di Pietro Dommarco *

tito1Zona industriale di Tito scalo: sito d'interesse nazionale. Partendo da questo assunto, si dà il via ad una serie di ricostruzioni, valutazioni e quesiti, molti ancora irrisolti, che vale la pena approfondire.

Partendo dall'inizio, è necessario citare l'importante Decreto Ministeriale dell'8 Luglio 2002, emanato dal Ministero dell'Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 231 del 2 Ottobre 2002 – che stabilisce la perimetrazione del sito d'interesse nazionale in oggetto.

Il Ministero dell'Ambiente, considerando il “perimetro al fine di censire tutte le aree potenzialmente contaminate, salvo l'obbligo di procedere alla bonifica delle aree esterne al perimetro che dovessero risultare inquinate” e “che sulle aree perimetrate sarà effettuata la fase di caratterizzazione per accertare le effettive condizioni di inquinamento al fine di pervenire alla individuazione del perimetro definitivo”, decretò – per l'appunto – che “Le aree da sottoporre ad interventi di caratterizzazione ed agli eventuali interventi di messa in sicurezza d'emergenza, nonché, sulla base dei risultati della caratterizzazione, ai necessari interventi di messa in sicurezza, bonifica, ripristino ambientale e attività di monitoraggio” e che “L'attuale perimetrazione non esclude l'obbligo di bonifica rispetto a quelle porzioni di territorio che dovessero risultare inquinate […]”.

Dalla documentazione in possesso degli Enti Ministeriali citati, che hanno portato all'emanazione del Decreto – notificato previa registrazione al Comune di Tito, alla Provincia di Potenza, alla Regione Basilicata ed all'Arpab (Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente della Basilicata) – si presuppone l'urgenza di intervento circa la bonifica di un'area  industriale della Basilicata fortemente a rischio. A supporto di questo, sono apparsi – nell'agosto del 2005 – alcuni articoli pubblicati su “La Gazzetta del Mezzogiorno” a firma di Gianni Rivelli. Il giornalista scrive di “situazione, in alcuni casi, drammatica”, oltre che della presa di posizione di un'azienda presente nel perimetro (Daramic S.r.l.), autodenunciatasi, comunicando di aver causato “un pesante stato di contaminazione della falda e del terreno da tricoloroetilene, tricloroetano, dicloroetilene, bromodiclorometano, cloroformio, bromoformio, cloruro di vinile monomero, esaclorobutadene, tetracloroetilene, sommatoria organoclorurati e idrocarburi totali”. Queste appena citate sono da considerarsi sostanze “tossiche, cancerogene e persistenti”. E' chiaro che il tasso di inquinamento riscontrato nelle falde acquifere, un milione di volte superiore ai limiti consentiti, è allarmante. Per quanto riguarda il tricloroetilene, ad esempio, i valori rilevati erano di “un milione 470mila nanogrammi/litro a fronte di un limite di, un nanogrammo e mezzo, e nei suoli la stessa sostanza è risultata presente 300 volte oltre il limite consentito, vale a dire 3290 milligrammi a chilo contro i dieci previsti”. Quella che sembra una vera e propria emergenza, dal crescente pericolo per l'ambiente e la salute dei cittadini, viene fortemente presa in considerazione da Gianfranco Mascazzini, Direttore della Direzione Qualità della Vita del Ministero dell'Ambiente, che evidenziò prontamente “la concreta possibilità che il suddetto stato di contaminazione della falda sia esteso ad aree esterne allo stabilimento di proprietà della Daramic”, a fronte, quindi, di un'opera di bonifica “indispensabile quanto complicata”.

C'è da dire che il segnale d'allarme per questo Sito d'Interesse Nazionale – con un’estensione di 59.000 metri quadri all’interno dell’area Consorzio Asi – e conosciuto ai più come area dell'ex Liquichimica di Tito Scalo, parte nel Febbraio del 2001. Si susseguono una serie di sopralluoghi che portano al ritrovamento di “una discarica abusiva dalle ingenti dimensioni”, caratterizzata da “residui accumulati nel ventennio 1981-2001, ossia da dopo la chiusura della Liquichica, da cui resti sarebbero provenuti buona parte di quei materiali”, e alla scoperta, in ordine temporale, di “rifiuti di diversa origine (speciali, pericolosi, assimilabili agli urbani) in quantità pari a circa 210mila metri cubi” e di una vasca per lo stoccaggio contenente “rifiuto tossico nocivo” e “realizzata in totale violazione di quanto previsto dalla legge e senza alcuna autorizzazione”. Questo è quanto dichiarano i dottori Mauro Sanna e Alessandro Iacobucci “con l’assistenza del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri e della Polizia Provinciale”. Al cospetto di quello che sembra essere una spada di Damocle su una terra già martoriata da altre attività invasive, c'è il dubbio su come il grosso del “ritrovamento lascia pensare ad un traffico di rifiuti vero e proprio, poiché, a quanto si è verificato durante il sopralluogo, il contenuto nulla ha a che vedere con i rifiuti derivanti dall’attività dello stabilimento dell’ex Liquichimica Meridionale, ma si tratterebbe di un’attività di raccolta e smaltimento di rifiuti pericolosi provenienti da altre realtà. Il presunto stoccaggio illegale dei rifiuti sarebbe stato un grosso business per quanti lo hanno realizzato”. Il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Gianni Rivelli, oltre a parlare di business, prefigura scenari ancor più preoccupanti. “Il materiale è stato depositato senza le dovute cautele per l’ambiente. Attività di personaggi senza scrupoli che per i loro business non hanno esitato esporre suolo e falde acquifere ad un forte pericolo di contaminazione. L’ombra dell’ecomafie, insomma, ma anche l’ipotesi di connivenze di qualcuno che, pur conoscendo la situazione, ha fatto finta di niente. Sulle loro tracce, le indagini vanno avanti”.

