Tratturo Regio Melfi Castellaneta – Via Appia- Cappella di Macera. Torri eoliche autorizzate e realizzate nel 2019 lungo l’antico itinerario

Le fiamme che bruciano il territorio. Tra le cause dei roghi vi sarebbero anche interessi speculativi

Cartografia allegata alla DGR n. 754/2020 – Zone di interesse archeologico ai sensi dell’art.142,c.1, lett.m D.lgs 42/2004

Progetto eolico, ricandente tra l’Ager Venusinus e Ager Bantinus (attualmente bocciato dalla Regione Basilicata con DGR 682/2021)

Ager Venusinus: torri eoliche alte centinaia di metri si frappongono nella visuale tra le colline e il  Monte Vulture (impianto autorizzato e realizzato 2018 – 2019)

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Fonte: Atlaimpianti G.S.E. – Agosto 2021. In Basilicata sono allacciate alla rete elettrica nazionale 1.261 torri eoliche pari ad una potenza complessiva di oltre 1.263 MW. Gli impianti si concentrano prevalentamente nella fascia centrale e nord orientale della Provincia di Potenza e quella di Matera

Antefatto

Per noi semplici “camminatori”, screvri da pretese di scientificità e obiettivi pseudo culturali, osservare il recente stravolgimento del territorio costituisce non solo un “pugno nello stomaco” ma offesa e sfregio indelebile per l’identità comune. Dietro alcuni termini, quali ad esempio “transizione ecologica” e “resilienza”, oggi di largo utilizzo sui media e nelle relazioni ufficiali che accompagnano certi progetti energetici, si celano mali oscuri, vecchi quando il mondo. Gli antichi definivano “vastatio” non la semplice “devastazione” con cui oggi viene tradotto questo termine dal latino, bensì la lucida volontà dei vincitori di perseguire la cancellazione del territorio originario, facendo “terra bruciata” (non solo in senso letterale e metaforico), per sottometterlo, piegarlo, assieme a chi lo abita, a  scopi e volontà precise. Ma lasciamo ad altri le disquisizioni di natura filologica, per condurre invece con mano il lettore su cosa sta accadendo in una parte della Basilicata nord-orientale, invasa da progetti energetici ed opere di cementificazione riconducibili proprio al termine “transizione ecologica” che, in nome dei cambiamenti climatici a cui intenderebbe opporsi, persegue profitti privati per pochi, anch’essi vecchi come il mondo. La Terra è stata portata oltre i suoi limiti sull’orlo di un abisso senza ritorno, proprio a causa degli stessi interessi che dichiarano persino di voler salvare il mondo. Interessi che inducono molti addetti ai lavori, tecnici ed anche accademici a girare la faccia, a non guardare una realtà stravolta e poi distrutta solo per qualche consulenza “preventiva” (a cosa?) pagata dalle società energetiche, guardando alla propria carriera o a qualche incarico istituzionale ed i decisori politici ad assecondare un tipo di sfruttamento massivo del suolo da parte di privati. Un piccolo costo per le società private, un grande danno per tutti.

Oltre l’ager Venusinus: sfruttamento agricolo e sfruttamento del territorio, due facce della stesso fenomeno

La dichiarazione di importanza archeologica-paesistico – ambientale dell’ager Venusinus decretata dalla Regione Basilicata con la delibera di giunta n. 754 del 3 Novembre 2020 in attesa dell’approvazione del Piano Pesistico Regionale, ancora fermo ai nastri di partenza, sembra aver acceso i riflettori sulle trasformazioni  territoriali ed economoco-sociali in atto nell’area Ofantina- Vulture – Alto-Bradano. Quest’area si trova a cavallo di tre regioni (Campania, Puglia e Basilicata). I ricorsi respinti per il momento dal TAR Basilicata, e presentati dalle società energetiche contro la decretazione dell’ager Venusinus, sono illuminanti circa i fenomeni in atto presenti in questi territori. Sorprende in proposito la “non costituzione in giudizio” contro le società energetiche da parte dei comuni interessati dall’affaire eolico. L’occupazione di suolo da parte delle società energetiche (eolico, solare e biomassa) e di una parte del mondo economico, non solo italiano, interessato ai latifondi agricoli per le produzioni agro-alimentari, avviene in un contesto caratterizzato da forti incentivi pubblici legati a settori strategici del cosiddetto Recovery Fund e fondi destinati all’agrozootecnia (agricoltura intensiva, energia alternativa, prodotti di nicchia ad alto contenuto commerciale quale il vino e l’orticoltura) con lo sfruttamento di suoli e forza lavoro a buon mercato, costituita in prevalenza da braccia di immigrati stagionali (sul fenomeno delle agromafie anche nel sud italia, leggasi il V Rapporto su “Agromafie e Caporalato” redatto dall’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI CGIL, edizioni LARISER, 2020).

Paesaggio in bianco e nero

A noi, semplici “camminatori“, non è sfuggita l’osservazione, da un lato di  frettolose “arature” ed incendi di estensioni agricole precedente incolte ricadenti in aree vincolate e dall’altro del proliferare di progetti energetici, oggi autorizzati per potenze superiori ai 20MW direttamente presso il MiTE (Ministero della Transizione Ecologica – procedure VIA-VAS). Il vincolo (provvisorio) nell’ager Venusinus, in questo contesto, sta funzionando più come acceleratore di dinamiche speculative, piùttosto che come deterrenza per questi progetti invasivi. Basti scorrere nel motore di ricerca sul sito del MiTE per trovare come siano numerosi i progetti presentati da società a responsabilità limitata che riguardano l’areale di cui trattiamo. Una tendenza, questa, innescata dalla modifica, con legge di bilancio del 2015 della Regione Basilicata che modificava il PIEAR vigente della Regione Basilicata (Piano di indirizzo Energetico Ambientale Regionale), raddoppiando il limite del potenze ammissibili installabili sul territorio regionale. Un comma che andrebbe cancellato dalla Regione in “autotutela”, per scongiurare l’assalto a cui stiamo assistendo.

Cultura e sottosviluppo: due facce dello stesso fenomeno

La domanda che ci facciamo è questa: a chi interessano i siti archeologici (centinaia nell’areale individuato dalla DGR 754/2020 compresi in un periodo storico vastissimo che va dalla preistoria sino all’epoca romana e quella medievale), di cui pochi indagati ?  Siti archeologici noti anche alle società eoliche, dal momento che sono pubblicati nelle relazioni redatte di “archeologia preventiva” in base ad un “codicillo” della Legge “sblocca Italia” voluta dall’ex presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, proprio per sbloccare i cantieri dell’industria energetica nazionale. Alcuni recenti progetti eolici, solo temporaneamente bocciati dalla Regione Basilicata( vedesi la recente deliberazione della Gunta regionale di Basilicata n. 682 del 11/8/2021), utilizzano persino i droni (autorizzati da chi?) pubblicando cartografie e persino foto particolareggiate di aree archeologiche ancora non note, assieme a quelle note, pubblicate di recente sulla cartografie del redigendo Piano Paesaggistico Regionale, esposte pertanto al saccheggio “preventivo” di tombaroli e possessori privati dei suoli interessati a speculare. La risposta alla nostra domanda riconduce sempre alla stessa pletora di uomini in carriera che alimentano una spoliazione fisica e culturale del territorio, che solo pochi conoscono nelle sue innumerevoli sfaccettature, in assenza di un vero dibattito culturale che coinvolga università, centri di ricerca e sovrintendenze del territorio, mentre una sorta di “damnatio memoriae” decisa dai nuovi potenti, dai signori del vento, del sole e delle terre colte ed incolte investe i luoghi della nostra storia. Attraverso uno pseudo revisionismo critico si vuole cancellare anche una parte della storiografia ufficiale, quando questa ha analizzato il protagonismo o l’immobilismo delle classi al potere o anche quello delle comunità locali  (da Fortunato a Levi, da Scotellaro a Banfield, etc). Abbiamo visto di recente la Via Appia ed i tratturi della transumanza affollarsi di nuovi viaggiatori, troppo interessati ad altri aspetti che riguardano i luoghi, per poterli amare e difendere in modo sinceramente disinteressato.

Cartografia del Piano Paesaggistico Regionale: una “piccola-grande” dimenticanza

Nella cartografia che accompagna il redigendo Piano Paesaggistico Regionale viene scritto che ” Il Piano paesaggistico regionale è innanzitutto uno strumento di conoscenza. Il quadro conoscitivo del Piano rappresenta la base per tutte le azioni di pianificazione e progettazione che interessano il territorio. I metadati relativi ai layers prodotti costituiscono, infatti, la base informativa per le amministrazioni ai sensi dell’art.10 del Decreto n. 10 novembre 2011. Inoltre, la diffusione delle informazioni che contiene è fondamentale per la crescita di una coscienza collettiva sulle peculiarità e sulle caratteristiche del paesaggio regionale“. Nella premessa alla cartografia non viene associato però il termine “salvaguardia dei luoghi”. Una dimenticanza voluta? A leggere certe dichiarazioni relative al redigendo Piano (la Basilicata è tra le regioni italiane che non ha ancora ottemperato all’obbligo delle leggi nazionali)  c’è un fondato sospetto che si voglia far intendere il Piano come uno strumento separato dalla salvaguardia dei beni, che verrebbe affidata all’approvazione di altre leggi e regolamenti (quali leggi? quali regolamenti?). A leggere alcune dichiarazioni fatte dagli attuali vertici politici regionali si trovebbero conferme circa la volontà di deregolamentare il Piano Pesistico Regionale allorquando si ipotizza di “…definire una sorta di indice di saturazione, ovvero la concentrazione massima ammissibile di impianti Fer nei vari ambiti di paesaggio, per contemperare il bilanciamento tra tutela del paesaggio e sviluppo delle rinnovabili, la rete di fruizione lenta dei paesaggi, l’avvio dei procedimenti di Vas e la rete ecologica regionale“. In poche parole, “fatto il Piano, trovato il sistema per aggirarlo”, ovvero postulando la derubricazione dalla normativa regionale dei vincoli da slegare dal Piano stesso, approvando gli stessi con altre leggi. I vincoli attuali, contestati dalle società energetiche e oggetto di contenzioso amministrativo, sono quindi da intendersi provvisori (le società sono state tranquillizzate), applicabili solo nell’attuale fase transitoria, propedeutica all’all’approvazione definiva del Piano. I ringraziamenti alla classe istituzionale regionale da parte delle società e gli interessi di cui sopra possono essere solo rinviati, con un’apparente perdita di tempo che sta alimentando interlocuzioni tra le parti e promesse reciproche che lasceranno il posto agli impegni presi, da saldare all’incasso. Solo dopo si potrà procedere ad adottare il Piano Paesaggistico Regionale, con buona pace di tutti.

Questioni aperte: come la “resilienza” intende nascondere e mistificare la violenza sul paesaggio e le comunità

L’archeologia preventiva, tanto decantata dal sistema accademico chiuso in se stesso, rischia di consegnare, delegando in modo inopportuno a società private, le chiavi di apertura a nuovi ipotetici scavi quali opzione da mettere sul tavolo per l’intermediazione istituzionale, facendo così  venir meno la specificità delle funzioni di tutela e neutralità da parte degli enti preposti alla savaguardia dei luoghi come le Soprintendenze. Le trasformazioni non derivano solo da eventi naturali inevitabili. Sono spesso causate da interessi privati che esercitano la loro violenza stravolgendo il territorio e chi lo abita. La “resilienza” può diventare in questo contesto un metodo per ottenere il controllo sociale, persuadendo i singoli che si può essere felici anche in un mondo stravolto e distrutto. La capacità della materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico, richiede che vi sia la coscienza in ogni individuo del danno arrecato e la volontà di porvi rimedio. Per noi sarebbe più proficuo ed utile per tutti avere la consapevolezza che quel danno può essere evitato con la conoscenza.
E se i nuovi pseudo-camminatori, ultimamente classificati “esperenziali”, nel loro passaggio da un nodo storico ad un segmento culturale, saranno costretti, perchè “resilienti” ad accettare modifiche della percezione del paesaggio nel nome del cambiamento climatico, la prospettiva di preservare lo spazio tanto arcaico che ci circonda (da modificare fino al midollo dell’osso già spolpato), rischia di scomparire per sempre dai ricordi e dalla memoria collettiva, che solo qualche vecchia istantanea chiusa nelle stanze segrete d’élite potrebbe riesumare, ma solo per  una cerchia ristretta di “fossili preventivi”. Per questo è  importante testimoniare pubblicamente gli stravolgimenti del paesaggio per individuare e rendere riconoscibili le responsabilità individuali e quelle istituzionali. Gli impianti eolici e solari, vengono installati spesso su terreni di proprietà privata, incrementando così il consumo e la trasformazione del suolo. Il rapporto che lega il proprietario del suolo con l’impresa interessata alla realizzazione del parco eolico e/o solare è sicuramente di tipo contrattuale privatistico. Viene fatto precedere da un contratto preliminare. Il Comune dove ricadono questi impianti energetici dovrebbe richiedere il versamento dell’ICI, iscrivendo in catasto nella categoria D1 gli opifici per la produzione di energia rinnovabile (in proposito sono numerosi i pronunciamenti in sede di Agenzia delle Entrate e della Giustizia Amministrativa). La rendita catastale di ogni singolo aereogenetatore o impianto solare andrebbe moltiplicata per il coefficiente individuato dal comune in cui ricade l’opera riferita alla categoria D1. Ma quante Amministrazioni Comunali, dopo aver assistito allo stravolgimento del proprio territorio, hanno previsto nei propri regolamenti il calcolo di questo coefficiente, in assenza del quale vengono sottratte risorse economiche dal bilancio comunale e dal pubblico erario ?