Tagliata sulla Via Appia e ipogei di Sanzanello

Siti presenza umana nel Bacino quaternario di Venosa

Amigdala rinvenute a “Zanzanello” agli inizi del Novecento (fonte: sito Museo Civico Napoli, op cit)

Rendina. Via Herculia, miglio VIII (Fonte: A.Di Chicco)

Catacombe ebraiche di Venosa: arcosolio con il simbolo del menorah, candelabro ad olio

L’area della località Sanzanello nelle carte aragonesi (XV secolo)

Baliaggio di Venosa: Cugno Sanzanello (Agrimensore A. Monaco, 1720)

Agrimensore R. Severo – stralcio del territorio di Venosa (1783) che mostra le grotte di “Sasaniello”e gli “Jacci” (recinti per animali indicati con il simbolo a forma di pettine)

Caditoia cilindrica in pietra. Serviva ad immettere dall’alto olive e grano. Alcune caditoie ancora oggi sono usate per la paglia.

Sistema caditoia – grotte sottostanti, dove ancora oggi viene stoccata la paglia

Masseria Lauridia con grotte

Masseria Lauridia – stalle

Iscrizione M.L. (Michele Lauridia) A.D. 1853

Stalle in grotta e ipogei Masserria Giannattasio

Masseria Giannattasio anno 1872

Fontana

particolare mascherone della fontana

Particolare iscrizione iniziali M.G. fontana (Michele Giannattasio)

Vasca abbeveratoio

Sanzanello (Foto inizi anni Sessanta). Sono visibili le pagliare e vacche al pascolo (Fonte: per gentile concessione Ed Appia 2, Op cit)

Sanzanello.Tagliata della Via Appia sul versante S.O. della collina

Reperti archeologici disseminati nei campi coltivati

Paesaggi rupestri della Via Appia. Gli ipogei di Sanzanello

di Vito L’Erario e Antonio Bavusi

I paesaggi rupestri e le abitazioni in grotta del Vulture – Alto Bradano, lungo la via Appia antica, presentano siti di grande valore ambientale ed archeologico, ancora poco conosciuti e privi di salvaguardia. Il territorio di Venosa, situato ai margini della Fossa Bradanica, venne abitato sin dal Plio-Pleistocene, così come testimonia il sito rupestre di Loreto – Notarchirico ma anche la frequentazione umana sui terrazzamenti delle località Terranera e “Zanzanello”, dove i primi uomini cacciavano i grandi mammiferi sulle sponde del lago formatosi tra 500mila a 150mila anni fa, alle falde di quello che sarebbe diventato il vulcano del Vulture che si preparava alle sue fasi esplosive.

Sull’altura di Toppo d’Aguzzo, che domina il passaggio attraversato dalla Via Appia, tra la valle di Vitalba il Bacino di Venosa e la Fossa Bradanica, ipogei  attestano le prime forme rituali e religiose legate al culto dei morti e della dea madre (“ipogeo” è una parola che deriva dai termini greci υπό ‹sotto› e γῆ‹terra›). Attraverso il varco del fiume Ofanto, la Via Appia penetrava nella regione del Vulture, attraversando la valle dell’Olivento (nel suo alto e medio corso denominata Fiumara di Venosa), con i villaggi trincerati risalenti a settimo millennio a.C.  Testimoniano la fase di passaggio dell’uomo da cacciatore ad allevatore ed agricoltore.

Un territorio, questo, caratterizzato nel periodo pre-romano da una fitta rete di tratturi, con il Tratturo Regio Melfi Castellaneta che lambiva il territorio di Venosa, colonia e città romana, fondata nel 190 a.C., con solidi legami con l’Italia centrale e con le culture dei popoli del Tirreno e dell’Adriatico e con i paesaggi rupestri della murgia pugliese e la murgia materana con i villaggi in grotta e centri rupestri a Spinazzola (Grottelline e Cavone) Matera (Gravina e Murgia materana), Altamura, Gravina, Laterza, Ginosa e Castellaneta con le gravine, situate in continuità geografica, geologica e antropologica, grazie ai percorsi della transumanza e alle grandi vie di comunicazione dell’antichità (A. Capano, Sui rapporti tra Venosa e la Dogana “Menae Pecudum” di Foggia. XIV convegno sulla Preistoria- Protostoria – Storia della Daunia 27 – 28 novembre 1993, Atti, San Severo,1996).

A Venosa le grotte vennero utilizzate, durante il periodo romano, come mitrei, sepolcreti per i primi cristiani e catacombe ebraiche, mentre intorno all’anno mille le grotte dei centri del Vulture furono luoghi di rifugio e di preghiera per santi eremiti, basiliani e monaci micaelici (Melfi, Rapolla, Barile, Atella, Venosa, Oppido Lucano, Tolve, Acerenza, Matera), trasformate, nei secoli successivi, in cantine, granai, masserie e trappeti di proprietà degli ordini religiosi, delle famiglie nobili e dei latifondisti locali.

La geologia e la presenza umana: Il sito rupestre di Sanzanello dal Plio-Pleistocene, ai tratturi e alla Via Appia

Il sito, frequentato dall’uomo sin dal Quaternario, è caratterizzato da numerose grotte che si aprono sui fianchi del vallone, ancora non indagate e studiate. Un giacimento litico di amigdala (armi in pietra bifacciali) attesta la frequentazione degli uomini vissuti nel Plio-Pleistocene studiata dall’antropologo V.Giuffrida Ruggieri (1871-1921) i cui reperti sono oggi conservati presso il Centro museale di Scienze Naturali e Fisiche di Napoli, che consentì di definire una specifica facies denominata “Zanzaniello” (B. Forchione, B. Piperno). La scoperta del giacimento litico si deve ad un “cantoniere stradale agli inizi del 900 che rinvenne in località “Zanzanello”, nel fondo Castelluccio,  altri  manufatti, ma di minori dimensioni e di  fattura  più  accurata,  di cui  alcuni  vennero  donati all’ing. Lancieri, altri  all’Istituto Lombardo, al prof. Mochi  per l’Istituto Superiore di Studi di Firenze; altri al prof. Giuffrida Ruggieri per l’Istituto di Antropologia dell’Università di Napoli, altri ancora al prof. Pigorini pel Museo preistorico di Roma ed infine una discreta collezione non  guari  acquistata  dal Soprintendente prof. Galli pel Museo di Reggio di Calabria“. (Cfr Antonio Capano, 1900 – 1963 la ricerca archeol0gica in Basilicata. In Basilicata Regione Notizie, Rivista del Consiglio Regionale di Basilicata, n.ri 2/3, 1996, pp.27-36).

I terrazzamenti di Sanzanello facevano parte del cosiddetto supersistema vulcanico di Monticchio nel quale si formò per dislocazione anche il bacino sedimentario di Venosa e quello dell’Arcidiaconata (De Lorenzo, il bacino di Venosa, Op.cit). Il bacino di Venosa si sviluppava lungo il corso attuale della Fiumara di Venosa (vedi figura) ed i ripari naturali vennero utilizzati dagli uomini cacciatori sulle orme dei grandi mammiferi che frequentavano anche altre località poco distanti quali Terranera, Notarchirico e le grotte di Loreto che assistettero alle ultime fasi eruttive del Vulture. Dall’eneolitico prevalse l’agricoltura e l’allevamento, mentre in epoca romana la Via Appia attraversava Sanzanello ove era presente una statio per la sosta e il controllo militare per l’accesso alla città di Venosa.

Con il declino e la decadenza dell’Impero romano, la rete viaria venne lasciata al degrado, ivi compresa la Via Appia, che solo successivamente diventò, per alcuni tronchi, “Via Herculia” grazie all’intervento dell’imperatore Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius dal quale prese il nome. La Via Herculia doveva quindi collegare Equum Tuticum con Venusia, che secondo le varie ipotesi di R.J. Buck, dopo aver superato l’Ofanto con il pons Aufidi (Ponte Santa Venere), doveva poi proseguire per Leonessa, Camarda Vecchia, Taverna Caduta, attraversare l’Olivento – dove fu rinvenuta a valle della diga del Rendina, in località San Francesco, la colonna miliare del miglio VIII – per poi proseguire verso la “statio” Sansanello. (Motta, Da Venusia a Venosa, op.cit.).

Resti archeologici disseminati nei terreni circostanti, quali frammenti di vasi, pezzi di pavimentazione e opere murarie, testimoniano la presenza di insediamenti abitati sorti intorno ad una fattoria, con una necropoli risalente al periodo imperiale. Le acque di una sorgente alimentano ancora oggi una fontana e un grande abbeveratoio per animali. La Via Appia attraversava il vallone seguendo le “tagliate” incise nelle due pareti situate sui lati opposti della collina costituita da tufi vulcanici e conglomerati pleistocenici. Sulla stretta e profonda tagliata principale, situata sul lato est, si affacciano diverse grotte e cavità scavate dall’uomo e riadattate nel corso dei secoli. L’area costituiva lo snodo di alcuni importanti tratturi, quali il tratturo Ripacandida-Rendina-Lavello e il tratturo Vallelonga, che dalla località Vallone Acqua Rossa giungeva a Sanzanello, coincidente con la Via Appia, parallelo all’attuale Strada Provinciale Piano del Cerro (Cfr V. L’Erario, Appia antica: revisioni e nuove proposte sui tracciati. In www.pandosia.org, anno 2019).

Sanzanello nel Medioevo: il baliaggio di Venosa, i pellegrinaggi e le crociate in Terra Santa

Accanto alle domus, soprattutto per gli Ordini nati con finalità “ospitaliere” come i giovanniti e i teutonici, spesso vi erano ospedali per l’accoglienza dei pellegrini. Una rete di strade che portava dall’Europa centro-settentrionale a Roma; da qui si dipartivano due strade che portavano in Puglia lungo la direttrice delle vie Appia e Traiana, per l’imbarco verso la Terrasanta e per i santuari micaelici e nicolaiani.

In particolare Venosa, importante civitas longobarda, tra VII e IX secolo, divenne luogo di sosta e di assistenza templare lungo questo itinerario di pellegrinaggio dei “palmieri” che collegava il versante tirrenico a quello adriatico, dove, sul Gargano, si trovavano il santuario micaelico e un ospizio per pellegrini fatto costruire dai longobardi, utile luogo di sosta e di ricovero per i pellegrini diretti in Terrasanta, che si imbarcavano soprattutto dai porti pugliesi dai quali venivano caricati anche i vettovagliamenti con cui rifornire i “fratres” dell’ordine che operavano in Oriente.

E’ verosimile che la devozione S. Michele abbia raggiunto questi centri percorrendo le vie interne, come la Siponto-Arpi-Herdonia-Venosa. Alcune grandi “precettorie”, come quelle di Lecce e di Venosa, si caratterizzarono per la loro cospicua produzione cerealicola e l’allevamento, frutto di un’economia di tipo latifondistico che utilizzava il lavoro di salariati di cui fa parte anche l’area di Sanzanello. A Venosa si sostituirono ai Templari gli Ospitalieri gerosolimitani, che sarebbero poi divenuti Ordine “di Rodi” e poi “di Malta”, nati in Terrasanta all’epoca della prima Crociata, con la creazione di Ospedali che, oltre a svolgere un’attività assistenziale, di ospitalità e di protezione armata dei pellegrini,  consentirono l’organizzazione economica sul territorio, che produceva ricchezza per il Priorato di Barletta dal quale dipendeva il Baliaggio di Venosa.

Il 22 settembre 1297 Bonifacio VIII soppresse due abbazie benedettine del Sud Italia, la SS.ma Trinità di Venosa ed il monastero di Sant’Angelo in Palazzo in Molise, affidandole ai Cavalieri dell’Ospedale gerosolimitano, come riconoscimento del loro servizio in Oriente e, soprattutto, per porre fine allo stato di abbandono in cui entrambi versavano, a causa dell’incuria degli abati e dei monaci benedettini (Cfr N. Montesano. Precettorie e Commende dell’Ordine Giovannita nel Mezzogiorno d’Italia. In Comendas das Ordens Militares na Idade Média Actas do Seminário Internacional, Porto, 3 e 4 de Novembre de 2008). Risale al 1324 il documento contenente un elenco di beni che i Giovanniti avevano ereditato dai Templari, ma che erano stati posti sotto sequestro dal Fisco Regio, tra i quali Sanzanello.

La loro unità di base fu la “precettoria” (chiamata anche “magione” o “domus”), struttura economica per lo più a carattere agricolo, ma anche polo religioso e punto organizzativo della vita dei “fratres” dell’ordine. Per lo stretto legame che ebbero con Gerusalemme e con le vie che incanalavano il flusso dei pellegrini, si comprende perché gli insediamenti degli ordini ospitalieri si addensassero nel tratto più meridionale della via Francigena, ove peraltro si trovava la successione dei porti d’imbarco per la Terrasanta. (Cfr, AA.VV. Roma Gerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud. A cura dell’Associazione Civita, 2008).

Sanzanello e i pascoli contesi tra il Baliaggio di Venosa e la Dogana di Foggia

Il nome della località “Sanzanello” compare per la prima volta nelle carte della Dogana di Foggia così  denominata agli inizi del 700 anche come “Jaccio della Cicogna”, in occasione della disputa per i pascoli tra la stessa Dogana e il Baliaggio della Santissima Trinità, che possedeva gran parte del territorio di Venosa. Tuttavia altre carte storiche (General Karte von dem Koeningreiche Neapel, 1820 – S. Del Lungo, Antiche vie in Basilicata, 2018) indicano il nome di “la Rendina”, mentre in quelle Aragonesi  (A. Capano, La Provincia di Potenza nelle carte Aragonesi della seconda metà del XV secolo) compare il toponimo “la Rendina Sopra” a differenza del toponimo “la Rendina Sotto” oggi individuabile proprio nel sito della Rendina (invaso). Oltre ai pascoli, le grotte di Sanzanello venivano utilizzate in epoca medievale e sino al XX secolo come ricoveri per i pastori, “porcarecce per uso dei neri”, masserie o jacci (A. Capano O.cit).

In epoche successive vennero utilizzate come caseifici, forni, trappeti e fovee per conservazione di derrate alimentari (grano, olive, paglia, etc). Una cartografia risalente al 1720 redatta dall’agrimensore Angelo Antonio Monaco facente parte del “Cabreo del Baliaggio della Santissima Trinità di Venosa, con le loro discrizioni, fini, e confini” mostra il “Cugno di Sanzanello” con i suoi confini, i corsi d’acqua, i tratturi e gli iacci. L’Ordine dei Cavalieri di Malta, presente ininterrottamente a Venosa dal 1297 al 1810, epoca dell’abolizione degli Ordini religiosi, gestiva l’allevamento con la produzione di latte, formaggio, lana e il commercio del grano, del vino e dell’olio che costituivano fonte di ricchezza dell’ordine (Cfr Società di Storia Patria per la Puglia , sez Brindisi – Rotary Appia Antica – Brindisi. Tuitio fidei et obsequium pauperum. Atti del Convegno di studi sull’ordine Melitense in Puglia e in Terra di Brindisi, 2013). L’importante presenza del baliaggio di Venosa giungeva anche nella vicina Puglia. Dalle Rationes Demimarum del 1332 si apprende che la S.S. Trinità possedeva oliveti nel territorio di Giovinazzo, il cui ospedale era gestito dal baliaggio di Venosa, i quali rendevano 6 once.

