“…le case abbandonate sembrano aspettare qualcosa, ma non si impara subito, ci vuole tempo ed esercizio per capire che loro aspettano solo di ritornare terra. E’ a noi che sembra un ritorno fermo, talmente lento che è simile al niente; il tornare terra delle case abbandonate è un passare di tempo che noi facciamo fatica a pensare perché è molto più lungo di una vita intera”. [Mario Ferraguti, La voce delle case abbandonate. Piccolo alfabeto del Silenzio, 2015]

Mappa di epoca aragonese (XV sec). Indicati i casali di Castellaro e Perolla, con i comuni di “Satriano, Pietra Fesa, Tito, Tito nova” con il Lago di Buda

Carta del 1686 con l’area del feudo di Perolla e Castellaro nel Principato Citra


Ruderi di Satrianum

Ruderi abitato di Satrianum

Campanile di Satriano il cui progetto è attribuito a Caramuel. Sulla collina in alto è visibile l’abitato antico di Satrianum con la torre

Panoramica del feudo di Perolla e Castellaro. Sullo sfondo la torre di Satriano (vista dalla località Perolla)
Chiesa di Perolla dedicata alla Madonna nera di Viggiano ricostruita sul sito della cappella di Perolla del XV secolo

Casa del Monsignore (foto anno 2021)


Casa del Monsignore (foto inizi anni Novanta)

Casa del Monsignore: particolare ingresso

Ubicazione della Casa del Monsignore (Casino Monsignore) sul quadro di unione catastale (Savoia di Lucania)

Vescovo di Campagna – Satriano, Giovanni Angelo Anzani (1701 – 1770)

 

La Casa del Monsignore
La storia del feudo conteso di Perolla e Castellaro

di Pandosia

Castellaro e Perolla facevano parte di un piccolo feudo ecclesiastico donato dai signori normanni dal quale la Mensa vescovile di Campagna – Satriano, ricavava le principali rendite per il clero della diocesi. Le vicende storiche dell’antico feudo si svolsero tra il XVII e il XVIII secolo, nell’ex Principato Citra. Si intrecciarono con vicende umane e religiose, ancora poco note.

I fatti narrati, si svolsero in una “terra incognita”, per usare la definizione dal commerciante amburghese, Karl W. Schnars, che nel 1850 intraprese un viaggio all’interno della Basilicata sconosciuta.

Violenze ed omicidi coinvolsero eminenti personalità, quali il vescovo, dottore in filosofia a soli 15 anni, nonchè filosofo e matematico,  Juan Caramuel y Lobkowitz (Madrid 1607 – Vigevano 1682), nipote di Eugenio Caramuel, che fu ministro di re Carlo V, re di Spagna, sposato con Caterina Frisse Lobkowitz, influente casata reale danese, della quale Juan Caramuel conservò il cognome, secondo lignaggio della nobiltà dell’epoca. Dopo aver frequentato e ricoperto importanti incarichi ecclesiastici in Europa,  Juan Caramuel  venne infatti inviato nel 1657 nella sperduta diocesi di Campagna e Satriano appena divenuto vescovo, ove rimase fino a 1673.

Vi giunse, come egli stesso scrisse, più per obbedire alla volontà di Fabio Chigi (futuro Papa Alessandro VII) con il quale Caramuel aveva intrattenuto un intenso rapporto epistolare il quale, eletto Papa, nel 1655 lo volle a Roma nominandolo consultore del Sant’Uffizio e della Congregazione dei Riti. in questi anni ipotizzò l’idea del colonnato di Piazza San Pietro realizzato successivamente dal Bernini, che Caramuel giudicò “sbagliato in ogni sua pietra”. Dopo appena due anni di permanenza nella capitale pontificia, Caramuel attirò su di sé le critiche dei cardinali.

