La via dei Greci nella Lucania antica
di Antonio Bavusi e Vito L’Erario

Colonie greche (immagine da wikipedia)

La Via dei Greci “Metaponto – Poseidonia” (da Pareti, Op.cit)

Torre di Satriano vista da Tito Vecchio (antico centro fortificato Lucano)

Altopiano dove è ubicato il sito di Tito Vecchio (loc.Carmine)

Tratturo degli Stranieri (particolare Quadro di Unione Catastale – verso il Torrente Noce e Torre di Satriano

Tratturo degli Stranieri (Q.U.C. particolare) verso Torre di Satriano

Fiume Noce

Tratturo dei Greci. Tratto da Tito verso Satrianum (coincidente con una variante della Via Herculia)

Tratturo dei Greci. Tratto da Tito verso Satrianum (coincidente con una variante della Via Herculia)

Torre di Satriano (sito archeologico. Sullo sfondo l’Anaktoron

Prof Robert Ross Holloway

Sarcofago di Cornelio Lucio Scipione Barbato all’interno del Mausoleo sulla via Appia a Roma (in precedenza presso il Museo Vaticano)

Anaktoron. Particoleri dei fregi dell’abitazione del “greco” (M.Osanna.Op.cit.)

Anaktoron.Ricostruzione virtuale dell’edificio (M.Osanna, Op.cit)

Anaktoron.Particolare fregi (M.Osanna, Op.cit)

Scritta in greco “τέταρτος” – tetaptos

Particolare della maniglia del portone dell’Anaktoron raffigurante un grifone (M.Osanna, Op.cit)

Particolare della scritta in greco e gorgone su tegola (M.Osanna, Op.cit.)

 

Particolare fregio della sfinge (M.Osanna, Op.cit.)

 

Ricostruzione abitazione indigina absidata (M.Osanna, Op.cit.)

Lare danzante (rinvenuto sull’antico iitinerario)

Tratturo degli Stranieri Verso Atena

Pianta Villa romana di loc. Braide (Brienza)

Tratturo degli Stranieri Verso Atena

Cappella di Sant’Antuono tra Atena L. e Polla

 

Epigrafe osca con caratteri greci rinvenuta ad Atena (oggi perduta) … riportante il decreto di alcuni magistrati che realizzarono una domus pubblica

Atena Lucana: brocca età del bronzo appartenente alla cultura di Cetina (F. Arcuri et al., Op.cit)

Cinta muraria Atena Lucana (IV – III sec a.C. – da R. De Gennaro, Op. cit.)

Cippo graccano di centuriazione (Atena Lucana)

Il Tratturo degli Stranieri era parte della più lunga “via istmica” che collegava via terra il mar Jonio al mar Tirreno, attraversando i monti della Lucania interna. Un itinerario già noto durante l’età dei metalli, che i Greci utilizzarono per collegare le città della costa Jonica con Poseidonia. Il Tratturo degli Stranieri era frequentato anticamente dai popoli oschi insediati nelle valli del Basento, del Melandro e dalle loro greggi, proseguiva nella Valle del Tanagro e nell’area cilentana (Roscigno) con la denominazione di “Trazzera degli Stranieri” (il termine Trazzèra, dal francese dreciere, dressière «via diritta»). Durante il periodo romano, il tratto compreso tra Potentia e Satrianum, era coincidente con una variante della via Herculia che proseguiva verso Marsico Nuovo e Grumentum. Sulle mappe catastali del XX secolo per la parte lucana è segnato ancora con la denominazione “Tratturo degli Stranieri” nei territori comunali di  Tito e Satriano di Lucania. In direzione opposta proseguiva con la denominazione di “Via dei Greci” verso Potenza, attraversando la Valle del Basento, fino a Metaponto. Nella prima parte di questo studio, viene illustrato l’itinerario che da Tito raggiunge Atena Lucana.

L’arrivo dei Greci nella Lucania antica

«Itala nam tellus Graecia maior erat……ciò che chiamano Italia era Magna Grecia.» . Ovidio nei Fasti (lib. IV) riassume così la trasformazione del mondo indigeno ad opera dei coloni greci che, a partire dall’VIII secolo fondarono le nuove città oltre il Mar Egeo. I mercanti, i contadini, gli allevatori e gli artigiani greci che giunsero con le navi nel Sud della penisola erano motivati da interessi commerciali ma furono costretti ad emigrare a causa di tensioni sociali nei luoghi d’origine, sconvolgendo e trasformando le originarie comunità pastorali.

