento, ossessionato dalle cifre, l’esortazione a fermarsi un attimo per riflettere, e magari per modificare le proprie abitudini, può sembrare assurda e stravagante. Eppure è proprio là che risiede il segreto dell’equilibrio, chiamatelo pure fisico, psichico o psicosomatico: quello che può farci vivere in pace tra noi, e in armonia con la natura. 

Ma forse, sia pure tardivamente e frammentariamente, gli studiosi più avvertiti, e persino gli stessi economisti stanno riscoprendo, sepolta sotto cumuli di preziose inutilità e di clamorosi fallimenti, la vera sostanza delle cose. Ne è esempio illuminante lo studio di un docente dell’Università di Oxford, Avner Offer, intitolato “La sfida della ricchezza”, che cerca di insegnare come si potrebbe essere davvero felici.  Basterebbe anzitutto accontentarsi di ciò che abbiamo (e non è certamente poco), magari guardando indietro, per scoprire con sorpresa come i nostri predecessori sapessero vivere, e persino essere felici, con molto meno. Riuscendo ad esprimere in mille modi appagamento e riconoscenza, entusiasmo per la vita e amore per il creato… Beninteso, senza mai rinunciare ai propri sogni e ai propri desideri, considerandoli mete nobili e missioni di vita, anziché inseguirli come conquiste da afferrare ad ogni costo.

Un esempio molto semplice, ma anche assai eloquente, potrebbe chiarire il dilemma. Oggi si discetta molto, forse troppo, dei crescenti bisogni energetici, ma il vero intento non sembra certo quello di affrontare e risolvere i pur non semplici problemi, quanto piuttosto quello di soddisfare un proprio egoistico bisogno, creando nuove difficoltà a tutti gli altri. Si passa così dal carbone all’idroelettrico, e poi dall’eolico al nucleare… Nessuno si spinge però ad esplorare questioni più semplici, vicine a noi e senz’altro possibili: anzitutto come moderare i consumi, eliminare gli sprechi, adottare fonti realmente alternative… O come sostituire al trasporto pesante su gomma quello per mare o su rotaia, promuovere negli spazi urbani non l’auto fuoristrada privata, ma il trasporto collettivo, riducendo così di colpo alcuni dei peggiori mali del nostro tempo: inquinamento e trambusto, congestione e devastazione del tessuto urbano, corsa alle nevrosi e alle malattie… Generazioni avviate sempre più verso il progressivo autologoramento, che sembrano non comprendere quanto poco importante sia arricchirsi, e magari allungare a dismisura l’aspettativa di vita… ma a quale scopo? Forse per consacrare  tempo crescente e risorse smisurate al pendolarismo e agli intasamenti di traffico,  alle interminabili code negli uffici per difendersi dal mostro burocratico o alle incessanti ridde televisive di telenovele e telequiz? E che sempre più ricorrono a condizionatori e impianti di refrigerazione, mentre continua ciecamente la più stolta devastazione degli alberi e delle foreste, senza rendersi conto di entrare in una spirale perversa e priva di vie d’uscita… Qualche barlume della nuova economia sta emergendo timidamente, in alcuni dei Paesi più avanzati, dal Canada all’Australia, e forse anche altrove: facendo riapparire anche nel linguaggio politico termini dimenticati e soppressi, come prosperità e benessere, equilibrio e felicità. Soltanto utopìe di romantici, oppure una via di uscita ormai ineludibile per riconquistare la vita e lo spirito, la socialità e il pensiero, insomma per continuare a coltivare l’albero giovane ma perenne della vita e della speranza,  e per entrare in un futuro davvero aperto? 

 5. IL FUTURO E’ APERTO 

Alzare la testa, spaziare per un attimo oltre la botte in cui ciascuno, sempre più preso soprattutto da se stesso, si era rinchiuso e sprofondato, potrebbe forse voler dire scrutare intorno alla ricerca di orizzonti più vasti. Scoprire gli altri esseri viventi, nel mondo intorno a noi, significherebbe risvegliare l’attenzione sulla Terra Madre, da noi minacciata e violata come nella tragedia greca. Consentirebbe di comprendere un fatto molto importante, che sovrasta le divisioni partitiche e trascende i sistemi politici della società umana, a livello planetario: la dimensione ambientale (e cioè il rapporto tra l’umanità e la terra) è premessa e condizione di qualsiasi dimensione sociale (vale a dire, di ogni apparato o meccanismo che regoli i rapporti tra individui e gruppi all’interno di questa umanità).  