Il monaco cistercense era non solo erudito e colto. La gerarchia romana era infatti preoccupata che potesse diventare influente condizionando la delicata questione geopolitica europea che vide il papato contrastare, senza successo, il giansenismo dilagante. Furono questi i motivi che spinsero Papa Alessandro VII ad allontanarlo da Roma, promuovendo Caramuel vescovo della Diocesi di Campagna-Satriano, ove il vescovo realizzò una stamperia a San’Angelo Le Fratte e forse il campanile della chiesa di Satriano (con similitudini architettoniche con la facciata della chiesa cattedrale di Vigevano, di cui successivamente fu vescovo).

Ma il neo vescovo Caramuel ereditò anche le travagliate vicende del feudo di Perolla e Castellaro dal suo predecessore, che proseguirono anche con i suoi successori, Francesco Saverio Fontana (1714-1736) e Angelo Anzani (Ariano 1701 – Napoli 1770), quest’ultimo vescovo di Campagna e Satriano dal 1736 al 1770. Di queste personalità, le vicende storiche ne restituiscono i volti nascosti, assieme a quelli dei signori feudali locali, affamati di terra e di ricchezza a scapito della popolazione, costretta per fame a dover patteggiare nella contesa sul possesso del feudo tra vescovi e signori locali.

Castellaro e Perolla

Il feudo si estendeva su un declivio montuoso dominato a nord-est dalla città- fortezza di Satrianum distrutta dalla regina Giovanna II d’Angiò nel 1430 e dal terremoto del 1456 (l’ex città Petrafixa, fu sede vescovile e Diocesis Satrianensis normanna dal 1098 con rito greco-bizantino, accorpata a quella di Campagna nel 1528, soppressa definitivamente nel 1818).

La possente torre dominava il valico situato sulla Via Herculia romana, e a nord, all’attuale Fiumara di Tito. Le località Castellaro e Perolla, che diedero il nome al feudo, sono indicate nella cartografia storica di epoca aragonese (seconda metà del XV secolo) assieme al Lago di Buda, oggi scomparso, situato a monte, con i torrenti Perolla, Finaide e Sant’Angelo tributari della Fiumara di Tito (buda è il nome volgare attribuito all’erba palustre Typha angustifolia). Questo lago era ancora esistente nel XVIII secolo così come mostrano le cartografie dell’epoca. La località Perolla prenderebbe, secondo fantasiose ricostruzioni storiche, il nome dal figlio di Pacuvio Calavio, nobile magistrato di Capua, sostenitore della tregua con Annibale, che dissuase il figlio – secondo lo storico Livio – dall’uccidere il condottiero cartaginese durante un banchetto a Capua. Ma non è attestata la presenza di Perolla durante le guerre puniche nell’area della battaglia tra romani e cartaginesi a Campi Veteres (attuale Vietri di Potenza).

Il feudo di Castellaro e Perolla, nel 1011, fu donato alla chiesa dal conte di Satriano, Goffredo il normanno. Privilegio, questo, confermato nel 1497 dalla regina Giovanna II e, nel 1491, da re Ferrante I. Successivamente ne confermarono l’appartenenza ecclesiastica alcune sentenze del Sacro Regio Consiglio napoletano (in G. De Rosa. Problemi religiosi della società meridionale nel Settecento attraverso le visite pastorali di Angelo Anzani. In Rivista di Studi Salernitani, anno I, n. 2 Luglio- Dicembre 1968).

La contea del Castellaro e Perolla, quale è della Chiesa vescovile di Satriano, consiste in un Castello, o sia Terra oggi diruta, chiamata il Castellaro, la vitti quale ha il suo territorio, che comprende sotto di sé boschi grandi, luoghi seminatoriali, ed uso di erba, montagne, pianure, fiume, con massarie, case, comodi per bovi, capre, pecore ed altri animali ed anche alcune cappelle e chiese; di modo che il territorio di detto Feudo, o sia Contea si gira per lo spazio di dodici, ed anco quindici miglia, come hanno riferito alcuni. Nel qual territorio vi seminano li cittadini della Terra del Tito, della Salvia e di Picerno, ed altri luoghi e li medesimi ed altri forastieri di Monte Peloso e luoghi convicini si fidano li loro animali dal primo di settembre per tutto agosto, pagando per la fida suddetta un tanto per ogni animale vaccino, pecorino, porcino ed altri consimili. E di più v’è anche la fida a legnare dove si dice al morto, cioè alle legna che sono secche” (Cfr. Relazione e dispaccio del Viceré de Althan alla Regia Udienza di Salerno dell’8 giugno 1725. La Memoria che contiene le ragioni de’ Vescovi di Satriano e Campagna nella Contea del Castellaro, 1727 s. 1., p. 122).