Le vie dei Greci in occidente

Questo itinerario veniva percorso in passato dai Greci. “Stranieri” venivano considerati dai popoli nativi. Le fonti storiche e documentarie non aiutano a risalire all’origine della denominazione del tratturo, ma negli studi inediti pubblicati postumi di Luigi Pareti nel 1997 (Luigi Pareti, Torino 30 maggio 1885 – Roma 8 gennaio 1962 – Storia della Regione Lucano – Bruzzia nell’antichità. Opera inedita pubblicata in Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1997), lo studioso indica gli itinerari delle “carovaniere” terrestri seguite dai Greci insediatisi sulle coste Ionica e Tirrenica spintisi all’interno dell’antica Lucania, per evitare di circumnavigare le coste. Assieme a Mario Alinei, che condusse studi in merito alla linguistica dei popoli antichi, Pareti sosteneva come le genti italiche si erano stanziate all’interno della penisola durante dall’età eneolitica, durante l’età del ferro e poi del bronzo, seguendo successivamente stagionalmente gli antichi tratturi della transumanza. Pareti negli anni ‘60 illustrava queste vie di comunicazione terrestri, tra le quali la  “Via dei Greci” (coincidente con la Via degli Stranieri – vedi cartina). Essa serviva già nel VII secolo a.C. per scopi commerciali e militari, contribuendo alla “grecizzazione” dei popoli nativi, con i popoli protoitalici rimasti ostili, a fasi alterne, sia ai coloni Greci e sia a quelli Romani (tali vicende storiche sono ricollegabili alla Lega Italica delle Colonie contro i Lucani durante il regno di Archita a Taras – Taranto, sino all’arrivo di Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno, sconfitto e ucciso dai Lucani a Pandosia città greca tra i fiumi Agri e Sinni, ma anche alle guerre di Annibale ed a quelle di Pirro). Pareti tracciò per primo la rete di comunicazione e il suo sviluppo, indicandola in una cartografia. Questi studi erano certamente noti a Robert J. Buck (R. J. Buck. The ancient roads of southeastern Lucania. In P.B.S.R., XLII, 1974). L’archeologo americano in Lucania condusse campagne di scavo importanti, lasciando un rilevante contributo conoscitivo sulla viabilità antica del sud/est della Lucania, ancora poco approfondito nel dettaglio, connesso ai fenomeni di migrazioni interne e alla colonizzazione (vedasi le cartine da lui redatti sulla viabilità antica preromana nella Val Basento). Buck “… ha evidenziato, in particolare, come lungo i crinali settentrionali del medio Basento, si snodava una delle principali vie preromane (ndr. oggi individuabili), con direzione est/ovest che collegava Metaponto a Monte La Torretta, collegando una serie di centri fortificati del  IV sec a.C. di Pomarico Vecchio o Castro Jugorio, di Serra del Cedro, di Civita di Tricarico, di Serra di Vaglio, di Monte Torretta…il sito di Miglionico e quello posto nelle immediate vicinanze di Grottole, così come altri quattro a occidente della stessa località…toccava il sito di Grassano, della giogaia di S. Felpo in agro tricaricese…” (Leggasi in proposito l’interessante saggio di Carmela Biscaglia. La media valle del Basento tra età antica e medioevo. Insediamenti, viabilità, paesaggio agro-pastorale ed industriale. In Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera e della Sezione Materana della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Amm.ne Provinciale di Matera, n.23/24, 1994). Dell’antico itinerario degli “Stranieri” abbiamo approfondito lo sviluppo in territorio lucano (circa 9 chilometri) con alcuni tratti in quello Campano, sino alla Focea, ovvero Poseidonia-Paestum e Velia – Elea con le saline di Palinuro, la cosiddetta “Via del Sale” Tirreno- occidentale. Più di recente alcuni studiosi ipotizzano come la “strada degli stranieri” nell’antichità, soprattutto durante l’epoca delle colonie magno-greche, collegasse la costa Jonica e quella del Mar Tirreno, attraverso la Valle del Basento, sino a Poseidonia. Queste vie hanno mantenuto l’antica denominazione di “Tratturo e Trazzera degli Stranieri”, anche se il loro aspetto originario solo in alcuni tratti appare conservato in forma di via erbosa percorsa anticamente dalle greggi e dagli uomini a piedi o con cavalli e muli (ἡμίονοi). Lungo la via dei Greci sono presenti emergenze archeologiche e monumentali, parzialmente note e conosciute in sede scientifica solo dagli “addetti ai lavori”, mentre la salvaguardia dei siti restano ancora esposti all’incuria e alla distruzione. Altre emergenze potrebbero costituire interessanti scoperte, utili per comprendere la storia dei popoli dell’antichità, le reti commerciali e culturali, lo sviluppo della fitta trama delle stratificazioni culturali che connotano una forte relazione tra i popoli nell’antichità. Un paradigma irrisolto per comprendere la cultura del mondo antico, che stimola a rivisitare la nostra Storia secondo un nuovo modello identitario e culturale.

Alle radici del mondo antico:
Gli “stranieri” tra oriente e occidente, xenos e barbaros (Greci, Romani e Lucani)