“In altre parole, è come se ci trovassimo nell’ipotetico condominio d’un grande palazzo. Stiamo discutendo animatamente, e a volte lottiamo, per stabilire chi debba amministrare e come. E non ci accorgiamo affatto che, nel frattempo, quel palazzo ci sta rovinosamente crollando sotto i piedi.” (F.T., Roma 1980). 

Finalmente, di questa realtà incominciano a rendersi conto anche alcune punte avanzate della cultura, della scienza e del giornalismo, che cercano di scuotere la politica superficiale ed egoista dei nostri tempi, per renderla un po’ meno distratta sui temi ambientali. Così Jeffrey Sachs, della Columbia University, esorta a rendersi conto del fatto che le sfide più importanti del mondo non sono gli scontri di civiltà, “noi contro loro”, ma quelle che “noi, tutti insieme,” dobbiamo affrontare  per prevenire le catastrofi ecologiche e sanitarie in agguato dietro l’angolo. Dietro alle quali si annida sempre, aggiungeremmo noi, il tracollo della vera economia, quella non virtuale e figurativa, ma solida e sostanziale.  

E' possibile rifiutare tanto la strategia politica che mira al potere attraverso il danaro, quanto quella economica che punta al danaro per mezzo del potere? E’ immaginabile smascherare il servilismo mediatico, che accetta realtà virtuali, nasconde verità inconfessabili, confeziona eventi inesistenti mentre manipola o cancella fatti autentici, prostrandosi sempre più profondamente in un servilismo medioevale degno di “cantori del principe”? Ci può essere una nuova, diversa strategia politica – forse sarebbe meglio dire una “missione” – capace di puntare al perseguimento del vero interesse della collettività? E cioè al benessere di tutti (e non solo al nostro), e alla salvaguardia della casa comune, vale a dire l’ambiente e il Pianeta Terra?

Forse, un forte movimento decisivo nel senso giusto potrà nascere un giorno soltanto fuori dei binari tracciati, lungo la più difficile e magari meno veloce strada maestra della verità, della giustizia e della solidarietà, l’unica che vale davvero la pena di percorrere.Perché, come emerge dal pensiero condiviso di Karl Popper e di Konrad Lorenz, un avvenire esiste davvero. E potrebbe essere peggiore del passato, disastroso, catastrofico e irreversibile; ma forse anche migliore, spirituale, generoso e promettente. Se non vogliamo crederlo, è solo perché i nostri occhi sono intorpiditi, le orecchie frastornate e la mente atrofizzata: in altre parole, siamo noi ad esserci chiusi, talvolta senza ragione, talaltra senza speranza alla realtà viva e dinamica che abbiamo intorno. 

E invece “Il futuro è aperto”, su questa idea stimolante il pensiero dell’etologo e quello del filosofo concordano pienamente. In fondo, il futuro è là che ci attende, ed è forse tempo che la società attuale vi rifletta, gli vada incontro, cerchi di conoscerlo e comprenderlo meglio, e quindi incominci ad agire con maggiore lungimiranza e con più profonda sensibilità. A salvare un mondo che sembra vivere nella spensieratezza e nello spreco gli ultimi giorni di Pompei basterebbero, in fondo, alcune semplici idee; sarebbe sufficiente alzare la testa, guardare lontano e poi spostare le pedine del gioco nelle caselle  giuste.  Riscoprendo e rispettando anzitutto Gaia, la nostra vera madre e la generosa dimora di tutti noi. E ricollocandola al posto che le compete, al centro dello scenario: nella mente e nel cuore di ogni uomo, oggi e domani, e ogni altro giorno che verrà. 

 

Roma, maggio 2006   

Franco Tassi,  Comitato Parchi – natura@comitatoparchi.it