La coltivazione dell’olivo consentiva molteplici usi dell’olio in campo medico, industriale, civile per l’illuminazione e liturgico, la cui produzione era particolarmente praticata presso l’ordine dei cavalieri Giovanniti, non solo venosini, che entrarono in possesso dal XIII secolo dei beni del gastaldato longobardo di Venosa che aveva tutelato l’antica presenza ebraica non applicando e restando neutrale all’imposizione  del  battesimo  promulgata da Eraclio  nei  territori dell’Impero. Con il cristianesimo, presso la Ss.Trinità di Venosa, erano state traslate dall’abate del cenobio benedettino,  Ingelberto, le spoglie dei martiri Senatore, Viatore, Cassiodoro e Nominata. L’abate informava papa Leone IX sulla circostanza del loro ritrovamento, che nel 1055, papa Vittore II, avrebbe raccomandato la loro venerazione al clero e al popolo di Venosa e di tutta la Puglia che alimentava un flusso notevole di pellegrini e fedeli durante la “celebrazione della fiera” della Trinità che si teneva in località Piano Saldo, probabilmente istituita già nel periodo normanno lungo la via dei pellegrini e crociati in Terra Santa. La fiera istituita da Carlo I d’Angiò nel 1274, si svolgeva il giorno dell’ottava di Pentecoste.

La fiera è citata in una lettera del 1313 indirizzata da Roberto I d’Angiò (1309-1343) al balivo della SS. Trinità in occasione della festa della SS. Trinità che si teneva ex antiqua consuetudine ante fores Ecclesie Sancte Trinitatis domus hospitalis, cioè davanti alla Foresteria, attirando pellegrini dall’Abruzzo e dalla Calabria (G. Cirsone. La basilica della SS. Trinità di Venosa dalla Tarda Antichità all’Età Moderna (II parte) di Giacomo Cirsone La fase prenormanna (metà X – XI secolo). Tesi di Laurea Specialistica discussa presso l’Università di Roma “Torvergata”, 2012), con i pellegrini in viaggio verso la Terra Santa che giungevano a Venosa percorrendo la Via Appia alla volta di Brindisi.

La produzione in grotta: dai trappeti rupestri, a fovea e ai caseifici

Testimoni di un’antica arte della produzione dell’olio, i frantoi ipogei (trappeti) sono parte integrante del paesaggio e dell’architettura rurale che connotano il territorio del Sud italia. L’olio nella storia delle religioni ha costituito un elemento rituale importante. Nella catacombe ebraiche di Venosa è presente un arcosolio (lunetta affrescata) ove è rappresentata la lampada a 7 braccia, il Menorah ( il candelabro a 9 braccia si chiama hanukkiah che segnerebbe le fasi solari misurate attraverso quelle lunari) assieme alla raffigurazione del corno sacro (shofar), e un’anfora per l’olio puro consacrato che alimentava il menorah  durante il periodo il miracolo della luce nella festa del channukkah che ricorda, ancora oggi per Israele, la riconsacrazione dell’altare con la luce dell’olio sacro e la preghiera nel tempio di Gerusalemme dopo la cacciata degli Assiri (l’accensione del Menorah avviene il 24 dicembre, ad iniziare da quella centrale e a partire da destra verso sinistra per altre sette volte, utilizzando sempre il lume centrale per accendere i lumi).

Nella stessa lunetta è rappresentato un ramo, forse di ulivo, in sostituzione del lulàv, una ghirlanda augurale  formata dalla palma, senza profumo ma il suo frutto è saporito; dal salice non ha né sapore né profumo; dal mirto ha profumo, ma non sapore ed infine dal cedro, ha sapore e profumo. Sono simbolicamente rappresentati tutti i tipi di uomo utilizzata festa autunnale del Sukkoth (permanenza per sette giorni degli Ebrei nelle capanne a Settembre in Egitto dopo il periodo del raccolto). Le olive usate per produrre l’olio lampante venivano in genere tenute e lavorate nei trappeti ipogei che mantenevano costante la temperatura per il mantenimento delle olive fresche prima di essere inserite nella mola per essere ridotte in pasta, inserita successivamente nei torchi a vite da dove l’olio colava assieme all’acqua separata per decantazione sul fondo di una vasca in pietra.

Una tecnica, questa, rimasta pressoché invariata dal periodo romano. Successivamente, l’introduzione delle pratiche cerealicole nel territorio venosino, trasformò i trappeti in magazzini per la conservazione del grano e della paglia, sino al loro utilizzo anche come stalle e caseifici per la produzione del formaggio (ancora oggi diverse grotte vengono utilizzare come ricovero per animali e per la conservazione del fieno). L’introduzione in grotta delle derrate alimentari e della paglia avveniva dall’alto, attraverso un ingegnoso sistema formato da caditoie il cui foro di ingresso risulta protetto da struttura cilindrica in pietra coperta nella parte superiore con tegole ed aperta su di un lato (vedi immagine) con lo scopo di fungere anche da pompa di calore per la refrigerazione degli ipogei sottostanti.

Il ciclo del grano, costituiva un duro lavoro, scarsamente remunerato, dalla raccolta alla pesatura, dal nome della pesara, grossa pietra di forma triangolare con un foro nel vertice, che sostituì i “diavoletti”, rudimentali assi chiodati, ove veniva legata ai muli la corda per eseguire la trebbiatura dei covoni (gregne) portati nell’aia.