Gli stranieri nella antica società greca venivano chiamati “meteci”. Ad essi era proibito possedere terreni e territori agricoli. Non potendo possedere la terra, i “meteci” si dedicarono all’artigianato, al commercio e al prestito. I meteci però erano tenuti in Grecia a prestare servizio militare e a trovarsi un protettore in città e, nel caso dimorassero più di un anno, erano tenuti a pagare un metoikon (una sorta di tassa di soggiorno). La loro posizione sociale si trovava da un lato tra quella dei nobili (di solito proprietari terrieri che avevano in mano il potere ed erano socialmente dei privilegiati), dei “demiurghi” (corrispondenti all’attuale ceto medio) e dei “teti” (parola greca con cui si indicavano i cittadini liberi che non possedevano però ricchezze e non avevano diritti) e quella degli schiavi, ai quali non veniva riconosciuto alcun diritto. Nella lingua greca antica di Omero (VIII sec. a.C), gli stranieri erano “xenos”. Una parola che può significare “nemico” (xenofobia deriva da questo termine) o anche un “amico rituale” ovvero “viaggiatore ospite”, per distinguerlo dagli amici locali residenti. Coloro che costituivano un pericolo per la comunità della polis potevano venir condannati “all’ostracismo” da un tribunale speciale del popolo, composto da non meno di seimila cittadini, ovvero venivano condannati all’esilio temporaneo per 10 anni (il termine greco deriva dal nome dato ai cocci di vaso o ai gusci di ostriche sui quali veniva scritto il nome della persona da esiliare). Barbaro (in greco antico βάρβαρος, bárbaros) è la parola onomatopeica con cui si indicavano gli stranieri, considerati “balbuzienti”, cioè che non parlavano greco e, quindi, non appartenenti a questa cultura.  Secoli dopo, con i romani, Virgilio creò il mito di Enea, un greco che approdò straniero nelle terre italiche, dopo la guerra di Troia. Enea fuggì dalla sua patria alla ricerca della dignità e di una vita felice, ma non per combattere una nuova guerra. A differenza dei tanti profughi di ogni tempo (hostis), Enea dopo una peregrinazione, venne accolto come “hospes” (ospite di riguardo) presso Latino, re degli Aborigeni, suscitando l’odio raziale di Turno il quale lo accusò di voler rubare la sua promessa sposa Lavinia della quale Enea s’era innamorato (è un tema che ritornerà spesso come pretesto razziale verso lo straniero da parte dei popoli antichi italici che consideravano le donne una proprietà etnica e maschile). Il poeta augusteo trovò il modo, nel suo racconto epico, di accreditare lo straniero Enea, quale portatore della grecità in Italia presso il mondo degli umili pastori romani, sposando Lavinia. Fece uccidere il malvagio e latino Turno, che vanamente gli implorerà pietà. Un racconto epico che contribuì ad elevare lo straniero Enea al rango di fondatore di un nuovo ordine politico e sociale in Occidente, incarnato dai romani. L’ideatore del mito di Enea, Virgilio, pare che in seguito restò deluso dal racconto epico da lui stesso creato, dopo aver auspicato la grecità nella realtà romana. Il mondo italico, tra i quali i Lucani e i Sanniti, che avevano accolto i Greci, fu così destinato a soccombere ad un popolo fratello rappresentato dai romani, che seppero piegare attraverso la nuova lingua latina, le leggi e soprattutto le armi un mondo di pastori, costretti nuovamente con le armi a difendere vanamente i pascoli. Con la conquista romana e le colonie romane di Venusia, Potentia, Atina e Grumentum, ha termine il sistema politico – militare delle tribù protoitaliche Lucane fondato sul nomadismo stagionale e la transumanza, sul Meddix Tuticus (capo riconosciuto delle tribù), sulle “Ver Sacrum” (primavere Sacre) e sugli Horz  (luoghi acri e santuari). Valga a conferma di tale ipotesi quanto riportato in una “delle testimonianze più antiche sui Lucani si trova nel trattato De Pace di Isocrate, datato al 355 a.C. Noi Ateniesi, dice Isocrate, ci vantiamo delle nostre nobili origini, ma, con la concessione della cittadinanza, facciamo partecipi di tale nobiltà gli stranieri che lo desiderano, molto più facilmente di quanto facciano i Triballi (tribù della Tracia) e i Lucani, di stirpe non nobile. I Lucani sono qui citati quale esempio di un popolo barbaro che accoglie facilmente gli stranieri, evidentemente più di molte città greche, altrimenti il paragone non funzionerebbe; ma gli Ateniesi lo fanno in misura ancora maggiore (e Isocrate li rimprovera per questo). Si intravede qui qualcosa dell’indole dei Lucani, aperti allo straniero, pronti ad accoglierlo nella cittadinanza, secondo la tradizione greca dell’ospitalità. Infatti altre fonti ci ricordano che i Lucani sono ospitali e giusti; sono ospitali ed amici dei forestieri, a tal punto che una loro legge punisce chi rifiuta di accogliere uno straniero, giunto dopo il tramonto, che chiede ospitalità. Appare evidente qui l’influsso culturale greco, o almeno una tradizione che tende a presentare i Lucani come un popolo che ha adottato costumi greci. Al tempo di Pitagora, i Lucani ne furono discepoli, in modo particolare i sovrani e gli aristocratici; verso il 440 a.C., la stessa scuola pitagorica è guidata da un lucano; una tradizione vuole che i Lucani discendano dai Troiani, da quelli cioè venuti in Italia prima della guerra di Troia, al tempo del re Laomedonte. Queste tradizione sono funzionali all’amicizia tra i Lucani e le città della Magna Grecia, o tra i Lucani e i Romani, ugualmente discendenti dei Troiani” (per un interessante approfondimento circa la relazione tra i Lucani della costa con i loro fratelli insediati all’interno della regione e il mondo della Magna Grecia leggasi di Fernando La Greca, Poseidonia-Paestum fra IV e III secolo a.C.: popoli, politica, cultura. Note preliminari. Annali Storici di Principato Citra, VI.1,2008, pp.13-41. Sui Pitagorici e in particolare la Scuola Pitagorica e i filosofi Lucani leggasi: www.filosofico.net).

Il Tratturo degli Stranieri da Tito a Satriano

Il Tratturo degli Stranieri, così come è segnato sulle carte catastali, ha inizio nel territorio comunale di Tito, dopo le frazioni Centomani e Giarrossa nel Comune di Potenza. Esso era raggiungibile da quello che probabilmente rappresentava in epoca romana l’alternativa al percorso montano della Via Herculia, proveniente da Venusia e diretta a Grumentum, che utilizzava il Tratturo degli Stanieri sino a Satriano, ove proseguiva verso Brienza e Marsico Nuovo. Da Tito Scalo. Aveva origine dalle Località Taverne, località ove in passato era ubicato un luogo di sosta e riposo, proseguendo nell’attuale area industriale di Tito dove, durante lavori di infrastrutturazione industriale furono rinvenuti insediamenti pre – romani e romani censiti dalla Soprintendenza in prossimità della citata località. Il tratturo proseguiva poi con un tratto che si presenta ancora in erba, di larghezza variabile tra 30-60 metri, fino all’attuale quartiere Mancusi di Tito Scalo, superando poi ortogonalmente l’attuale strada statale 95 e raccordandosi sulla vecchia provinciale Potenza Tito alla “Strada degli Stranieri” che con andamento rettilineo raggiunge il sottostante Torrente della Noce che unendosi alle acque di vari fossi forma l’alto corso della Fiumara di Tito, affluente del fiume Melandro. Il termine landro dal quale il fiume prende il nome, è il nome dialettale dell’oleandro. Dai fiori della pianta, secondo Plinio il Vecchio in Naturalis Historia, si estraeva una specie di miele velenoso, forse usato anche nei rituali magici. Prima di raggiungere l’attuale ponticello in ferro sul torrente La Noce, era ubicata la Taverna Bruciata, di cui oggi resta il toponimo, a ricordare la presenza di un secondo luogo di sosta lungo il tratturo. Nei pressi del ponticello è presente un antico rudere e resti in pietra, forse appartenenti al vecchio ponte non più esistente o a un mulino, che ne utilizzava le acque del torrente come forza motrice per muovere la macina in pietra. Superato il ponticello, il tratturo si inerpicava verso una diramazione segnata sulle carte come “strada per Savoia di Lucania” e la Masseria Maccaronera (oggi ridotta allo stato di rudere), forse in passato un punto di ristoro per pastori e viandanti. Il tratturo degli Stranieri risaliva con lieve pendenza in direzione della Torre di Satriano, visibile in lontananza, dopo aver lasciato sulla sinistra un sito archeologico risalente al IV – III sec. A.C. e a destra le Masserie Chiancarelli (demolita) e Sciangone. Sulla parte sommitale della collina, il Tratturo degli Stranieri attraversava ortogonalmente l’attuale S.S. 95 proseguendo sino alla base del rilievo montuoso, ove sono visibili tracce di cinta fortificata coperta da rovi e relative all’area della Torre di Satriano (l’antica Satrianum), vincolata assieme al territorio circostante dal Ministero dei Beni Ambientali e Culturali dal 1970 ai sensi della Legge 1089 del 1939 (art. 2 e 3) per la presenza della Torre, fortificazioni e mura mntre il Decreto per i BB CC.A.. del 23 Dicembre 1997 ha dichiarato “di notevole interesse pubblico la zona Torre di Satriano nei comuni di Tito e Satriano di Lucania, in Provincia di Potenza.