Il feudo conteso

Il piccolo feudo ecclesiastico dal XV secolo era stato già oggetto di assalti e dispute da parte di potenti famiglie confinanti, dai Sanseverino ai Carafa, alle quali si unirono nel XVI secolo i Caracciolo di Brienza e i nuovi signori di Salvia (ramo dei signori di Salvia e di Tito. Nel 1658, il signore di Tito – Satriano era stato, come suo padre, credenziere della Dogana di Monopoli. Divenne proprietario dal 1692 del Feudo di Tito, di cui era stato agente per conto dei Colonna Principi di Stigliano, diventando successivamente Marchese. Il signore di Tito, con i proventi derivanti dagli introiti della dogana di Monopoli, acquistò anche altri territori a Torre Santa Susanna, Sarno, Tramonti e San Rufo, aggiungendo in seguito i titoli nobiliari di Marchese di Montagano, Conte di Bitetto e barone di Erchie.

Il signore di Salvia, acquistò dai Ludovisi Boncompagni per 9.000 ducati il feudo di Salvia (oggi Savoia di Lucania) che all’epoca faceva parte del Principato Citra (nel 1844 Salvia passò alla Basilicata), acquisendo per sé e per i suoi eredi il titolo di barone. Nello stesso anno, il signore di Tito per 37mila ducati acquistò il feudo di Satriano dal Regio fisco, che era stato nella proprietà già dei Carafa e dei Colonna, principi di Stigliano, di cui divenne duca nel 1718. I beni in Tito e Satriano nel 1827 furono acquistati da altri signori locali. L’ascesa di queste famiglie locali avvenne attraverso l’acquisto o l’usurpazione dei feudi dalla nobiltà decaduta e dalla Chiesa, acquisendo successivamente anche i titoli nobiliari presso la Corona.

Tumulti, scontri armati, torture e scomuniche

I signori di Tito-Satriano e di Salvia furono protagonisti di una violenta contesa contro il vescovo Caramuel sui diritti rivendicati sul feudo ecclesiastico di Castellaro e Perolla, ove la mensa vescovile riscuoteva le decime sul raccolto e la fida sul pascolo anche dagli abitanti dei centri abitati confinanti.  Si verificarono violenze ed omicidi sui quali lo stesso Caramuel – stando ai resoconti dell’epoca – fu coinvolto come vescovo.

Mentre la peste mieteva vittime e le sperdute campagne del regno si spopolavano, tumulti, banditismo e carestia, così come ebbe a scrivere lo stesso vescovo Caramuel, presero il sopravvento. Caramuel ne fu travolto. Si trovò isolato nella sua sede vescovile spostata da Campagna a Sant’Angelo Le Fratte, dove intraprese, con l’aiuto di familiari e amici fatti venire dalla Boemia, la stampa dei suoi libri, alcuni dei quali messi all’indice per il loro contenuto giudicato in opposizione ai padri della Chiesa, nonostante avesse tentato di ricevere il sostegno di alti prelati.

Il 27 gennaio 1663 gli eventi precipitarono a seguito dell’occupazione delle terre appartenenti al feudo ecclesiastico di Perolla e Castellaro da parte di numerosa gente armata. Il vescovo Caramuel prima scomunicava il signore di Salvia accusandolo di aver sobillato ad occupare a mano armata il fondo, successivamente inviando a sua volta gente armata a reprimere con la violenza il tumulto. La figura del vescovo Caramuel evidenziò in questa vicenda aspetti poco noti del suo poliedrico e irruente carattere che hanno radici nella sua vicenda umana e religiosa giovanile, allorquando, nel 1645, come ambasciatore di Spagna presso la corte dell’imperatore Ferdinando III d’Asburgo fu ingegnere militare nel 1635 a Lovanio contro il Duca d’Orange e a Frankental contro i francesi: nel 1648 difese Praga assediata dagli svedesi alla testa di un corpo di volontari armati formato anche da ecclesiastici.

