di Paolo Damiano Franzese

papasidero1Il recente restauro della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Papasidero (Cs), come ben rilevato in questi giorni dalla prof.ssa Liguori, Presidente regionale di Italia Nostra, rischia di essere incluso nel decalogo italiano come un intervento incredibilmente grossolano.

 

 

 

 

Le motivazioni sono molteplici e di diversa natura. Ha ragione Bloise, sindaco del piccolo comune del Pollino, quando afferma che Italia Nostra ha dimenticato di sottolineare che il restauro ha reso accessibili gli ambienti sottostanti la chiesa e il recupero della facciata e degli ‘archi murati’; tuttavia ciò non rende meno grave il fatto che, anche agli occhi di un profano, il campanile ha oggi una colorazione stravagante e per nulla coerente con il monumento rupestre, con la sua storia, con la sua complessastratificazione culturale, con la sua condivisa identità secolare. Il Restauro – per fortuna ormai da più di un secolo – è una disciplina scientifica, filologica, critica, seria e affidabile, che ha come scopo quello di tramandare il monumento alle future generazioni, di preservarlo da fenomeni distruttivi e di farlo in modo assolutamente neutrale, non invasivo, reversibile e, soprattutto, senza alcuna invenzione di sorta.papasidero2 A pagare il prezzo più alto di questo triste misfatto non è certo Italia Nostra ma il santuario della Madonna di Costantinopoli e quindi proprio gli abitanti di Papasidero, la loro storia, la loro stessa peculiarità culturale, quella che con animo amorevole il sindaco ha cercato di difendere da un ‘attacco ingiustificato’, che ha invece, a mio parere, avuto solo il torto di aver sollevato un problema cruciale per il futuro della nostra regione: avanti di questo passo, fra una decina d’anni, non ci saranno più beni culturali in Calabria. Nessun turista avrà l’interesse ad avventurarsi in questa estrema terra d’Italia per conoscerne i monumenti e i paesaggi una volta unici e straordinari e che ora rievocano solo lontanamente le antiche testimonianze culturali, storiche e artistiche che le hanno partorite, risultando, nei migliori dei casi, posticci, alterati, imbruttiti o deformati.Se si faranno costruire ancora incredibili edifici in cemento armato a ridosso dei monumenti storici (Cerchiara), inutili anfiteatri a pochi passi da gloriose abbazie medievali (S. Giovanni in Fiore), palazzi di cinque piani da utilizzare come megaparcheggio al riparo di antichi castelli normanni (Altomonte), si uniranno stratosferici sforzi economici per ‘abbellire’ la costa dell’Alto Tirreno con complessi alberghieri faraonici (Praia a Mare), presto, anzi prestissimo, non ci sarà più alcun luogo in Calabria risparmiato dalla furia distruttrice del calcestruzzo, emblema, ritornato purtroppo di moda, dello sviluppo a tutti i costi, del guadagno facile, di pericolosi miraggi occupazionali. A osservare con attenzione le cronache degli ultimissimi anni, si evince con chiarezza che questi non possono essere considerati più come sporadici casi di una sfortunata e infelice politica dei beni culturali patrocinati e partoriti nelle candide sale delle Istituzioni, ma un vero e proprio smantellamento meditato e feroce non solo dei boschi, della costa, del nostro mare – sempre più inquinati dall’immondizia e dal cemento –, ma anche delle rare e, perciò, ancora più preziose e fragili testimonianze del passato. Se non si corre quanto prima al riparo si rischia seriamente di assistere impotenti alla dispersione, all’alterazione e al disfacimento del patrimonio storico culturale della Calabria, alla sua unicità e particolarità. Sotto questo aspetto è importante evidenziare che in pericolo vi è l’identità stessa della nostra storia, le ricchezze peculiari di una comunità nata e sviluppata alla luce della Magna Grecia, della dominazione Romana e poi di quella Gota, Bizantina, Longobarda, Araba, Normanna, Angioina, Aragonese, Borbonica, governi che hanno, nel loro susseguirsi spesso confuso e violento, costituito una stratificazione unica ancora oggi evidente nei dialetti, nella natura dei piccoli insediamenti urbani, nei romitori eremitici, nei sedimenti archeologici, nei castelli federiciani, nelle torri costiere di avvistamento, nelle numerose comunità albanesi, grecaniche e occitane. Pitagora, Milone, Zeusi di Eraclea, Gioacchino da Fiore, Barlaam di Seminara, Leonzio Pilato, Tommaso Campanella; i santi italo bizantini Nilo da Rossano, Fantino il Giovane, Elia Speleota, Gregorio da Cerchiara, Bartolomeo da Simeri; e ancora Flavio Aurelio Cassiodoro, san Francesco di Paola, Galeazzo di Tarsia, Bernardino Telesio, Mattia Preti, Gian Vincenzo Gravina, Francesco Perri e Corrado Alvaro. Un elenco quanto mai sintetico e lacunoso, ma che, credo, possa riassumere bene le anime, la storia e le culture, spesso diversissime, che hanno costituito – e costituiscono ancora – l’essenza e lo spirito calabrese. Patrimonio straordinario, in realtà, scarsamente noto ai più. È sufficiente, del resto, sfogliare gli indici di qualsiasi manuale scolastico di Storia o Storia dell’arte alla parola “Calabria” per rendersene conto. Aspetto desolante che rafforza, se ce ne fosse bisogno, la necessità urgente di investire ingenti risorse, politiche ed economiche, per una nuova sensibilità culturale tesa alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico calabrese e, quindi, alla ricerca, allo studio e alla necessaria consapevolezza; concorrere alla rovina del nostro patrimonio equivale, infatti, a lacerare questa composita e preziosa eredità: ogni minima manomissione rischia concretamente di determinare la scomparsa di irriproducibili segni-significanti cui corrispondono anche una specifica identità civica, sociale e spirituale. Non è possibile fare o avere preferenze; è un tutt’uno, un unicum inscindibile, inalienabile, fragile e straordinariamente prezioso che abbiamo il dovere di salvaguardare da ogni moderna tentazione sbrigativa di profanazione. Poiché, come afferma Ranuccio Bianchi Bandinelli, “a ciascuno piace riguardare le immagini del proprio padre e del proprio nonno, e le fotografie di se stesso nei momenti più lontani della propria vita, ove ciascuno si riconosce pur mentre si sente diverso e ove ciascuno vede ritornare attorno a sé altre immagini e altre memorie collegate con quelle. Così è per un popolo il contemplare le vestigia del proprio passato, umile o glorioso che esso sia; così è per l’uomo non incolto non rozzo il vedere dinnanzi a sé vive e tangibili le memorie del passato: un passato che ci appartiene come ci appartengono i nostri vecchi, e al quale, allo stesso modo, noi apparteniamo. È attraverso queste radici della storia che noi acquistiamo coscienza di noi e la saldezza necessaria per affrontare, con certezza di successo, la costruzione di un avvenire migliore”.