I proprietari terrieri utilizzavano le grotte di Sanzanello per stoccare la paglia sminuzzata dopo la trebbiatura del grano che serviva soprattutto per il nutrimento degli ovini. Un sistema simile di stoccaggio della paglia avveniva anche a Matera, a Santa Maria della Valle, ove un grosso foro creato sulla volta della grotta sottostante serviva ad immettere il passaggio della paglia che veniva ammassata e conservata nell’ipogeo, (in proposito leggasi di R. Paolicelli, la mietitura e pesatura a Matera. Memoria di tecniche agricole ormai scomparse. In Mathera, rivista trimestrale di storia e cultura del territorio, n. 8, anno 2019).

Sanzanello lungo la Via borbonica per Napoli (Cammino del Procaccio di Melfi)

La descrizione topografica della città di Venosa redatta dal nobile Giustino Rapolla nel 1735 riporta come “verso ponente, in lontananza dalla città circa tre miglia, altra vi si scorge, appellata Sanzanello…di là inoltrandosi scorgonsi altre ruine, l’una chiamata Fabbricata e l’altra Morgano, nonché un’altra poco lungi detta Morganiello…”. In una cartografia dell’intero territorio di Venosa redatta dall’agrimensore Raffaele Severo “ per ordine dell’illustrissimo Barone D. Girolamo Mascaro”, caporuota della Regia Corte in Napoli e presidente della R. Camera Sommaria, è riportata la località denominata “ Sansaniello” in prossimità  degli Iazzi Madama Antonella, Varco d’Ascoli e Grotte della Monaca con l’indicazione della “Stradella o Via della Grotta Nova” ad indicare l’itinerario della strada che attraversava la località.

Questa toponomastica la si ritrova riportata anche tra i beni “controvertiti” dal principe Caracciolo di Torella nella Platea redatta nel 1835 (M. Romano. Gli apprezzi e le platee dell’archivio Caracciolo di Torella per la ricostruzione del paesaggio e della “forma urbis” medievale degli insediamenti del Vulture. Consiglio Regionale di Basilicata, Tipografia Olita, Potenza, 2004).

Nel “…sito al luogo detto Zanzaniello, e propriamente al Vallone di S. Anna, sopra la partita delle Ferriere con  Benedetto  Di  Saverio,  con  la  Parrocchia  di  S. Pietro,  col  Seminario  di  Venosa,  e  con D. Francesco Paolo Sozzi, ed appartiene a D. Michele Lauridia. Il terreno del Signor Principe è dell’estensione di tomola 6.12 sito sopra la Fontana di Zanzaniello, confinante con la Pezza di  Cicoria,  col  Pizzarello  di  S.  Marinella,  con  D.  Benedetto Altruda, e con D. Michele Lauridia, il quale sin dal 1812 ha usurpato questo territorio, e per mancanza di titoli non vi è potuto sin ora revindicare, tutto che si sia già limitato dall’attuale Agente Generale di farlo rientrare nella proprietà del Signor Principe, continuandone gli amichevoli maneggi per pervenire allo scopo…”.

Nella platea vengono citati anche i trappeti. Oltre i quattro presenti a Rapolla, a Barile, a Venosa era presente un trappeto in località Monte ed uno di proprietà della famiglia Rapolla. Al sistema delle grotte e degli jacci veniva abbinato anche un “quadrone” per la posta o capoposta, ovvero una grande superficie delimitata per la sosta delle greggi e delle mandrie aventi misure stabilite dalle leggi della Regia Dogana di Foggia. La carta venne redatta per rimarcare i confini dei possedimenti del baliaggio di Venosa e per ribadire il possesso dei terreni, dei pascoli, degli jacci e degli “scaffi” (Skaf, termine di origine longobarda utilizzato per indicare i ripari in grotta per animali, paglia e derrate alimentari) contro le usurpazioni demaniali e le rivalse dei locatari della Regia Dogana delle Pecore di Foggia (A. Capano, Op cit).

Il ruolo strategico di Sanzanello (denominato Senzanelli nella carta Rizzi Zannoni del 1807) è rimarcato anche nel decreto n. 509 del 6 Novembre 1809 con il quale Gioacchino Napoleone” (ndr Gioacchino Murat), re delle Due Sicilie “disegna la direzione di un tratto di strada da Avellino a Melfi ed a Venosa” sulla base del rapporto del Ministro dell’interno. “…il quarto tratto della strada da Avellino a Melfi e a Venosa avrà la seguente direzione….tocca le prime case di Melfi, gira verso l’occidente, si dirige verso i mulini per luoghi quasi piani, si unisce al regio tratturo sino alla cappella di Macera, quindi gira verso l’oriente pè  terreni di Domenico Celano; ed insensibilmente discendendo sino al ponte costrutto sul fiume di Ripacandida o sia di Rapolla, dirigesi verso il vallone del Cerro, o per Sanzanello a Venosa…” .

Da nostri rilievi effettuati, la nuova Via Borbonica (il prolungamento per Venosa della strada consolare Avellino-Melfi) si discosterebbe dal tracciato della Via Appia di circa 40 m verso il vallone Acqua Rossa, in quanto si ritiene che l’Appia non seguisse l’attuale strada asfaltata, denominata oggi Via Venosina (SP ex SS168) ed in particolare il tornante sotto la masseria Grimolizzi, ma che seguisse una linea retta a congiunzione dell’attuale strada Piano del Cerro accatastata come Tratturo vicinale Vallelonga. (Clicca qui per visualizzare).