Lungo il Tratturo degli Stranieri: Robert Ross Holloway a Satrianum

Robert Ross Holloway, (15 agosto 1934), archeologo e numismatico statunitense, si è laureato a Princeton. Ha rivoluzionato lo studio della preistoria italiana. A Buccino (1967-1974) ha indagato e datato la prima età del bronzo in Italia dalla fine del terzo al primo millennio a.C. Il suo lavoro ha datato dal rinvenimento delle prime armi, l’età del bronzo nella penisola italiana. E’ stato fondatore del Centro di Archeologia del Mediterraneo alla Brown University di cui è stato professore emerito sino al 2006. Lo studioso è attualmente membro dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria Italiano di Firenze e dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, negli anni sessanta indagò il territorio circostante al sito di Satrianum (Enciclopedia dell’Arte Antica, 1973). Definì Satrianum “anonima città preromana della Lucania, sita nel territorio del Comune di Tito (Potenza), alle fonti del fiume Melandro ed in posizione dominante rispetto alle vie di comunicazione fra la zona salernitana e la costa ionica”. In effetti, a differenza di altre città lucane vicine, come Volcei (attuale comune di Buccino), non conosciamo ancora il nome in osco del luogo abitato che venne chiamato sino al primo Medioevo Satrianum ed in seguito Pietrafixa (Pietrafesa, ovvero pietra fessurata forse dalla presenza di grotte forse a ricordare l’antico insediamento di Torre di Satriano). Sin dall’eneolico ebbe un ruolo strategico per il controllo del passo e il possesso dei luoghi di caccia e poi per il pascolo estivo, situato sui monti della Lucania interna. Il luogo dominante venne fortificato sin da epoca lucana (VI-IV sec. a.C.). Serviva per il controllo dello spostamento degli animali lungo i pascoli estivi, per il commercio ma anche come baluardo dei popoli eneolitici, poi lucano ed infine romano contro gli eserciti stranieri che si spostavano lungo le vie erbose che segnavano il collegamento tra le valli fluviali ed i boschi situati a quote più elevate. Frequentato dalle prime comunità preistoriche, durante l’eneolitico venne popolato da alcuni gruppi di cacciatori-raccoglitori nei millenni successivi e durante l’età dei metalli (VIII- XI secolo a.C.). Gli studi effettuati nell’area, lungo il tratturo degli Stranieri e intorno al rilievo montuoso che domina lo spazio circostante, mostrano la presenza di numerosi gruppi stabili (48 in tutto, suddivisi in 8 località distinte censiti risalenti all’età del ferro dal Gruppo del progetto Torre di Satriano pubblicato in M. Osanna. Torre di Satriano, il santuario lucano. In Deputazione di Storia Patria per la Lucania, Quaderni Archeologici. Nuova Serie. Edizioni Osanna, Venosa, 2005). L’area è stata oggetto di scavi sistematici iniziati dalla Soprintendenza alle Antichità della Basilicata nel 1965 e proseguiti nel 1966 e 1967 dalla Missione della Brown University (U.S.A.). “La città si divide – scrive lo studioso Robert Ross Holloway – in due zone, la città inferiore, con le necropoli dipendenti, e l’acropoli, dove il primo insediamento ebbe luogo durante l’Età del Ferro. Fra il materiale rinvenuto negli strati più antichi è presente la ceramica d’impasto nero, la ceramica “a tenda”, e la tipica ceramica lucana d’impasto chiaro dipinta in rosso e violetto, la quale è anche notevole per la persistenza di motivi di derivazione micenea nel suo repertorio decorativo. La città inferiore fu annessa al nucleo originario agli inizî del V sec. a. C. e fu contemporaneamente protetta da un muro di cinta in pietrame largo metri 5. Già collegata commercialmente al Tirreno nell’Età del Ferro, come dimostra l’importazione della ceramica piumata dalla Sicilia, all’inizio del V sec. a. C., S. accettò notevoli influssi greci probabilmente provenienti dalla zona pestana. I corredi tombali del periodo contengono vasi di sicura fabbricazione locale, ma decorati nello stile della ceramica ionico-etrusca. Contemporaneamente è documentata la circolazione della monetazione pestana e l’importazione di ceramica attica a figure rosse. Nel IV sec. a. C.. si ampliò il circuito delle mura di cinta, pur conservando una tecnica edilizia uguale a quella delle fasi anteriori. Intorno al 330 a. C. la città fu soggetta ad una distruzione violentissima, le cui tracce sono abbondanti tanto nella città inferiore quanto sull’acropoli. La distruzione deve collegarsi alla campagna lucana condotta dalla Lega Italiota sotto il comando di Alessandro il Molosso. La ceramica proveniente dagli strati ad essa associati è caratterizzata da una evoluta decorazione in vernice nera sul fondo brunastro. La città antica non risorse dopo il saccheggio inflitto dal Molosso (ndr Alessandro il Molosso). In seguito, però, venne costruito sull’acropoli un phrourion della Lega Italiota in opus quadratum con file di blocchi alte m 0,42. Il phrourion sembra aver ospitato una guarnigione fino all’inizio del III sec. a. C., quando la Lucania venne in mano dei Romani a seguito di una serie di campagne iniziate da Scipione Barbato nel 299 a. C.”.

Sul sarcofago del console romano che condusse vittorioso guerra contro i Sanniti ed i Lucani, oggi presso i Musei Vaticani è scritto:CORNELIVS·LVCIVS·SCIPIO·BARBATVS·GNAIVOD·PATRE PROGNATVS·FORTIS·VIR·SAPIENSQVE /QVOIVS·FORMA·VIRTVTEI·PARISVMA
FVIT / CONSOL CENSOR·AIDILIS·QVEI·FVIT·APVD·VOS/TAVRASIA·CISAVNA
SAMNIO·CEPIT/SVBIGIT·OMNE·LOVCANA·OPSIDESQVE·ABDOVCIT ”

A “Cornelio Lucio Scipione Barbato, generato da Gnaeus suo padre, uomo forte e saggio, la cui apparenza era in armonia con la sua virtù, che fu console, censore e edile fra voi – Catturò Taurasia Cisauna nel Sannio – soggiogò tutta la Loucana e ne deportò gli ostaggi ».