area_industriale_di_titoMa cosa è successo da quel lontano 2001, dal punto di vista politico ed istituzionale? L'unica cosa certa è l'erogazione,  di finanziamenti, a scalare negli anni, di circa 160.000 mila euro derivanti dal "Progetto Amianto", promosso dalla Regione Basilicata in collaborazione con l'Istituto di Metodologie per l'Analisi Ambientale (Imaa) e presentato – gioco del “destino” – nella sede del CNR (Centro Nazionale per le Ricerche) di Tito Scalo che doveva consentire l'accertamento ed il monitoraggio dello stato globale di inquinamento ambientale da fibre di amianto in Basilicata, con lo scopo di “individuare le situazioni di pericolo effettivo da risanare con urgenza”, preceduti da circa 2.480.000 di euro (2003, 2002, 2001) e 774.000 euro (2003, 2001). 

 Sullo stato d'utilizzo dei fondi pubblici stanziati per cofinanziare il risanamento delle aree industriali italiane, imposto per legge agli “inquinatori”, c'è stato – ed è tuttora in corso – un acceso dibattito, anche perchè risulta, in bassissima percentuale, un magro numero bonifiche portate a termine. In merito, il quadro normativo vigente, smentisce la prassi tutta italiana di ritardi e “dimenticanze”. Infatti, già con un Decreto Ministeriale del 16 Maggio 1989 vennero stanziati i primi finanziamenti destinati alle Regioni, al fine di consentire loro “la pianificazione degli interventi di bonifica”, rappresentando un ottimo impulso per il completamento di un primo censimento dei siti inquinati. Otto anni dopo, nel 1997, con l'articolo 17 del Decreto Legislativo n.22 del 5 Febbraio (per semplificazione Decreto Ronchi), vennero stabiliti gli obblighi degli “inquinatori”, attuando il principio comunitario del “chi inquina paga” e definendo “le competenze delle amministrazioni locali”. Nel 1998, invece, con Legge n.426 del 9 Dicembre viene dato il via ad un programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati, sulla base di una Task Force attuata in sinergia tra Ministero dell'Ambiente e Conferenza Stato-Regioni. Come conseguenza vennero stanziate diverse centinaia di miliardi di vecchie lire per i primi “siti di interesse nazionale” individuati (Porto Marghera, Napoli orientale, Gela e Priolo, Manfredonia, Brindisi, Taranto, Cengio e Saliceto, Piombino, Massa e Carrara, Casal Monferrato, litorale Domizio-Flegreo e l’Agro aversano, Pitelli, Balangero e Pieve Vergonte), tra i 40 complessivi in tutta la Penisola, tra i quali c'è ovviamente quello di Tito scalo, catalogato per “abbandoni incontrollati di fanghi di depurazione e rifiuti da produzione di concimi, cemento-amianto e da attività siderurgica”. L'epilogo normativo – se così può essere definitivo – si ha il 15 Dicembre del 1999, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Decreto Ministeriale n.471/99, nel quale viene enunciata una inequivocabile definizione di sito inquinato, basata sulla “concentrazione di una o più sostanze inquinanti nel suolo o nelle acque di falda o superficiali supera i valori di concentrazione limite accettabili stabiliti nell’allegato al decreto, riferiti alle due categorie di siti individuate: ad uso verde e residenziale e ad uso commerciale ed industriale”. In una pubblicazione del 12 Aprile 2004 su Lexambiente.it, dal titolo: “Documento sulle bonifiche dei siti contaminati (archivio 1998 – 2003), analizzando il Decreto Ministeriale n.471/99, si rileva che “le novità principali rispetto alla normativa precedente riguardano i seguenti aspetti: il decreto affronta l’inquinamento di ogni tipo di sito, indipendentemente dalla sua dimensione” […] ”…mentre viene estesa la definizione di sito inquinato ad aree in cui sono insediate industrie ancora in attività. Alle Regioni viene richiesto l’aggiornamento dei censimenti regionali dei siti potenzialmente contaminati previsti dal Decreto Ronchi, e, sulla base dei criteri definiti dall’Agenzia nazionale protezione ambiente (Anpa), la definizione dell’Anagrafe dei siti da bonificare”.