La via Appia verso Brindisi, oltre Castellaneta e il Tratturo Regio

Brindisi, 9 Marzo 2018 – ore 10:30
Presentazione del “Cammino di Puglia
Il Tratturo
Regio Melfi Castellaneta e la Via Appia

Il 9 Marzo 2018, a Brindisi, presso la “Sala Rossa” della Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato, si è tenuta la presentazione del libro “Il Cammino di Puglia: il Tratturo Regio Melfi Castellaneta e la Via Appia” di Antonio Bavusi e Vito L’Erario. Dopo i saluti del Presidente della CCIAA di Brindisi, Dott. Alfredo Malcarne, è seguita l’introduzione dell’Arch. Annika Patregnani, presidente della Biennale Habitat, che ha illustrato gli obiettivi dell’Organismo che opera in Italia e nei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Gli autori hanno parlato del testo e della loro esperienza lungo le antiche vie di comunicazione, per la riscoperta dell’identità del Mezzogiorno e del Mediterraneo. Presenti gli studenti e i docenti dell’IPIAS “G.Ferraris” e Istituto d’Istruzione Secondario “De Marco – Valzani” di Brindisi.  Un itinerario entusiasmante lungo la rotta segnata dai “marcatori del tempo e della memoria” che si avvale del supporto del GIS (Geographic Information System) che indica nuovi possibili orizzonti non solo per la cultura ma anche per sviluppo nell’area del Mediterraneo – ha dichiarato il presidente della Camera di Commercio di Brindisi – che ha ospitato l’iniziativa.

Via Appia da Taranto a Brindisi

…dopo la località Candile (Laterza), terminava il tratturo regio Melfi – Castellaneta coincidente con la via Appia (da Gravina di Puglia seguivano lo stesso itinerario). La via Appia proseguiva fino a Taranto – secondo il Pratilli – attraversando le località Petto di Lepori, Osteria il Pagliarane (da Castellaneta verso Taranto), il fiume Lieto, verso Palagiano (Canales della tavola Peutingeriana) e Palagianello. In quest’ultima località il Pratilli segnalava la presenza di un selciato. In località la Scarrupata, Pratilli annotava la presenza di una “colonnetta”, prima di raggiungere il fiume Lenne, poco distante da Motola, dove la via riprendeva il tratto della selciata per raggiungere Massafra (l’antica Messapia secondo alcuni studiosi) e la valle Patimisco. Secondo il Pratilli, il tracciato della via Appia non toccava Taranto, mentre per altri autori seguiva una doppia direttrice a nord ed a sud del Mar Piccolo toccando la città greca dei due mari.

Oltre Castellaneta e il Tratturo Regio Melfi Castellaneta

“Uno dei problemi più difficili del tratto della via Appia tra Taranto e Brindisi – secondo la studiosa Meluta Miroslav Marin, autrice del saggio “La viabilità antica tra Taranto e Brindisi: la via Appia antica” – è quello cronologico, riguardante la sua realizzazione. Il prolungamento della via Appia, da Capua a Beneventum, venne realizzato dopo la fondazione della colonia di Venusia (291 a.C.), la conquista di Taranto (272 a.C.) e la deduzione della colonia latina a Benevento (268 a.C.). Secondo alcuni studiosi faceva parte di un programma unitario concepito dal censore Appius Claudius Cecus iniziato nel 312 a.C. per garantire il controllo militare dei territori del sud della Penisola abitato da diverse tribù e popoli. Ma la strada consolare giunse a Taranto solo pochi anni dopo la sua conquista da parte dei Romani. Negli anni 267 e 266 dopo la conquista dei territori a sud dell’Apulia, Roma controllò il porto mèssapico di Brindisi (M.M.Marin, Op. cit.). Nel porto di βρεντεσιον  (Brentesion dai termini greci brendòn o brentiòn che significano cervo o testa di cervo, dalla forma che assume il porto) gli  antichi popoli Peucezi e Messapi di origine illirica già in epoche remote commerciano prodotti dall’oriente, tra i quali i metalli rame e bronzo, tanto che nei secoli la città “porto o anche porta d’oriente” assunse importanza per la lavorazione dei metalli, che si diffusero nell’Italia meridionale trasformando le culture preistoriche litiche in quella dei metalli.

La via Appia e lo stravolgimento delle culture agro-pastorali pre-romane

La Teoria della continuità paleolitica (M. Alinei, Op.cit) fa convivere nel “meridies – mezzogiorno” vecchie attività arcaiche quali ad esempio la pratica della transumanza con le innovazioni dovute ai cambiamenti dei modi produzione che stravolgono anche gli usi, i costumi delle comunità antiche pre-romane. La via Appia attraversò, stravolgendole, culture diverse. Favorì la loro unificazione o la loro scomparsa, attraverso l’imposizione di un modello politico – istituzionale e militare dell’Urbe. La fondazione delle città romane, la deduzione delle colonie con la centuriazione del territorio assunsero un ruolo predominante rispetto alle antiche culture dei popoli nativi (romanizzazione) non senza l’insorgere di conflitti e guerre. La testimonianza di Tacito descrive la rivolta fomentata da T. Curtisio a Brindisi, nell’ambito di un momento di crisi agricola ed economica che investiva tutto il mondo romano, e sedata nel 24 d.C. da Cuzio Lupo, ivi amministratore dei pascoli boscosi, una carica relativa, dunque all’amministrazione dell’ ager; dalla stessa testimonianza appaiono anche evidenti i primi tentativi di assoggettamento degli indigeni, nel reclutare fra essi l’elemento servile (C.Marangio, Op. cit) .