Il progetto della nuova strada borbonica venne completa diversi anno dopo dall’ing Luigi Giura (1795-1864) nativo di Maschito, allievo di Carlo Afan De Rivera e antesignano del Genio Civile, valente tecnico che progettò e realizzò il ponte sospeso sul Garigliano e quello sul Calore Lucano (fatto saltare con la dinamite dai tedeschi in ritirata nel 1944), nonché ministro dei lavori pubblici con il primo governo Garibaldi.

L’itinerario, come prolungamento della strada regia Avellino – Atripalda – Melfi, costituiva un ramo minore della strada regia delle Puglie che passava per località Sanzanello, così come indicato nella descrizione di Giuseppe Maria Galanti (Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, Napoli MDCCLXXXXIX), seguendo parte del tracciato della Via Appia e parte nell’attuale SP ex SS n.168.

Venne percorso il 20 e 21 Settembre 1851, nelle settimane seguenti il terremoto del Vulture del 14 Agosto, da re Ferdinando II in compagnia del Duca di Calabria, del Conte di Trapani e del Ministro dei Lavori Pubblici per recarsi da Rionero in Vulture a Venosa  (Cfr L. Del Pozzo, Cronaca civile e militare delle Due Sicilie sotto la dinastia borbonica, Edizioni Ripostes, Salerno, anno 2011). Secondo alcuni studiosi “la strada borbonica di Melfi ripercorreva l’esistente Regio Tratturo che attraversava Sansanello, un’antica rete viaria stabilizzata dagli Aragonesi per la transumanza”.

Nella descrizione geografica e politica delle Sicilie, il Galanti (G.M Galanti, Op. cit) illustrò le tappe del ramo di Melfi: “…sulla strada di Puglia vi è il “cammino del procaccio di Melfi” che non è rotabile che partiva da Melfi nei pressi della Dogana (Porta Calcinaia) e terminava a Venosa. Da Napoli a Venosa l’itinerario – secondo il Galanti – misurava 86 miglia napoletane (159 Km circa attuali), mentre da Melfi (miglio 78) a Venosa (miglio 86) la distanza era di 8 miglia (15 Km circa).

La costruzione della strada consolare per Melfi denominata anche “Cammino del Procaccio” o Procaccia di Melfi venne sollecitata, con una istanza al re, nel 1806, dall’intendente del Principato Ultra con sede ad Avellino, Giacomo Mazas. il “Procaccia o Procaccio o Maestro di Posta” rientrava nell’Amministrazione postale fondata nel Regno di Napoli da Carlo V, riordinata nel 1742. A differenza dei corrieri ordinari e straordinari, forniva un servizio privato di trasporto. Assumeva l’incarico per un determinato periodo di anni e disponeva di mezzi propri, garantendosi un guadagno anche per il trasporto di persone e di beni per conto terzi, non potendo godere di esenzioni. Nel 1843 l’attività dei procacci destinati al trasporto dei denari ed effetti dei privati e dei fondi della Tesoreria generale che dalle province si spedivano a Napoli venne regolamentata ed affidata a questa figura.

Il 16 ottobre 1806, l’Ispettore delle Strade e Ponti del Regno, il Conte della Rocca Marigliano, spedì un dispaccio agli amministratori, sindaci ed eletti, specificando che le opere pubbliche venivano realizzate a spese dei comuni interessati: “…Avendo Sua Maestà benignamente annuito all’antico universal desiderio di queste popolazioni, di formarsi una nuova strada rotabile d’Atripalda a Melfi, per indi poi continuarla fino a Lecce e così facilitare l’intero commercio, certa, se non unica sorgente di ogni comodo e ricchezza,…nell’esecuzione dell’opera suddetta, ho determinato e stabilito che, prendendosi per ora in considerazione il solo tratto della Taverna della Città di Avellino, denominato Punteruola, fino a Venosa, si abbiano da me a destinare cinque cassieri da risedere in Atripalda, Montella, Guardia Lombarda, Carbonara e Melfi, presso de’ quali saranno da ciascuna delle infrascritte Comuni depositati i prodotti de’ fondi che verranno destinati alle spese necessarie per detta strada”.

Lo scopo della nuova strada era quello di creare un alternativa al difficile itinerario del Sele e dell’Appennino per il commercio del grano  e degli altri prodotti  proveniente dai latifondi dei Caracciolo di Torella, dei Doria e di altre famiglie pugliesi e della Basilicata a Napoli, congiungendo le terre del grano di Venosa, Lavello e della valle del Bradano ad Avellino, Serino e Atripalda, dove erano presenti antiche dogane dei grani che transitavano verso Napoli.