Il rinvenimento delle monete sul sito di Satriano consente anche di stabile la frequentazione (dramme di argento coniate a Crotone e Poseidonia nel 540 a.C., uno statere di Crotone del IV – III sec. a.C., monete romane del III secolo a.C., esemplari provenienti da Thuri e Eraclea e con continuità sino alle monete rinvenute di epoca bizantina e medievale). La zona acheologica e la conta muraria di Torre di Satriano, unitamente alla Torre e i ruderi sono assoggettati ai vincoli in base alla Legge 1089/1939 (art.2,3) dal 9/1/1970 unitamente all’area del Santuario.

L’Anaktoron  

Nel 2008 è stato perlustrato e studiato un particolarissimo edificio a pianta quadrangolare, di origine tipicamente greco-coloniale (M. Osanna L. Colangelo, G. Carolla. Lo spazio del potere. La residenza ad abside, l’anaktoron e l’episcopio a Torre di Satriano. Atti del II convegno di studi su Torre di Satriano, Tito, 27-28 settembre 2008). Esso era situato a circa 450 metri a nord della Torre di Satriano ed è risalente probabilmente al VI secolo a.C., ma forse ancora utilizzato nel IV secolo a.C. Si trova sulle pendici nord della collina, a poca distanza da Tratturo degli Stranieri, ai margini di un rilievo vallivo in cui scorrevano le acque di una sorgente. L’edificio, con l’estensione di circa 180 metri quadrati rimaneggiato in epoche diverse, era composto da un grande sala cerimoniale, utilizzata per più funzioni, piccoli vani, forse adibiti a dispensa, cucina e camere per le donne, queste ultime forse sopraelevate su un soppalco in legno alla cui base erano posizionati alcuni telai. Sono stati infatti rinvenuti circa 300 pesi da telaio concentrati in poco spazio, forse a causa del crollo improvviso dell’edificio, dovuto ad un terremoto o un incendio. All’interno dell’anaktoron sono state rivenute ceramiche di origine attica, brocche coloniali greche, vasi in ceramica e in bronzo, un elmo e punte di lancia. I rinvenimenti archeologici, ma soprattutto i fregi e le iscrizioni sulle sime che coronavano il tetto dell’edificio, riportano alle origini greco-tarantine del proprietario, con molta probabilità un personaggio aristocratico, di rango nella gerarchia militare, stanziatosi nel luogo assieme ad altri guerrieri e alla sua famiglia, forse per presidiare le comunicazioni  terrestri e il traffico commerciale tra i due mari, il Tirreno e lo Jonio. I commerci tra mondo greco e indigeni proseguì anche durante il regno del filosofo e matematico Archita a Taras – Taranto, il quale promosse la II Lega Italiota delle colonie Greche contro i popoli indigeni ed i Lucani chiamando in Italia Alessandro il Molosso. L’edificio aveva il tetto a due falde ed era ricoperto da tegole in argilla. Era contornato lungo il perimetro da vari fregi a rilievo in terracotta dipinta, tra i quali una maschera gorgonica impressa a rilievo sul sime avente il doppio scopo di fregio e di elemento di chiusura tra le tegole e il gocciolatoio di gronda. In Grecia la maschera gorgonica contornava anche i templi.  Il gorgoneion, era una un personaggio grottesco, con testa orribile, lingua sporgente, denti di animale, guance rigonfie, occhi aperti verso l’osservatore e serpenti attorcigliati intorno alla testa e al volto. Era di solito raffigurato accanto alla soglia delle case con lo scopo di proteggere i suoi abitanti dagli intrusi ostili. Oltre alla maschera gorgonica sono stati rinvenuti altri fregi che illustrano cavalieri greci (due opliti con scudi accompagnati in battaglia dai rispettivi scudieri a cavallo, assieme a figure di animali, quali l’airone e il levriero). Altri fregi sono costituiti da palmette, maschere e altri animali, tra i quali un cinghiale. Gran parte dei materiali decorativi dell’edificio vennero realizzati probabilmente a Taranto ed assemblati da maestranze locali secondo uno schema che veniva impresso sui vari pezzi che recano lettere identificative per facilitarne l’assemblaggio. I fregi venivano fissati con chiodi in ferro alle travi perimetrali in legno. Il tetto era sorretto da capriate in legno poggianti su muri perimetrali in pietra alla base, sovrapposti in alto da mattoni. L’accesso all’interno dell’anaktoron avveniva attraverso la porta principale situata sotto un portico rettangolare sorretto da pilastri, situato sul lato ovest. Sull’ingresso centrale erano forse situate due sime (gocciolatoi) con iscrizioni in greco di cui una mostra la parola in caratteri laconico-tarantino “TETAPTOS”, in caratteri greci antichi “τέταρτος”, che significa “quarto”, con riferimenti a periodi temporali o alle maestranze impegnate nella costruzione (egli con altri tre – τέταρτος ατός). Dal portico si accedeva direttamente all’interno dell’edificio attraverso una porta che conduceva alla sala cerimoniale, al cui centro ardeva un braciere di cui sono strati trovati frammenti bronzei, forse utilizzata di giorno come sala conviviale e di notte come giaciglio per gli uomini. Le porte in legno all’interno dell’edificio erano sontuose. Una porta carbonizzata è stata rinvenuta con fregi e con una splendida maniglia in bronzo raffigurante un grifone alato, una figura mitologica con la testa d’aquila, orecchie da cavallo, il corpo di un leone mentre la coda è quella di serpente. Presso i greci questa figura era legata al culto solare e al dio Apollo. Custodiva l’oro che si trovava sotto le montagne. Simboleggiava quindi la custodia e la vigilanza, unitamente al dominio dello spazio terrestre (leone) e di quello celeste (aquila). Altro fregio mitologico rinvenuto presso l’anaktoron è la sfinge seduta in terracotta che sormontava un coppo di argilla situato sul tetto che sovrastava la tettoia del portico dell’ingresso principale. La sfinge con la testa umana e il corpo animalesco, era un demone antico della distruzione e malasorte, strangolatore e mangiatore di uomini. Questa divinità proveniva dalla cultura egizia dove rappresentava la protezione del faraone nel suo passaggio alla vita ultraterrena. In Grecia è precedente agli dei dell’Olimpo e presentava le ali nella doppia immagine maschile e femminile divenendo figura enigmatica nella leggenda di Edipo che risolve l’indovinello per non essere divorato, sconfiggendo così il mostro e poi elemento enigmatico di decorazione. “Le recentissime scoperte di Torre di Satriano sono dunque destinate inevitabilmente a riaprire il dibattito sul ruolo di Taranto nell’elaborazione artigianale di età arcaica e soprattutto sul suo rapporto con un entroterra vastissimo, che si dispiega fino alle zone più montuose dell’Appennino lucano, popolato da genti di stirpe diversa…” (M. Osanna, Op. cit.).

