Il Concio della liquirizia a Policoro (XVIII sec.). Archeologia industriale lungo il Tratturo del Re
di Pandosia (testi A.Bavusi – Agosto 2023) – Creative Commons Attribuzione – Non commerciale citando la fonte
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L’immagine del concio della liquirizia, è tratta dal “Voyage Pittoresque de Naples et de Sicile”, pubblicato nel 1783, dall’abbate Jean Claude Richard de Saint NonSceva. Veniva lavorato nella “Fabrica della Liquirizia” di Policoro indicata in una mappa Ottocentesca. lI viaggiatore britannico, Henry Swinburne nel suo diario annotava nel 1778 che alla foce del Sinni la liquirizia veniva imbarcata per essere commercializzata, testimoniando come i Gesuiti, possessori all’epoca del feudo di Policoro, l’avessero coltivata trasformandone la radice. A partire dai primi anni del Ottocento si affermò l’attività di produzione della pasta della liquirizia a Policoro da parte dei Serra Gerace, che introdussero presso il concio torchi idraulici meccanici. Da Taranto, i centri di Policoro, Bernalda e Scanzano in Basilicata, Cassano, Crotone, Corigliano, Strongoli, Cerchiara, Rossano in Calabria divennero famosi per la produzione della liquirizia che venne incrementata in concomitanza i consumi“edonistici” da parte dei nobili, borghesi e imprenditori e persino ordini religiosi, come i Gesuiti a Policoro. Nel tempo presso queste “fabriche”vennero adottate innovazioni tecnologiche.La “regolizia” si affermava nelle rivendite di spezie europei e d’oltre oceano. Le famiglie Saluzzo, Compagna, Gaetani d’Alife a Corigliano, gli Abenante, i Martucci e Amarelli a Rossano, i Serra a Cassano, i Longo a San Lorenzo del Vallo, i Zagarese a Rende, i Gesuiti, i Serra principi di Gerace e i Berlingieri a Policoro, i Solazzi a Taranto, intrapresero l’attività che coinvolse centinaia di operai, sviluppando una rete commerciale con quantitativi di pasta e derivati della radice di liquirizia pari a centinaia di migliaia di tonnellate agli inizi del Novecento. Il cuore della produzione « Licorice », così come venne definita dalla regina d’Inghilterra, al «succus liquoritiae» o “regolizia” che nel Settecento conquistò i palati dei nobili europei quasi a definire uno status comportamentale. La liquirizia veniva utilizzata anche come medicinale, nei condimenti e come colorante, grazie alle proprietà dolcificanti della glicirrizina (dal greco “glucos” e radice “riza”). Le sostanze che si concentrano nella radice della pianta classificate come droga, “drug”, hanno proprietà antiulcerogeniche, espettoranti, antinfiammatorie e come stimolante e curativo del sistema digestivo. La magica “pasticca del Re Sole” (così venne denominata la confezione commercializzata in Italia agli inizi del secolo scorso dalla ditta bolognese Gazzoni) costituiva la ”caramella” preferita anche dal re di Francia. La pasta, ottenuta dopo un elaborato procedimento presso il “concio”, era venduta all’ingrosso in forma di “boglie” o “biglie”, lunghe tavolette lucide di colore marrone nero-scuro. Le “fabbriche della liquirizia”, presenti inizialmente nel XVII secolo solo in Spagna, si diffusero sul finire del XVIII secolo nelle aree costiere calabro-lucane dello Jonio e in Basilicata a Policoro, Scanzano e Bernalda, dove la liquirizia cresceva spontanea ma anche coltivata.