La Valle del Basentello, parallela a quella del Bradano e alle Murge pugliesi, dal periodo neolitico, attraverso l’età dei metalli e fino al periodo romano, ha costituito un unicum agro-pastorale formatosi dalla sovrapposizione del sistema della pastorizia transumante (dai monti della Lucania interna da e per la Murgia pugliese) con l’agricoltura stabile, costituita prevalentemente da piccoli appezzamenti coltivati da famiglie di agricoltori dediti alla produzione di cereali (farro, grano, lenticchie, ceci) destinati anche all’esportazione.

Lo testimoniano i frammenti di macine e vasellame di origine africana, spagnola, magno-greco rinvenute in numerosi siti indagati a fini archeologici. Gli agricoltori sfruttavano la pastorizia transumante come integrazione dell’alimentazione (formaggio e carne) così come è testimoniato dal ritrovamento di vasi e utensili per la caseificazione, quali colini e bollitoi ma anche per il vestiario (pesi da telaio).

Il passaggio stagionale delle greggi nei campi nella Valle del Basentello fertilizzava inoltre i suoli grazie al kopros, gli escrementi prodotti dalle greggi. Una pratica del passato questa, ancora poco studiata ed analizzata, che ha determinato l’insediamento di comunità stabili di agricoltori in rapporto pacifico e simbiotico con i popoli pastori transumanti, integrando economie diverse tra loro attraverso la “tecnica dei due campi” (cfr. J.A. Marino, L’economia agraria nel Regno di Napoli, Guida Editori – Napoli, 1992) che lasciava a riposo un suolo destinandolo l’anno successivo per la semina. Pratiche, queste, antichissime – più comunemente chiamate rotazione o maggese (terreno agrario tenuto a risposo) biennale e triennale – così come documentato dalle Tavole di Herakleia da cui si evince la sapienza agro-pastorale che molto probabilmente aveva le sue origini nella Lucania antica (cfr. E. Greco – La città greca antica: istituzioni, società e forma antica – Donzelli Editore, Roma, 1999).

La Dogana di Foggia, a partire dal XV secolo, faceva divieto di estrarre «romato», ossia stabbio (escremento) ovino, dalle «capomandre» o «iazzi» delle poste, per la distribuzione del fertilizzante sulle terre a semina, dal momento che le istruzioni doganali condannarono con pena pecuniaria lo scavo del fertilizzante destinato a proteggere gli animali dal freddo (produceva calore utile per il ricovero degli animali durante la notte). In realtà la Dogana intendeva favorire in questo modo la fertilizzazione sul campo, consentendo solo la raccolta superficiale dello stabbio, eseguita con scope o a mano per la strategica produzione del salnitro (la polvere da sparo veniva prodotta da strati successivi di terra calcarea mescolata con letame ovino).

Questo equilibrio millenario venne interrotto dalla realizzazione della via Appia situata lungo la direttrice nord-sud nella Valle del Basentello. Il sistema di case sparse nella valle collassa in coincidenza della crisi agraria che spinge le città romane a rifornirsi di cereali non più da queste aree ma prevalentemente da più lontane colonie romane.

Percorrendo la S.S. 655 Bradanica colpisce un cartello che indica l’uscita per Fontana Vetere, nei pressi del Lago Serra di Corvo (diga del Basentello). Un luogo apparentemente desolato, ma paesaggisticamente integro, che ha radici storiche importanti proprio per la presenza di insediamenti agricoli dall’età del ferro in poi. Un’area, quella da Monte Serico al Serro di Fontana Vetere, ricca di siti oggetto di campagne di scavo e/o ricognizioni archeologiche effettuate nell’estate 2013 da parte di un equipe composta dai professori Myles McCallum e Adam Hyatt e dai dottori Greg Baker e John MacDougall. Dal loro rapporto “Basentello Valley Archeological Research Project” si evince come nei pressi di Fontana Vetere, e omonimo vallone, siano state ritrovati frammenti di macina (da cui una probabile fattoria) di età classica e tardo antica; ceramiche da cucina di età imperiale; tegole, coppi, frammenti di terra sigillata italica (osca?) di uso domestico databile al I sec. d.C.
Questa fonte d’acqua era, molto probabilmente, un punto di riferimento della transumanza per via di presenze di pastori transumanti e agricoltori con la presenza di campi coltivati a cereali e “horta”. Un “hub” agro-pastorale in cui convivevano due “mondi” prima della romanizzazione.

E proprio da Fontana Vetere passava la via Appia antica: ulteriori fotointerpretazioni cartografiche e ricognizioni sul posto ci hanno indotto ad introdurre modifiche-varianti al nostro itinerario de “Il Cammino di Puglia” in virtù di tracce di selciati che abbiamo potuto osservare sul posto. Questo punto di riferimento, fonte d’acqua per pastori e agricoltori del passato e del presente è mutato per via dei saccheggi. Oggi Fontana Vetere si presenta ai visitatori “restaurata a cemento” poichè ogni pietra millenaria è stata portata letteralmente via da sconosciuti. Infatti un agricoltore ci racconta di furti perenni nella zona, tra cui anche il “saccheggio” di questa fontana oggi conosciuta più come località che antico nucleo di insediamento rurale sparso. Probabile che abbia mantenuto il suo aspetto originario: si presenta con quattro vasconi di decantazione adibiti all’abbeveraggio dei bovini e sei vasche più piccole per l’abbeveraggio di ovini e caprini, queste ultime alimentate da un sistema di canalizzazione. L’agricoltore dai noi incontrato giustifica l’intervento a cemento proprio per consentire ai bovini e ovini l’abbeveraggio: la rimozione delle antiche pietre non consentiva più la raccolta delle acque per decantazione. Ci racconta come nell’area, anticamente, si coltivava la lenticchia così come ancora oggi è pratica da parte di chi ha ereditato quelle terre.
La stessa fontana, a quanto pare, è legata ad una leggenda secondo cui la Regina, percorrendo un tratturo (probabilmente la via cafrio o della regina) dal Castello di Montesirico (antico presidio militare fortificato di origine romana) a Fontana Vetere era sua consuetudine recarsi per bere l’acqua di questa importante fonte. Sulle carte IGM del 1956 il suddetto tratturo viene indicato con il toponimo “Carrera della Regina” (cfr. Antica viabilità tra i siti romani dell’Alto Bradano – D. Saracino, 2016). Si narra, inoltre, come la famiglia Cafieri di Barletta – che nel 1875 aveva acquistato il castello dai baroni Dell’Agli-Centi – vessasse i cittadini di Genzano di Lucania inibendo loro il passaggio lungo i tratturelli e bracci, tra cui proprio la via cafrio o della regina, probabile antico tratturo oggetto della leggenda.

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