L’abitazione indigena

Una grande abitazione a base ellittica in pietra, è stata rivenuta durante gli scavi archeologici del 2008 sul lato sud/est della collina della Torre di Satriano. Sono stati identificati diversi ambienti (zona ingresso/portico, zona tessitura/focolare, zona pranzo nei pressi dell’asbside). La composizione degli spazi, la specializzazione degli ambienti e il ritrovamento di materiali ceramici identificano anche le abitudini del nucleo familiare che vi dimorava stabilmente. Il tetto era probabilmente realizzato in paglia, sorretto da travature in legno, mentre l’interno era intonacato (alcuni frammenti di intonaco sono anche decorati con semplici tratti a rilievo). Tutti questi elementi fanno risalire la pianta dell’edificio forse ricostruito su uno precedente all’VIII secolo a.C. Nell’area Torre di Satriano convivevano pertanto popolazioni differenti, ove si guardi all’anaktorion greco. Il rinvenimento, nell’area del cortile di una quantità relativamente abbondante di scorie di ferro permette di ipotizzare che tale area fosse destinata, almeno in parte, alla lavorazione del metallo con altre attività quali la molitura del grano e la tessitura, come testimoniato dal rinvenimento di parte di una macina in pietra lavica e pesi in terracotta.

Il Santuario Lucano sullo snodo viario tra le valli

L’area sacra di Torre di Satriano è situata sulle pendici sud-occidentali della collina e venne studiata dall’équipe guidata da Emanuele Greco dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli nel biennio 1987-1988. “L’edificio è composto da una struttura quadrangolare oggi non visibile per la ricolmatura effettuata dopo i sondaggi archeologici, che presenta una pianta quadrangolare e la presenza di vari ambienti con un saccello di forma quadrata ove sono stati rinvenuti, al momento dello scavo effettuato negli anni  ottanta al suo interno, “diverse terrecotte votive di cui oggi non si conosce il luogo della loro conservazione (cinque tanagrine e ventisette protomi femminili), uno spiedo in ferro, un fibula in bronzo, una decina di coppette integre a vernice nera, tre vasetti ed una lekythos miniaturistica a figure rosse, una fusaiola, un “thymiaterion” (incensiere in terracotta), due vasi in ceramica comune di forma aperta. Insieme a questo materiale un particolare interesse riveste il rinvenimento di diverse monete di zecche magno-greche cui si aggiungono una “semuncia” ed un “quinario” di Roma, considerati dagli scavatori il terminus post quem per l’abbandono dell’edificio che andrebbe così a datarsi ad epoca posteriore al 211 a.C”. Ma di interesse è la statuetta in bronzo rinvenuta nell’area raffigurante un lare danzante, Lares Compitales, che tiene in una mano un recipiente a forma di corno e nell’altra una phiale o patera nell’atto di offrire del vino oppure latte (una statuetta molto simile è oggi conservata presso il Museo Archeologico di Muro Lucano) Essa è forse riconducibile ad un “lalario” o edicola situata su un crocicchio tra vie pubbliche (il termine latino compitum significa bivio o crocicchio e indica un tempietto posto sugli incroci dedicato ai Lares Compitales) a testimoniare la frequentazione degli assi viari presenti in zona, quale il Tratturo degli Stranieri o Via dei Greci, coincidente con una variante della Via Herculia che proseguiva verso Marsico Nuovo e  Grumentum. Il tempietto forse è ancora presente così come presso alcuni resti di abitazione che abbiamo potuto osservare, poco distante dal Santuario Lucano, lungo il Tratturo degli Stranieri. (per la descrizione della statuetta leggasi: M. Osanna. Torre di Satriano. Il santuario lucano, Op.cit). La vicinanza del santuario lucano (III-IV sec a.C.) ad una sorgente e soprattutto il canale e la vasca ivi rinvenuta, ha fatto ricollegare l’area sacra al culto della dea Mefite, di cui però al momento non sono state rinvenute evidenze archeologiche che lo attestino. Presso il santuario lucano venivano celebrati riti con sacrifici animali (di cui sono stati rinvenuti i resti ossei) con banchetti rituali. In prossimità del santuario sono state rinvenute alcune sepolture in posizione rannicchiata con vasi e ornamenti in osso e ambra (anche di questi reperti rinvenuti negli scavi e saggi effettuati nel 2000 non è nota l’attuale destinazione in questo modo rendendo noti ai soli addetti ai lavori un importante monumento che resta ancora confinato all’oblio, nonostante la meticolosa opera di inventariazione pure effettuata).