L’Intendente Giacomo Mazas, il 20 luglio 1807, comunicò, ai “Governatori de’ dietroscritti luoghi“, l’itinerario della consolare: “Per la costruzione della strada nuova, che da Atripalda deve arrivare fino a Venosa, il signor conte Della Rocca Marigliano, Ispettore delle Strade e Ponti del Regno, mi ha fatta pervenire il bando da quella ispezione spedito per la formazione di tale strada, la quale deve avere la seguente direzione, cioè da Atripalda deve passare per S.Potito, per Parolise, per sopra l’abitato di Salza, per la cappella del Fosso alla parte settentrionale del piano di Volturara, e, girando per la parte orientale del piano medesimo, passa per la salita delle breccelle, sopra la cappella di Cruci per mezzo l’abitato di Montella, per sotto Cassano, per ponte Lomito, per lo Passo di Manteca, per le sorgive dell’Ofanto, per l’osteria del passo, per sotto S. Angelo, per l’osteria di Guardia Lombardi, per li piani della Guardia, per la Difesa del Formicoso, perl’osteria della cavallerizza vicino Bisaccia, per Lacedonia, per lo ponte di S. Venere, per l’osteria della Rendina e per Sanzaniello fino a Venosa”.

Per le spese di costruzione della strada consolare per Melfi, i cittadini furono tassati per lunghi anni. “Il reperimento dei fondi era un’azione odiosa e i richiami dell’intendente e del sottintendente di S. Angelo dei Lombardi ai sindaci morosi erano imperiosi“. “La fase ultima con lo spargimento di pietrame sulla carreggiata si protrasse per lunghi anni e ufficialmente si potè dire terminata nel 1832, ma per altri due decenni ancora si parlò di lavori in corso pur volendola chiamare col classico termine di consolare“.

Nella puntuale descrizione del Motta si apprende come “… dalla località Sansanello attraversato con un ponte il fiumicello detto dell’Ampollosa (Lapilloso) per il luogo detto alle porte vicino al Castello si giunge a Venosa […] tutto il Regio Tratturo di buona qualità di terra, e della latitudine maggiore di quella prescritta darsi alla strada. Infatti, la larghezza della strada, del capostrada imbrecciato, passaggiato in terra e cunette, era stabilita in palmi 20, pari a 5,30 mt”. (Cfr Motta, Da Venusia a Venosa, Op cit.), una larghezza non dissimile dell’Appia antica. Tuttavia questa descrizione rappresenta il tratto della Via Appia che attraversava il Vallone della Spada, in località La Starza da cui viene confermata la tesi di un ponte antico oggi non più esistente.

Resta acclarato, quindi, che la località Sanzanello era attraversata da un Regio Tratturo successivamente divenuta strada borbonica, che le stesse carte catastali d’impianto descrivono come Strada comunale da Melfi a Venosa. L’antica località agricola comprendeva un’area più vasta di quella che oggi le carte rappresentano, basti pensare che sempre dalle carte catastali d’impianto, Masseria Catena a Piano di Russo verso località la Starza – Vallone della Spada – Lapilloso viene indicata come “Sausanello di Catena”.

I terreni e le grotte di Sanzanello, già di proprietà del baliaggio di Venosa, con l’abolizione dell’Asse Ecclesiastico, attraverso le leggi Gioacchino Napoleone Murat, vennero quotizzati. Dopo vari disordini sociali a Venosa il 23 aprile 1848 dovute alle pressioni delle classi contadine più penalizzate a causa di ipoteche e insolvenze sui pagamenti della tassa fondiaria, gli stessi terreni, entrarono nel possesso del comune in controversia con le famiglie arricchitesi grazie anche alla quotizzazione demaniale (Cfr. E. M. Lavorano. L’insorgenza del 1848 e la seconda quotizzazione demaniale a Venosa. In Rassegna Storica Lucana, Bollettino dell’Associazione per la Storia Sociale del Mezzogiorno e dell’Area Mediterranea, n. 63-66, anni 2017-17, Ermes Editrice, Potenza).

A Sanzanello i demani erano di proprietà dei  D’Errico di Palazzo San Gervasio, dei Lauridia di Venosa e dei Giannattasio e dei Catena di Rionero in Vulture. Michele Giannattasio, così come testimonia una epigrafe in pietra ancora presente sulla fontana di Sanzanello recanti incise le lettere M.G., restaurò il fondo agricolo e le unità produttive, realizzando le facciate delle grotte e trasformandole stalle e caseifici per lavorazione del formaggio (su una di esse è apposta l’anno 1872) annesse a masserie a ridosso dell’area, oggi in grave stato di degrado.

Sanzanello dopo l’Unità d’Italia

Il tratto del Cammino del Procaccio di Melfi, tra il ponte di origine romana d’Avuzzo, i Piani della Rendina e la località Sanzanello, fu il campo di battaglia nel mese di Luglio 1863 di uno scontro tra le bande brigantesche di Schiavone, Caruso e Gioseffi contro i Cavalleggeri Saluzzo della Guardia Nazionale comandati dal luogotenente Borromeo, ove perirono 21 soldati e  un numero imprecisato di briganti. Lo storico Angelo Bozza (1821 – 1903) all’epoca capitano della Guardia Nazionale, nel suo diario, riporta lo scontro armato: “…giunti poco sopra il ponte di Toppo d’Avuzzo il maggiore ordinò che si facesse tappa in quel punto fino all’alba, per timore di qualche imboscata da parte dei briganti. Allora ci muovemmo tutti e giunti finalmente all’ingresso della rotabile che porta a Venosa, dopo un centinaio di passi, trovammo i primi cadaveri dei cavalleggeri dei quali numerammo ventidue fino a Sansanello ove fu trovato l’ultimo; tutti nel fiore dell’età intorno ai 20 anni, tutti belli che il cuore d’ognuno faceva sangue a vedere tanto strazio di gioventù …” (Cfr A.Bozza, O.cit). Una lapide nel cimitero di Venosa (riporta la data A.D. 1863) ricorda l’avvenimento, così come una lapide affissa nel 1903 all’interno della stazione delle Ferrovie dello Stato di località Rendina, chiusa definitivamente nel 2016 così come la tratta Ferroviaria San Nicola di Melfi – Spinazzola-Gravina in Puglia-Gioia del Colle, che riporta i nomi dei soldati periti nello scontro a fuoco.