Nello scontro nel feudo di Perolla e Castellaro il vicario di Caramuel fece arrestare il vicario generale del vescovo di Potenza che era presente in loco forse solo per cercare di seguire gli eventi. Il vicario potentino, considerati i fatti, aveva fatto affiggere «cedoloni» di scomunica contro il vicario del Caramuel nei comuni della diocesi di Campagna. Il signore di Salvia rivendicava l’uso civico nei territori di Perolla e Castellaro non solo con le armi, ma anche innanzi alla Sagra Congregazione dei Vescovi e presso la Regia Udienza di Vignola (Pignola), ragion per cui Caramuel emise una seconda scomunica nei confronti di membri della sua famiglia che avevano ricevuto, a sua volta, il sostegno del vescovo di Potenza (forse Bonaventura Claver, vescovo di Potenza dal 1646 al 1671) e quello di Conza, il celestino Fabrizio Campana.

Caramuel veniva accusato di esercitare eccessi e abusi nei confronti della popolazione alle quale il vescovo spagnolo rispose ribadendo in una memoria che “…che erano 663 anni che Castellaro era pacificamente goduto da quella Chiesa e il tentativo di usurpazione di quella terra e il chierico [omissis] e suo figlio [omissis], feudatario di Salvia, con l’aiuto di un complice, aveva ucciso proditoriamente un uomo, evidentemente impegnato nella difesa dei diritti vescovili…”.

Caramuel continuava a tenere sospesi a divinis i rappresentanti del clero locale, che aveva censurato in seguito a una non ben chiaro scontro, probabilmente tenutosi il 6 marzo 1663, e questo lo induceva a continuare la sua battaglia contro l’intera realtà locale. Ragione per la quale il signore di Salvia lo accusava di non essere un pastore, ma un «vero mercenario» chiedendo che la sua terra “venisse sottratta alla giurisdizione di questi e affidata al metropolitano” (Cfr. Antonio Menniti Ippolito. 1664, un anno della Chiesa universale. Saggio sull’italianità del papato in età moderna. Viella Edizioni, Città di Castello -PG, 2011).

I sacrilegi compiuti riguardavano anche la tortura, con asportazione dello scalpo (pare di dovere intendere e l’uccisione di un familiare di Caramuel), che resero necessarie le censure contro la terra di Salvia “fuit necessarium ut cessatio a divinis poneretur in terra Salviae”, scrisse Caramuel, il quale si era inimicato anche il prelato della sua diocesi a causa dei suoi metodi irruenti (A. Menniti, Op.cit.).

E’ lo stesso Caramuel che descrisse l’uccisione di un suo familiare un certo Emanuelem Carnerum, avvenuta mentre era in corso il terzo assalto al feudo il 13 Aprile 1663 “…quattro sacerdoti e tre chierici presero i prigionieri, li legarono e li spogliarono; li bastonarono con le mazze in modo molto crudele, e alla fine Emanuel Carner, servo del vescovo, a sangue freddo, dopo essere stato legato per un’ora,  cadde colpito dai bastoni e quando il suo cervello era stato fracassato gli fu proibito di confessarsi  per l’ultima volta, scaricando su di lui le armi”.

Da Roma, intanto, si raccomandava moderazione ai contendenti e nei confronti del vescovo di Potenza accusato da Caramuel d’aver compiuto atti pregiudizievoli alla propria giurisdizione. Il signore di Salvia tentò nuovamente di occupare i terreni della Mensa vescovile al tempo del Vescovo Girolamo Prignani (1680 – 1679). Nel 1721 e nel 1730, con il Vescovo Fontana (1714 – 1736), fu un nipote del signore di Salvia a ritentare l’occupazione del feudo di Castellaro e Perolla (Cfr Antonella Venezia, L’Archivio privato Geyeses. Edizioni Osanna, Venosa, aprile 2006).