Il Tratturo degli Stranieri da Satrianum a Atina (Atena Lucana)

Dopo Satrianum il Tratturo degli Stranieri, coincidente con una variante della Via Herculia (il ramo principale percorso in primavera e estate passava dai monti interni di Pignola-Abriola- Marsico Nuovo), proseguiva con un tratto ancora erboso discendendo verso la Valle del Melandro fino all’altezza della località Vigne della Noce. Da questa località la Via Herculia proseguiva verso l’attuale Satriano e per Bosco Ralle o per Candara – Costa di Turi, dopo aver superato la Cappella di Santa Lucia alla volta di Sasso di Castalda e Marsico Nuovo, mentre il Tratturo degli Stranieri, attraverso Serra Spinoso, raggiungeva la località Isca Pantanello (nei pressi dell’attuale area industriale) riprendendo la direttrice della strada comunale Tito-Satriano di Lucania – Atena Lucana (sulla storia di questa arteria ottocentesca che riprende antiche vie di comunicazione tra le quali la Via Herculia e il Tratturo degli Stranieri leggasi: A. Capano. La lunga storia della viabilità del potentino nord occidentale. La strada Tito Atena nell’800. In Basilicata Regione Notizie. Rivista del Consiglio Regionale di Basilicata, n. 119-120, 2008). Dello stesso autore: La lunga storia della strada Marsico-Brienza. B.R.N., n. 117, 2008).  Prima di raggiungere la località Castel Ferrante, è visibile lungo la strada il rudere di una masseria fortificata facente parte della tenuta agricola dei Caracciolo, signori del feudo di Brienza dal XIII secolo che faceva parte dopo il XVI secolo del Principato Citra. Essa mostra l’ingresso, le mura e le massicce torri perimetrali. Era posta lungo l’antico itinerario che proseguiva verso località Braide – Schiavi ove seguiva due direttrici. La prima passando per località Braide (il termine di origine longobardo, indicava la presenza di campi o erbaggi). In questa località nel 1984 una villa romana datata al I secolo a.C. (venne infatti ivi rinvenuto un denarius di M.Sergius Silus (116-115 a.C.). Durante gli scavi proseguiti negli anni successivi vennero rinvenuti vari ambienti adibiti a diversi usi agricoli e civili, con resti di un mosaico formato da tessere bianche e nere con motivi a rombi e meandri (l’intera villa venne poi nuovamente ricoperta). Lungo questa direttrice è stato ipotizzato la presenza di Acidios (lo studioso G. Lugli situa la statio a Satriano o Brienza, al XXIV miglio da Potentia . G. Lugli. Il sistema stradale della Magna Grecia. In Vie della Magna Grecia, Atti del II convegno di studi sulla Magna Grecia tenuto a Taranto dal 14 al 18 ottobre 1962. L’arte Tipografica, Napoli, MCMLXIII). Acidios  viene indicata sulla Tabula Peutingeriana dove si interrompe la via Annia-Popilia (sulla denominazione delle strade pre romane e romane non tutti gli autori concordano), all’altezza di Atena Lucana (altri autori ipotizzano la località in altri luoghi, come ad Abriola). La località Braide presenta alcuni segni di centuriazione intrapresa dai romani anche nel sottostante Vallo di Diano, ove sono stati rinvenuti alcuni titoli graccani, potendo ipotizzarsi un insediamento o un pagus del vicino municipio romano di Atina, sorto intorno alla villa romana di località Braide, di cui sarebbe utile riprendere lo scavo e lo studio. La variante della “via dei Greci” proseguiva fino alla località Sant’Antuono di Polla per proseguire sino al ponte di origine romana di Polla sul Tanagro, che costituiva in passato il varco per proseguire verso Poseidonia-Paistom-Paestum considerando che la valle per molti mesi all’anno era paludosa. Durante il periodo romano e fino all’alto medioevo la frazione Sant’Antuono si chiamava Rustillanused i siti di Vicus Mendicoleo e Caesariana nel Campus Atinas (denominazione del Vallo di Diano in epoca romana. Cfr M.Ambrogi. Centuriazione e coloni nel Vallo di Diano. Dall’applicazione della legge agraria del 131 a.C. al periodo tardo – romano – prime ipotesi di ricerca. In Salternum, rivista del Gruppo Archeologico Salernitano, Napoli, 2008. G.Albi-Rosa. L’osservazione degli Alburni sulla Valle di Diano, o sia Descritione istorico topografica della medesima…Tipografia Zambrano, Napoli, 1840). Intorno al 1290 fu edificata la Cappella di Sant’Antuono al cui interno vi sono importanti affreschi di stile giottesco realizzati da allievi del pittore Roberto di Odorisio (1335 circa – Napoli, dopo il 1382), purtroppo in cattivo stato di conservazione. In questa località sulla Via Popilia-Annia è presente una delle sorgenti che scaturisce dal bordo calcareo nord-orientale del Vallo di Diano, maggiore tributario del fiume Tanagro. In passato era luogo di sosta in delle greggi e delle carovaniere dirette a nord. Agli inizi degli anni 50 la sorgente venne captata dall’Acquedotto Consorziale del Tanagro  scavando una galleria nella montagna ed alimentando gli acquedotti comunali (in proposito leggasi: S.P.Algranati. La captazione delle sorgenti di Sant’Antuono per alimentazione idrica dei comuni consorziati di Polla, Caggiano,Pertosa,Sant’Arsenio, San Pietro al Tanagro e Salvitelle in Provincia di Salerno. In Rivista Geotecnica, Anno 1954).  L’altro braccio del “Tratturo degli Stranieri”, da località Braide-Schiavi proseguiva per Atina con partenza dalla base del rilievo roccioso, forse fortificato, “Castel Ferrante” e il “Castello della Principessa”, una residenza di caccia della nobile famiglia Caracciolo, signori del feudo di Brienza. Dalla Cappella Madonna delle Grazie, eretta nel XX secolo sui ruderi di una più antico luogo di culto dedicato a San Rocco, distrutto agli inizi dell’Ottocento, proseguiva per Atena Lucana. In località Braide-Schiavi  si impiantò una delle prime comunità Metodiste e Salutiste sorte in Italia agli inizi del 1900 ad opera di Michele Gaimari, un emigrante di Atena rientrato dagli Stati Uniti dove si era avvicinato all’Esercito della Salvezza nel 1918. Egli predicò tra Atena Lucana e Braide-Schiavi, piccola contrada rurale del territorio di Brienza, fondando una numerosa comunità a cui aderirono 20 abitanti della frazione ed altri si aggiunsero da altri luoghi. La comunità religiose osteggiati dalla Chiesa Cattolica e durante il periodo fascista, e dopo il secondo conflitto mondiale (per approfondimenti sulla questione e le vicende della chiesa evangelica, di Località Braide leggasi l’interessante saggio di G. Ferrarese. Storia dei Metodisti e Salutisti in Basilicata (1900 – 1975). Esperienze a confronto. Inoltre: Giovanni Antonio Colangelo. Movimento evangelico in Lucania tra il 1920 e il 1958, Romeo Porfirio editore, Moliterno – Napoli 1989, pp. 95). Il tratturo “Via dei Greci proseguiva lungo l’attuale “vicinale Bradie” (per carte catastali) o Braide (per carte IGM) superando la cappella di S.Antonio e proseguendo sino ad intersecare l’attuale S.S. 96, alla periferia di Atena Lucana, verso il centro storico.  