Sanzanello e l’occupazione delle terre nel 1949

Il disordine demaniale legato al trasferimento dei titoli di possesso e le controversie nel periodo fascista sfociarono, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nelle richieste di assegnazione delle terre incolte alimentate dai primi governi Costituenti della neo Repubblica Italiana. L’occasione per l’occupazione delle terre venne offerta dalla costituzione delle commissioni provinciali e comunali per l’assegnazione delle terre incolte a favore delle organizzazioni sindacali e cooperative che costituì l’innesco di una lotta politica contro il latifondo improduttivo che vide impegnate anche parte di quanti spontaneamente videro una opportunità per legittimare la loro preesistenza sui terreni per migliorare le proprie condizioni di vita con l’assegnazione delle terre, aderendo per lo più alle Camere del Lavoro ed alcuni Partiti della sinistra.

Ad occupazioni “effettive” si sommarono “occupazioni simboliche”, tra le quali quella del 30 Novembre 1949 in località Sanzanello su 405 ettari di seminativi, bosco e pascolo il cui terreno risultava di proprietà di Pasquale Giannattasio (G. Angelini. L’occupazione delle terre in provincia di Potenza nel Dicembre 1949. In Basilicata Regione Notizie, rivista del Consiglio regionale della Basilicata, n.3, anno 1999).

Con Decreti del presidente della Repubblica Enaudi, controfirmate dai Ministri De Gaspari e Fanfani, del 2 aprile 1952 n. 288 e n.289 venne disposto “il trasferimento in proprietà all’Ente Riforma per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania, Molise, dei terreni in proprietà di Giannattasio Michele e Pasquale fu felice nel comune di Venosa” di quasi 125 ettari, costituiti in prevalenza da seminativi e pascoli alle località Rendina, San Pietro Olivento, Acqua Rossa e Sansaniello, dietro una indennità di espropriazione pattuita di  Lire 7.052.750,15. I terreni venne successivamente riassegnati in parte al demanio comunale (anche le grotte) e ad affittuari che nel tempo rivendicarono il possesso.

Alcune foto scattate agli inizi degli anni 60 e forniteci per gentile concessione dell’editrice Appia 2 di Venosa, mostrano la località con i pascoli, i fabbricati ancora non ridotti allo stato di ruderi con le enormi “pagliare” che costituivano elementi di un paesaggio rurale, oggi scomparse, a forma di cono e di parallelepipedo (cfr Giambattista Vico…per i primi abituri non bisognava altro che fieno o paglia per coprimento; onde restarono agl’italiani dette pagliare”).

Una storia ancora attuale, così come documentano alcune testimonianze locali intervistate in situ che ci raccontano delle “razzie” passate (furti di manufatti, portali, pietre con iscrizioni e ganci, etc.) così come la cessione di aree demaniali ai privati.

Fatti e circostanze che aprono nuovi scenari a seguito della redazione del Piano Paesistico Regionale, dopo la realizzazione dell’elettrodotto ad alta tensione Matera S.Sofia, autorizzato nel 2005 per la parte ricadente nei soli territori di Rapolla, Melfi e Rionero in Vulture, con una valutazione limitata (non vennero inclusi altri territori come quelli di Venosa e Lavello), circoscritta e soprattutto carente circa la valutazione degli impatti paesaggistici ed ambientali.

Il nuovo Piano Paesaggistico Regionale individua l’area di Sanzanello nel “contestato” Ager Venusinus, individuato anche come corridoio della Via Appia, suscettibile di tutela, considerate le sue rilevanze storico-paesaggistiche ed archeologiche (Delibera della Giunta Regionale di Basilicata n. 753 del 3/11/2020 – BUR Basilicata n. 105 del 16/11/2020).

Nonostante ciò, questo territorio continua ancora oggi ad essere esposto ad inopportuni progetti di trasformazione con interventi soprattutto di tipo energetico, quali impianti eolici, solari e strade asfaltate con cementificati sui tratturi e le vie antiche preesistenti, mentre il patrimonio monumentale, agricolo e rurale continua e versare in uno stato di grave degrado e abbandono.

Sanzanello (foto inizi anni Sessanta). Fonte: per gentile concessione Ed Appia 2, Op cit.

Sanzanello oggi (Anno 2020). Il fabbricato della masseria appare in parte crollato, così come due delle cinque caditoie sulle grotte centrali dell’ex Masseria Giannattasio. E’ visibile invece il pilone dell’elettrodotto ad alta tensione Matera-S.Sofia autorizzato nel 2005 e realizzato nel 2007 (Leggi la documentazione VIA)