Il Tribunale delle Inquisizioni mette all’indice i libri di Caramuel

Un’altra tempesta si abbattè sul vescovo Caramuel durante la presenza a Sant’Angelo Le Fratte. Riguardava questa volta la sua attività di autore e di stampatore. Caramuel  progettò e costruì il palazzo episcopale di S. Angelo Le Fratte rivelandosi un buon architetto ed impiantò nella stessa località una tipografia per stamparvi le sue opere coll’aiuto di collaboratori e tecnici fatti venire dall’estero. Caramuel nominò canonici il suo segretario Francesco Mayers, probabilmente suo parente (Jaime Mayers, fiammingo aveva sposato Jerónima Caramuel y Lobkowitz, sua sorella maggiore) e Filippo Dysembart chiamati dalla Boemia, suscitando però le proteste dei canonici del Capitolo cattedrale di Campagna.

Nel mese di gennaio 1664, la Congregazione dell’Indice condannò definitivamente la sua opera, Apologema pro antiquissima, et universalissima doctrina de probabilitate contra novam, singularem, improbabilemque D. Prosperi Fagnani opinationem (Lugduni 1663).  Il 12 febbraio dello stesso anno la notizia della messa all’indice venne trasmessa a Napoli ove si incaricò il nunzio di incontrare Caramuel facendogli presente che il Papa in persona, Alessandro VII «in riguardo della di lui dignità e virtù si compiace moderar il rigore et ordinare la segretezza del medesimo decreto». il vescovo di Campagna e Satriano aveva attaccato nel suo libro senza mezzi termini Prospero Fagnani, giurista e uomo di Curia ritenuto autorevolissimo, che era stato contemporaneamente membro di undici Congregazioni e segretario di quattro di esse, tra cui quella dei Vescovi e Regolari.

La foga dell’ordinario di Campagna e Satriano e l’imbarazzo per la condanna dell’Indice destarono sconcerto anche nel vicerè di Napoli (forse suo ex compagno di studi in Spagna) che chiese a più riprese che s’intervenisse sul vescovo spagnolo che frequentava a Napoli l’Accademia degli Investiganti, perché correggesse le sue osservazioni. Il mese marzo 1664, notando il nunzio del Papa come, in questa situazione, Caramuel si mostrasse «mal soddisfatto e disgustato» da Roma, si chiese di farlo controllare segretamente da spie locali.

S’era infatti vociferato del proposito del vescovo di Campagna di emanare un editto addirittura contro gli scritti di Prospero Fagnani, da lui accusato per gli errori coerenti con le dottrine dei pelagiani, luterani e giansenisti: il nunzio del Papa, informando di ciò il Papa, si lasciava andare ad un commento assai amaro su Caramuel: “tanto bravo con la penna in mano d’ingegno assai svegliato, che ha qualche seguito in Germania, poca prudenza e molta vanità e però [perciò] facile a precipitar da per tutto».

Nello stesso giorno a Roma si ricorse alle minacce, ad esempio quella di intervenire sulla sua stamperia di Sant’Angelo Le Fratte, chiudendola, per effetto della quale Caramuel sembrò dichiararsi disposto a correggere la propria opera intervenendo sulle accuse a Fagnani. Ma “…in realtà eliminare le sue roventi critiche nelle circa 200 pagine dell’opera di Caramuel era di fatto impossibile risultando esse, assai dure, già nel titolo e in pratica in ciascun rigo della medesima, e l’Apologema, dopo la condanna inizialmente segreta, fu inserita nel nuovo Indice dei libri proibiti del 1664 anno che Caramuel non poté annoverare tra i suoi migliori, per usare un eufemismo”. (Cfr Antonio Menniti Ippolito. 1664, un anno della Chiesa universale. Saggio sull’italianità del papato in età moderna. Viella Edizioni, Città di Castello -PG, 2011).

Le dimissioni del vescovo Caramuel

Prima di dimettersi come vescovo della Diocesi di Campagna per ricoprire l’incarico di vescovo di Vigevano nel 1673 (ndr forse fu lo stesso Caramuel che chiese di essere trasferito), inviò l’ultima relazione datata 6 maggio 1672 indirizzata alla Congregazione dei Vescovi e Regolari: “…questa Diocesi ha contenziosi con i baroni vicini, che hanno usurpato molti beni della Mensa Episcopale e non cessano di andare oltre. Molte scritture sono andate perdute ed altre che dovrebbero essere nelle nostre mani sono nelle mani dei nostri avversari. E tutto questo accade perché, quando il Seggio è vacante, il Vicario inviato dal Metropolita (di Conza) o è stato negligente oppure ha dato i documenti ai suoi amici”.

Carte e documenti invece essenziali per difendere le ragioni della Chiesa nei vari tribunali civili circa il diritto del possesso del feudo di Perolla e Castellaro. Documenti che invece venivano rubati e occultati ad ogni cambio di vescovo nella diocesi, oppure distrutte, così come avvenne nel 1656 durante l’incendio appiccato all’archivio diocesano di Campagna in cui andarono persi i “cedoloni delle scomuniche” ed i contratti di affitto delle terre di proprietà ecclesiastica.  Senza mezzi termini Caramuel denunciava la corruzione all’interno della Chiesa riprendendo le argomentazioni di alcuni suoi predecessori, come il Vescovo Giulio Cesare Guarneri (1501 – 1607). Caramuel denunciava il clima ostile e talvolta violento dei signorotti locali che, forti del sostegno di molti sudditi e canonici legati agli interessi materiali e personali, incrementavano le loro ricchezze aizzando l’ostilità contro l’autorità del Vescovo e della Chiesa utilizzando l’inganno, la calunnia e persino il delitto. Specialmente i vescovi “stranieri nominati nei secoli XVII – XVIII finivano per essere isolati e risultare “stranieri in terra straniera“.

Ma così non avvenne per Caramuel, nonostante egli avesse utilizzato le scomuniche ma anche gli interventi armati contro chi agiva per conto del demonio.  “[omissis], di Salvia – scriveva in una memoria Caramuel – riscrive al Regium Collaterale e ottiene che le sue asserzioni si rilevano essere mere calunnie; estorte con false narrazioni. Alla fine [omissis], fa affidamento sui vicini per cui esiste una causa comune”. Il Vescovo “per difendere i diritti della Chiesa nel settembre 1663, quando c’erano tante malattie, che si diceva che soffrisse della peste di Napoli, quando i cambiamenti dell’aria non permettono a nessuno di entrarvi senza pericolo di vita, quando c’erano tanti banditi nella pianura, andò a Napoli, per dire che quando la pubblica necessità di Pompeo gli ordina di viaggiare non gli comanda di vivere (…) L’eccellentissimo Pro-Re e DD. ordinano che i reggenti, che sono i più pii, siano rimossi. Il Vescovo risponde che i ribelli e gli impenitenti non possono essere assolti; che i Salviani non avevano ancora chiesto perdono; Questi, qualora lo richiedano, si limiteranno a porgere le dovute scuse, e si prega di informare il Santissimo D.N. intervenire per assicurarsi che siano assolti”.

Nuovi conflitti

Una nuova fase del conflitto vescovi- baroni, ha inizio nel 1721, e vede protagonista il marchese di Tito e duca di Satriano,  “…che agita e fa sue le nuove teorie con una più accorta manipolazione delle carte dei processi e dall’altra il vescovo Fontana che, pur intuendo che le nuove dottrine sono soprattutto rivolte contro la Chiesa, i suoi benefici e le sue prerogative, non ha tuttavia (non ci sono più a sostenerlo i « piissimi » uomini del Collaterale, la forza ed i documenti necessari per confutarle; anzi egli comprende che le argomentazioni addotte dagli avversari non sono dottrine cattoliche ma eretiche, a tal punto da intervenire direttamente a difesa del feudo, sia pure senza scoprirsi apertamente, con una « Memoria che contiene le ragioni de’ Vescovi di Satriano e Campagna nella Contea del Castellaro e la risposta all’obbietti proposti in nome dell’odierno illustre marchese del Tito come Duca della distrutta città di Satriano da uno scrittore anonimo, per la causa da decidersi nel Supremo Regio Collateral Consiglio del 1727 e sottoscritta  un ecclesiastico delle due unite chiese di Satriano e Campagna” (in G. De Rosa, Op.cit).

Il signore di Tito (“recente barone di infimo ceto”, scriverà nel 1721 in una relazione il Vescovo Fontana) non è da meno di [omissis] signore di Salvia. Il vescovo Fontana scrisse come egli “invase la Chiesa per devastare e travolgere con la consuetudine dè banditi espellendo i miei Ministri ed anche imprigionandoli e compiendo altri mali…quante liti e quante liti e quante vessazioni ho subito sia a Napoli davanti ai divini regi ministri, sia anche qui nella città ove mi recai personalmente per difendere la giustizia e convalidare la censura che ho subito…”.

Il comune di Salvia avanzò a più riprese (nel 1817, nel 1831, nel 1838) la richiesta di esser separato dal Circondario di Caggiano e aggregato a quello di Vietri in Basilicata. In una deliberazione del Consiglio di  Basilicata del 1838 si riportavano le seguenti motivazioni che spingevano ad un immediato distacco di quel  comune dalla Provincia di Principato Citra: « perché tanto l’abitato che il suo territorio sono posti entro [la  Provincia di Basilicata]; perché il fiume Landro che divide queste ultime, lo appalesa naturalmente come  comune di Basilicata; perché vicino a Potenza e distantissimo da Salerno; perché trovandosi nel territorio di Basilicata avvengono spesso gl’inconvenienti e continui conflitti di giurisdizione tanto amministrativi  che giudiziari» (ASNA, II Inventario, b.4064 II, fs.14). Salvia entrerà a far parte ufficialmente della Provincia di  Basilicata solo a partire dal 1° gennaio 1844, in seguito alla pubblicazione del decreto di aggregazione del 1° agosto 1843. (Cfr. Collezione delle leggi e de’ decreti del Regno delle Due Sicilie, a. 1843. In Maria Luisa Santarsiero, La Basilicata nel mosaico regionale. La geografia politico-amministrativa del territorio lucano in una dinamica di lungo periodo. Quaderni di Documentazione Regione, del Consiglio Regionale di Basilicata, s.d.).

La Casa del Monsignore

Il Vescovo Anzani (fu vescovo di Campagna dal 1736 al 1770) cercò di cambiare strategia contro i violenti e rissosi vicini per poter garantire alla Chiesa i proventi del feudo di Perolla e Castellaro. Anzani costruì nel feudo di Castellaro una fattoria necessaria illa quidem ad fructuum, proventuumque collectio, per la raccolta di frutti e prodotti, ivi abitando, eccetto che nei periodi estivi “nam cum in magna sit aedificata solitudine, latronum, sicario rumque incursionibus continue patet”…essendo stata costruita in un grande deserto, dove le incursioni di predoni e assassini erano continuamente evidenti. Ccosì scrisse il Vescovo Nicola Ferri, successo al vescovo Anzani, nella sua relazione ad limina del 1772.

Secondo alcuni studiosi locali esisteva in loco una casa padronale costruita nel 1474 dal vescovo di Satriano, Pietro Orseolo (non esistono al momento riferimenti documentali che comprovano tale tesi).  Il “Casino del Monsignore”, faceva parte di una strategia del vescovo Anzani per riprendere il controllo di un territorio e di una comunità di laici e religiosi definita dal suo predecessore “…affollata di uomini disperati e criminali, che sono naturalmente inclini all’omicidio, al furto ed a crimini più terribili” (G. De Rosa, Op.cit.).

Anzani difese le ragioni del feudo ecclesiastico di Perolla e Castellaro presso i Tribunali civili e il Sacro Consiglio di Napoli, battendosi contro i baroni e le richieste degli abitanti di Salvia che, dopo il giudizio favorevole al vescovo, abbandonarono in massa il feudo, privando la Mensa vescovile delle rendite, alle quali Anzani fece fronte con proprio denaro.

Il vescovo veniva a perdere seicento e più monete d’oro dei proventi della mensa vescovile. L’Anzani si caricò di debiti, ma non cedette dal rivendicare il feudo di Castellaro «libero e immune da servitù». Gli interessi della chiesa di Campagna e Satriano furono difesi da Domenico Potenza e Francesco Anzani, fratello del vescovo, avvocato a Napoli (Cfr. rei. ad limina del 1732, par. 14 e 15 in ASV, SCC SCC in G. De Rosa, Op. cit). Nella relazione di dieci anni dopo, a proposito del feudo di Castellaro e Perolla l’Anzani ricordava di avere fatto costruire qui una cappella pubblica per il bene spirituale di molti uomini. Questo feudo nel passato era stato esposto alla rapina delle comunità e dei baroni confinanti (fuit olim praefatum feudum velut expositum rapinae finitimarum Universitatum et Baronum). Per circa quattrocento anni i vescovi avevano cercato di difendere il feudo, soprattutto, contro gli abitanti di Salvia, che vi possedevano ville, giardini, prati (Rei.ad limina 1762, par. 21 in ASV, SCC in G.De Rosa, Op. cit).

Il vescovo intraprese, inoltre, una decisa azione moralizzatrice contro le pratiche magiche e superstizione dei fedeli (tollerate invece da Caramuel) proibendone i rituali, che descrisse minuziosamente nelle sue relazioni (ndr il metodo descrittivo di Anzani di tali pratiche è stato utilizzato negli anni 70 dagli studiosi di antropologia per descrivere il paesaggio culturale e religioso del sud Italia e della Lucania interna, come quello delle “lamentatrici”).

Inoltre, dopo la sentenza del tribunale a lui favorevole, piùttosto che seguire la via delle scomuniche, intraprese quella di ricostruire con nuovi contratti un rapporto di dipendenza che riconoscesse la proprietà delle terre ecclesiastiche da parte dei coloni oppure ricomprando addirittura le terre contese, ricucendo in questo modo la difesa della proprietà ecclesiastica.

La Casa del Monsignore rappresentava il baluardo fisico della riconquista della terra della Chiesa. La sua posizione dominante sul feudo di Perolla e Castellaro e lungo le vie di comunicazioni con Satriano e Salvia era strategica. La possenza del fabbricato, che si sviluppava su quattro livelli, con balconi angolari per la difesa e solide grate alle finestre dei piani inferiori, assicurava la protezione e il controllo del territorio in caso di necessità.

Ma era certamente la sua presenza a stabilire il possesso sulle terre contese. Con l’avvento di Napoleone e dei francesi a Napoli agli inizi dell’Ottocento, la Casa del Monsignore e la terra di Perolla e Castellaro, con le riforme del catasto e l’eversione della feudalità cambiarono mano, divenendo patrimoni dei municipi e delle nuove famiglie locali. Prima ancora che i terremoti e gli uragani sconvolgessero l’equilibrio dei muri in pietra e delle travi in legno della casa, si accanì la volontà di vendetta che sfondò portoni e finestre, rubando quel poco che rimaneva al suo interno, mobili e suppellettili.

Le pietre e la terra testimoniano le trasformazioni geologiche e naturali ma anche gli stravolgimenti, le devastazioni e le violenze causate dagli uomini (tra queste ultime va inclusa anche la  crisi climatica del XXI secolo).

* Ricerca storica e documentale effettuata da Pandosia (è possibile richiedere la versione completa del testo a Pandosia: form di contatto )