Atina snodo stradale dell’antica Lucania Atina faceva parte della “dodecapoli” greca e poi lucana delle Nares Lucanae (narici lucane, ovvero delle sorgenti lucane da alcuni studiosi identificata invece nel territorio di Sicignano degli Alburni ma che probabilmente identificava un’area vasta popolata dai Lucani). Il Campus Atinas (così denominato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia) vedeva Atina far parte della città – stato lucana riunita intorno al tempio delle sorgenti di Diano (forse identificabile nel Battistero paleocristiano di San Giovanni a Fonte)di cui Cassiodoro ne riporta la notizia nelle sue Variae, citandolo a riguardo della fiera annuale di San Cipriano che si svolgeva a Marcelliano nel mese di Settembre, antico sobborgo di Consilinum ove in epoca romana sorse forse un tempio dedicato alla ninfa Leucothea. In una lettera indirizzata da Cassiodoro al re Atalarico nel 527 si chiedeva l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, dopo i disordini avvenuti in quell’anno durante la negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei mercanti convenuti da diverse località delle Regio. Cassiodoro fornisce la descrizione del luogo ove avveniva il miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante il periodo di Pasqua. Il borgo di Marcellianum a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda fu abbandonato definitivamente nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. Con l’occupazione romana, dopo la fase delle “Prefetture”, Atena divenne Municipio romano assieme a Bantia, Acheruntia, Potentia, Volcei (Buccino), Eburum (Eboli), Tegianum (la lucana Tegia poi denominata Diano). Passaggio obbligato della Via dei Greci (Tratturo degli Stranieri), la storia di Atena Lucana nella Valle del Tanagro, risale alla protostoria. In località Fossa Aimone sono state rivenute due strutture absidate, un forno per la cottura dei vasi (III – II millennio a.C.) epoca di transizione dall’eneolitico al bronzo antico riconducibile alla cultura di Cetina di origine balcanica presente solo nel territorio di Tropea in Calabria della quale costituisce una importante testimonianza una brocca decorata rinvenuta presso il sito di Fossa Aimone (sulle ricerche effettuate sul sito leggasi di F.Arcuri et al. Influssi balcanici e genesi del bronzo antico in Italia meridionale: la koinè Cetina e la facies di Palma Campania. In Rivista di Scienze Preistoriche, LXVI, 2016). Tra le testimonianze epigrafiche più antiche rinvenute in località San Pancrazio ad Atena negli anni 60 c’è l’iscrizione, oggi andata perduta, con caratteri osco-greci (III secolo a.C.) che attesta la presenza di una magistratura locale prima dell’arrivo dei romani. Un “σενα[…]Τανγινοδ” (Sena[theis] tangino[u]d, ovvero un decreto di un magistrato locale forse relativo ad un’opera pubblica). Ma anche il più famoso “Elogio di Polla”oggi presente nella località ove sorgeva Forum Popilii. Secondo alcuni autori (M. Cancro. Terre Lucane, frammenti di storia e di civiltà lucana osservati nel più ampio quadro storico meridionale e nazionale. Book Sprint Edizioni 2016) venne rinvenuto a Rustilianus (località Sant’Antuono) poi spostato, in base alle esigenze di centuriazione graccana, estese più a nord, dal sito originario di circa 6 km, ovvero meno di 3 miglia romane (le distanze da Reggio a Capua riportate sul cippo della via Popilia-Annia o Aquilia dal nome del controverso console che la fece realizzare, secondo alcuni studiosi sarebbero state riscalpellate). Il cippo miliare testimonia il conflitto tra pastores cacciati per far posto agli aratoribus. Un conflitto sociale, questo, che determinò liti e guerre tra lucani, greci e poi romani (i pastori lucani combatterono con Spartaco contro i romani). Nell’ager publicus di Campus Atina (denominato così da Plinio il Vecchio) pernottò presso parenti della madre, nella villa degli Helvii dove fece un sogno premonitore sul suo esilio, in una notte di aprile del 58 a.C., Marco Tullio Cicerone durante la sua fuga da Roma verso Brundisium. Ma Atina fu anche centro greco di transito delle carovaniere greche che da Metaponto attraversavano il territorio dei Lucani con i quali strinsero patti commerciali, fino a Poseidonia(forse l’antica Larissa). Per tale ubicazione divenne municipio romano affidato alla Tribù Pomptina (così come Tegianum, Potentia, Grumentum) la cui presenza ad Atena è attestata da numerose epigrafi romane rinvenute nell’attuale centro storico e nell’immediata periferia (74 epigrafi censite sul portale web Eagle, tra le quali 42 già censite agli inizi del XIX secolo dall’epigrafista Mommsen, in CIL pagg. 37-40) . Tra le epigrafi più significative ad Atena è quella dedicata a Marco Traesio Fausto che fu IVviri a Potentia, Curator Rei Pubblicae a Bantia e Atena a mostrare come le cariche romane spesso dovevano ricoprire le loro cariche presso diversi municipi. L’epigrafe è situata nella piazza di Atena di fronte al monumento di Atteone, figura mitologica levato dal centauro Chirone che innamoratosi di Artemide-Diana avendola sorpresa a fare il bagno, fu da questa trasformato in cervo finendo sbranato dai suoi stessi cani. L’effige del cervo è collocata su i resti di una colonna romana. Dalle epigrafi rinvenute a Atena è attestata la presenza del foro in una epigrafe rinvenuta nel 1880 durante la sistemazione delle strade nel centro abitato che attribuisce al IV viri Marcello la pavimentazione del foro e forse del teatro, il tempio dedicato ad Esculapio in cui si effettuava il rito dell’incubatio (testimoniato da una epigrafe di dedica di Publio Latino Lucano) ed altri templi dedicati, secondo testimonianze epigrafiche a Cibele, Giove, Ercole e al culto imperiale. Altri cippi ricordano come il territorio di Atena fosse stato centuriato con l’apposizione di termini graccani per l’assegnazione delle terre agricole [Continua  – II parte dell’articolo in fase di edizione].

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