Statio e mutatio lungo la Via Appia (da Taranto a Brindisi)

Marin, autrice di origine rumena, fu docente di topografia antica all’Università di Bari. Seguendo l’itinerario Antonino, la Tavola Peutingeriana e gli studi di Giuseppe Lugli, da Taranto indicava le statio di Mesochorum (a metà strada traTaranto e Oria), Uria (Oria) e Scamnum (loc Muro Tenente nei pressi di Mesagne) ed ipotizzava come la via Appia da Roma a Brindisi venne costruita per tappe, “mentre i Romani andavano conquistando l’Italia Meridionale” (M.M.Marin, Op. cit.) con le guerre. Nel 334 d.C. la statio di Scamnum appariva in condizioni di quasi abbandono al Pellegrino di Bordeaux, ridotta ad una semplice mutatio (luogo di cambio dei cavalli e riposo).

Due miliari provenienti da non note località vicino Mesagne, rispettivamente oggi presso il Museo Civico di Mesagne e il Museo Provinciale di Brindisi, segnavano il percorso.

L’ager gravitante intorno alla città di Brindisi, negli anni fra il 246 ed il 43 a.C, è stato studiato da Cesare Marangio, assieme ai siti archeologici, alle ville romane e alla toponomastica legata alle famiglie insediatesi nell’area in relazione all’uso del territorio agricolo, dopo la conquista del Salento e alla colonizzazione romana (Cesare Marangio. La Romanizzazione dell’Ager Brundisinum).

Varrone riferì di lunghe file di asini da soma e brundisino aut Apulia  che trasportavano ad mare olio, vino ed altri prodotti, mentre Strabone descrisse la chora brindisina come “più fertile di quella tarantina”, evidenziando la produzione del miele e della lana insieme all’allevamento degli ovini, che, prevalente in tutta la Puglia fin dalla preistoria, fino al tardo impero costituì fonte di fiorenti industrie tessili.

Rete delle comunicazioni e conflitti

Un’altra testimonianza, utile ad intendere quanto l’ager fosse interessato alla coltura della vite, la fornisce Plinio, soffermandosi a lungo sui vari sistemi usati per impiantarla. Inoltre, nel passo del Liber Coloniarum, prima citato, è chiaramente documentata l’esistenza di aree particolarmente fertili intervallate a zone aride descritte da Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi e dal Pellegrino di Bordeaux nel suo viaggio di ritorno da Gerusalemme a Burdigala nel 334 d.C. (C.Marangio, Op.cit). Anche nella messapia romanizzata si generarono conflitti tra le attività pastorali prevalenti e l’agricoltura (il fenomeno è presente anche nella Lucania antica e nel Sannio) dovute principalmente alla centuriazione romana. L’autore nell’ambito di Masseria Marmorelle sulla Traiana individua nell’area di Masseria Pozzo di Vito, il bacino di raccolta di un acquedotto romano che alimentava Brindisi dal II sec. d.C. (C. Marangio, L’acquedotto romano di Pozzo di Vito attraverso i rilievi inediti del 1888, in« Brundisii Res »,III (1971), Galatina 1973, pp. 85-92). All’area d’influenza brindisina si può ascrivere anche la mansio (ad) Speluncas, attuale S. Sabina, mentre i numerosi relitti navali nei pressi del porto e lungo la costa, testimoniano l’antica frequentazione nel porto di Brindisi di navi militari e commerciali.

L’antico percorso della via Appia nel tratto compreso tra Castellaneta e Brindisi è da noi riproposto nella sezione di Pandosia dedicata al MappingGIS, con ipotesi ricostruite in base a fonti documentarie e cartografiche (cfr. Pratilli, Lugli, Miller, Meluta Miroslav Marin, De Simone, De Giorgi, Ribezzo, Fedeli, Fornari, Uggeri, Marangio, Miccoli) nonostante in alcuni tratti siano intervenuti stravolgimenti territoriali recenti che hanno cancellato i segni del passaggio della regina viarum. Le tracce e i toponimi non sono scaricabili salvo specifiche richieste che potranno essere inoltrare con il solito form dedicato.

