Il Tratturo Melfi Castellaneta e la Via Appia
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Abbiamo percorso il “Cammino di Puglia”, iniziato nel 2008, seguendo una doppia direttrice “Appulo – Lucana”: lungo il Tratturo Regio Melfi Castellaneta e la via Appia (Regina Viarum) che in alcuni tratti, nella “regione del Vulture”, si sovrapponeva al Tratturo. La via Appia, proveniente da Roma, arrivava al ponte romano, sul fiume Ofanto, attraversando i territori di Melfi, Rapolla e Lavello. Dopo la città di Venosa, si inoltrava nell’assolata “Fossa Bradanica” e lungo la valle del Basentello, nella terra del grano, tra Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania e Gravina in Puglia, definita da Federico II “città opulenta che offre grano e vino”.

Il Tratturo Regio Melfi Castellaneta, lasciato alle spalle il vulcano spento del Vulture (Vulture Apulo est mons Apuliae secondo il poeta Orazio), risaliva invece lungo l’arido e roccioso altopiano della Murgia. Lambiva Spinazzola, Poggiorsini e arrivava a Gravina in Puglia, città possedimento della ricca famiglia Orsini, dove i due tracciati si incontravano per proseguire uniti fino a Castellaneta. In questa località terminava il Tratturo Regio, mentre la via Appia proseguiva alla volta di Brindisi.

Nel disegnare le nostre mappe, ci siamo avvalsi degli antichi tracciati riportati nelle descrizioni e nelle mappe di archivio della Dogana di Foggia. Per la via Appia, di fondamentale importanza, è stata la lettura della descrizione della “Tabula Peutingeriana” fatta da Francesco Maria Pratilli (1689 –1763), canonico della Cattedrale di Capua, mentore fiduciario di “papa Orsini” (Benedetto XIII) e della potente famiglia napoletana dei Caracciolo. Per il Tratturo Regio Melfi Castellaneta, abbiamo seguito gli itinerari tracciati sulle mappe dai Compassatori Regi, agli ordini di Ettore Capece Latro, Marchese di Torella e Doganiere di Foggia, il quale impartì, nel 1651, l’ordine di Reintegra dei Tratturi Regi.

Il nostro testo sul “Cammino di Puglia” inizia proprio da questa descrizione. Nei capitoli seguenti, in modo solo apparentemente frammentario, abbiamo voluto raccontare la storia dei personaggi che lo hanno percorso per i più disparati motivi, offrendo così spunti di riflessione per la comprensione di un itinerario unico e peculiare in Italia, che, secondo noi, delinea un territorio omogeneo per origini, cultura e tradizioni. Abbiamo compreso come il Tratturo e la via Appia, anzi le “vie” dell’Appia, avessero solo due direzioni, così come il sangue nelle vene: una di andata e una di ritorno.

Da millenni Il “Cammino di Puglia” (è così definito anche nelle carte d’epoca) è stato percorso infatti dai pastori e dalle greggi durante i due periodi della transumanza (primaverile e autunnale), ma anche dagli eserciti, dai commercianti, dai viaggiatori e dai pellegrini diretti o di ritorno dalla Terra Santa.

Lungo le “vie d’erba e di pietra”, percorse anticamente a piedi o a cavallo, si sono oggi sovrapposti “nastri d’asfalto e di cemento” che hanno cancellato la memoria, dove “sfrecciano” le macchine a motore a scoppio, dotate di “moderni” navigatori GPS e contachilometri digitali. Nell’epoca della globalizzazione, dei computer, dell’ipermedialità e  dell’industrializzazione, abbiamo deciso di seguire la direzione dei nomi segnati dai Compassatori Regi della Dogana della Mena delle Pecore sulle antiche carte, oggi ingiallite dal tempo, contare sul terreno il numero dei “passi a terra”, misurati con «catene metalliche» e gnomoni solari.

Facendo ciò, abbiamo appreso che non c’è montagna, fiume e lago che non riconduca al passato. Oltre ai “topos”, ai personaggi e alle cose che compongono e scompongono la conta dei giorni, nel calendario della Storia, abbiamo appreso che i “nativi”, ovvero i nostri antenati, il popolo dei pastori nomadi che percorreva queste antiche vie sin dal neolitico, non era analfabeta. Possedeva un alfabeto scritto e una lingua parlata. Pregava nei santuari ed eleggeva un “meddix tuticus” a capo delle diverse comunità-stato, ancor prima dei successivi dominatori romani. Conosceva la sapienza che scaturisce dalla natura, percorreva le strade senza orologio né bussola, orientandosi con il sole, la luna e le stelle.

Durante il viaggio conosceva il punto di partenza e di arrivo, che è sempre dentro ciascun individuo. «Nullus locus sine genio». «Nessun luogo è senza genio». Così commentava l’Eneide l’autore latino Servio (IV e V sec d.C.). Per i popoli antichi il “genius loci” era lo spirito di ogni luogo, che fosse un monte, un bosco, un fiume o una città. Il «genius loci» non era considerata una entità astratta. Viveva, così come ogni uomo, nel presente ma continuava ad abitare il luogo prescelto anche nel futuro, conferendo sacralità alle cose e alla natura. Vogliamo credere che questo spirito abbia accompagnato il nostro “Cammino di Puglia”, facendoci comprendere come gli uomini incrocino i percorsi della guerra e della pace.

Percorsi che, secondo noi, dovrebbero essere diversi, per non ripetere sempre gli stessi errori e per evitare che ogni giorno venga cancellata e distrutta la memoria dei luoghi, che è anche la nostra. Proseguiremo la ricerca in questa direzione, per offrire nuovi spunti ed emozioni, per alimentare la nostra conoscenza e, auspichiamo, anche quella dei lettori.

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