Riflessioni sulla transumanza patrimonio immateriale UNESCO
di Pandosia

La “transumanza”, intesa come pratica pastorale millenaria di trasferimento delle greggi e delle mandrie lungo tratturi e pascoli, è stata riconosciuta in Italia nel 2019 come patrimonio immateriale dall’UNESCO. Questo patrimonio culturale immateriale riconosciuto UNESCO – è scritto nel protocollo –  “…è fondamentale nel mantenimento della diversità culturale di fronte alla globalizzazione. La sua comprensione aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere. La sua importanza non risiede tanto nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenza e competenze che vengono trasmesse da una generazione all’altra”.  L’Unesco stabilisce che per essere tale questo patrimonio deve:   essere trasmesso di generazione in generazione;   essere costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in stretta correlazione con l’ambiente circostante e con la sua storia;  permettere alle comunità, ai gruppi nonché alle singole persone di elaborare dinamicamente il senso di appartenenza sociale e culturale;  promuovere il rispetto per le diversità culturali e per la creatività umana;     diffondere l’osservanza del rispetto dei diritti umani e della sostenibilità dello sviluppo di ciascun paese (leggi la declaratoria UNESCO). L’Unesco stabilisce inoltre una serie di azioni che gli Stati devono attuare.

Ma la pratica della transumanza si trova oggi in conflitto con i cambiamenti introdotti dalla modernità, dall’industrializzazione, dalla burocrazia e dagli effetti della crisi climatica. Inoltre, l’immagine rafforzata dalla sua collocazione nei cosiddetti “attrattori turistici” riduce questa pratica ad una “rievocazione storica” stereotipata e retrospettiva. Non si tratta solamente di uno stravolgimento dell’immagine, ma di una crisi che rischia di coinvolgere l’intero sistema agro-pastorale, un tempo sostenibile ed ecologicamente equilibrato alle prese con l’industria zootecnica intensiva.

Fenomeni come le agromafie e i cosiddetti “pascoli di carta” stanno contribuendo al degrado non solo della transumanza come pratica di allevamento e produzione ma anche dei luoghi naturali in cui essa si svolge. Grandi aziende industriali, attraverso l’accaparramento di titoli di concessione dei suoli, con metodi spesso discutibili, finiscono per estromettere i piccoli allevatori e agricoltori, a volte facendo uso di pressioni economiche o intimidazioni, specialmente nel sud Italia (si pensi alle società che operano nel settore energia). A questo si aggiunge la crisi climatica: l’innalzamento delle temperature provoca l’essiccazione dei pascoli montani, costringendo pastori e allevatori a praticare una “demonticazione” anticipata che altera i cicli naturali e crea problemi di approvvigionamento idrico e alimentare per gli animali.

I pochi che ancora praticano la transumanza in paesi sempre più spopolati nel sud Italia devono confrontarsi con divieti di transito sulle strade e lungo antichi tratturi, in parte distrutti o inutilizzabili a causa di interventi industriali nelle valli e anche sulle montagne. Inoltre, una burocrazia lenta e complessa trasforma quella che era una pratica naturale in una continua lotta contro gli ostacoli quotidiani. Non mancano inoltre le tensioni con il settore agricolo e industriale moderno: il transito di greggi e mandrie attraverso aree antropizzate e industrializzate, in particolare nelle zone di fondovalle, può causare danni a coltivazioni o impianti, intensificando i contrasti tra la pratica della transumanza e le nuove esigenze del mondo contemporaneo.

La transumanza viene spesso ridotta dalle istituzioni a una mera attività zootecnica. Si tende quindi a ignorarne i valori culturali, umani e di sostenibilità per concentrarsi su aspetti tecnici o di criticità di una pratica che ha origini ancestrali millenarie. Inoltre, sul piano dello spettacolo, la tradizione pastorale viene banalizzata e trasformata in un semplice “evento turistico”, utilizzando il lessico seducente della paesologia, una sorta di pseudoscienza che si è ormai sostituita all’antropologia culturale. Ne consegue una progressiva alterazione: da autentica simbiosi tra uomo, animale e ambiente, la transumanza è relegata a fenomeno percepito come “in via di estinzione”, schiacciato tra speculazioni economiche e fraintendimenti culturali. Ancora peggio, assume i contorni di un cliché folkloristico costruito ad arte per soddisfare il gusto dei consumatori: i contenuti si svuotano o vengono stravolti, così come i luoghi tradizionali di svolgimento che vengono spostati altrove. Persino i dialetti parlati vengono adattati a copioni predefiniti cinematografici.

In questo scenario, chi si pone contro la conservazione di pratiche definite arcaiche in una società che si dichiara moderna contribuisce, consapevolmente o meno, a trasformare la transumanza in “folklore” senza porsi il problema della sua sopravvivenza, dell’identità e della propria storia. Questo processo ricorda molto il modo in cui il culto religioso è stato ridotto a rigide espressioni sacre, privando così il significato di realtà vissuta e autentica, legata a una pratica antica e vitale.

*Kriophoros (giovane che porta un ariete. Bronzo di Metaponto) da Adamesteanu 1974, 24 s.
Il giovane, con i capelli acconciati come un Palestrite,21 fu creato in una bottega lucana, intorno alla prima metà del V secolo a.C. La sua mano sinistra originariamente forse reggeva un bastone. La figura nuda e l’acconciatura giovanile suggeriscono un portatore di ariete non divino, che alcuni autori attribuiscono invece al Kriophoros di Hermes