Brindisi, porto(a) del Mediterraneo

I romani, dopo aver fortificato la città e la colonia di Venusia contro le popolazioni osco-sannite e quelle lucane e conquistato Taranto, prolungarono la via verso Brindisi, anche se tale collegamento non avvenne subito, forse a causa del primo conflitto tra i Romani ed i Cartaginesi, che vide i primi sconfitti nella battaglia di Canne, nei pressi della foce del fiume Ofanto. Intorno al 244 a.C., nell’ager publicus confiscato alla città messapica di Brention – Brentesion, venne dedotta la colonia latina di Brindisi, mentre nei pressi di Taranto venne dedotta quella di Nectunia. La città porto d’oriente, con i romani, cambiò il suo nome in Brundisium ridisegnando la geopolitica del sud Italia e del Mediterraneo. I romani costruirono a Brindisi, dopo la fondazione dell’Arx di fronte al porto, templi, terme, anfiteatro, foro, caserme, accademie, la zecca e l’acquedotto di cui restano le vasche limarie nei pressi della cinta fortificata di epoca tardo medievale. Sulle ipotesi urbane della città romana, alcuni studi in itinere, ipotizzano un tessuto urbano di cui restano purtroppo solo frammenti, disposti lungo vie urbane perpendicolari secondo cardo e decumano.

Di ritorno dall’oriente, sbarcò a Brindisi Lucio Cornelio Silla con il suo esercito di circa quarantamila uomini, per far ritorno a Roma e dar vita alla prima guerra civile romana (83-82 a.C), passando forse per Venusia, dove viveva la sua figliastra, Emilia che aveva sposato Gneo Pompeo Magno, sconfitto da Gaio Giulio Cesare nella seconda guerra civile (49-45 a.C.). Emilia possedeva una villa vicino Melfi, sulla via Appia, così come testimonia il ritrovamento del suo sarcofago. Morì diciottenne di parto e fu dimenticata nella villa che attende di essere riportata alla luce, assieme alla storia.

Nel De bello civ. ( l, 25) si descrive l’importanza assunta dal porto di Brindisi con Giulio Cesare nella guerra contro Gneo Pompeo Magno:  «…neque certum inveniri poterat obtinendine Brundisii causa ibi (Pompeius) remansisset qua facilius o m ne Hadriaticum mare ab extremis Italiae partibus regionibusque Graeciae in palestate haberet atque ex utraque parte bellum administrare posset …».

Cesare giunse a Brindisi con sei legioni, tre di veterani e le altre formate dalle nuove leve e completate durante la marcia; infatti aveva subito mandato da Corfinio in Sicilia le coorti di Domizio. Venne a conoscenza che i consoli erano partiti con gran parte dell’esercito alla volta di Durazzo e che Pompeo era a Brindisi con venti coorti; ma non aveva potuto sapere con sicurezza se Pompeo era rimasto per mantenere in suo possesso Brindisi, per avere con più facilità il controllo di tutto il mare Adriatico, a partire dalle estreme parti dell’Italia e dai territori della Grecia, ed essere in grado di condurre la guerra dai due fronti, o se qui si era fermato per carenza di navi; Cesare, nel timore che Pompeo non avesse intenzione di lasciare l’Italia, stabilì di bloccare ogni via d’uscita e il libero uso del porto di Brindisi. Questo era il piano dell’operazione. Dall’una e dall’altra estremità del litorale, nel punto in cui l’imboccatura del porto era più stretta, faceva innalzare un molo e un argine, perché il mare in quel tratto era poco profondo. Man mano che ci si allontanava da quei due punti, non potendo essere costruito un terrapieno per la maggiore profondità dell’acqua, faceva collocare, in continuazione della diga, coppie di zattere della larghezza di trenta piedi per lato. Le faceva fissare con quattro ancore, una da ciascun lato, perché non venissero spostate dai flutti. Una volta completate e messe al loro posto queste zattere, ne faceva successivamente aggiungere altre di pari grandezza. Le faceva riempire di terra e di altro materiale, affinché fosse possibile passarvi sopra e accorrere alla difesa; faceva proteggere la parte frontale ed entrambi i fianchi con graticci e palizzate; sopra ogni quarta zattera faceva innalzare una torre di due piani per una migliore difesa contro l’abbordaggio e gli incendi” ( dal De bello Civile, G.Cesare, Op cit).

Dopo l’uccisione di Giulio Cesare, Ottaviano, nella primavera del 37 a.C., inviò a Brindisi una delegazione diplomatica per incontrarsi con gli emissari di Antonio per evitare la terza guerra civile romana che vide le navi romane di Ottaviano vincitrici ad Anzio contro la flotta romana-egizia (31 a.C). Capeggiava la delegazione di Ottaviano, Mecenate che portò con sé Fonteio Capitone e il poeta Quinto Oratio Flacco. Non sappiamo se Orazio incontrò l’amico Virgilio, autore dell’Eneide, nella sua casa di Brindisi. Già in precedenza è noto come anche uno del comandanti della XII Legio di Giulio Cesare, Gaio Geminio Nigro, amico di Antonio, divenuto decurione nella città di Venusia, venne inviato in Grecia per scongiurare la guerra civile convincendo vanamente Antonio a prendere le distanze da Cleopatra.

Licenza Creative Commons
Il Cammino di Puglia di Antonio Bavusi e Vito L’Erario è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso